Anche Johnson ordina il lockdown, più che un cambio di strategia è un cambio di passo

Il premier alla fine ha accelerato e scelto le maniere forti per affrontare “la più grande minaccia per il Paese da decenni” esortando i britannici a fare la propria parte per frenare la diffusione del coronavirus: “Siamo tutti arruolati”

Boris Johnson - foto da twitter

Il tempo dell'autodisciplina è finito anche per il Regno Unito. Il numero di casi confermati di coronavirus è arrivato a 8.077 (su oltre 90mila tamponi), in tutto sono morte 442 persone di cui 87 soltanto ieri. Nonostante la sicurezza ostentata nei giorni scorsi alla fine anche Boris Johnson ha ceduto ed è passato più presto di quanto previsto alla linea dura, per affrontare quella che ha definito “la più grande minaccia per il Paese da decenni”.

"Siamo tutti arruolati"

Dopo aver ottenuto per sei mesi poteri speciali dal Parlamento di Westminster, con un discorso alla nazione ieri (lunedì 23) sera alle 8:30 locali il premier, questa volta dalla sua casa a Downing Street, ha annunciato che anche l'isola cede e va in lockdown, e ha chiesto a ognuno di fare la propria parte. “Siamo tutti arruolati in questo momento di emergenza nazionale”, ha detto. Restano aperti supermercati, alimentari e farmacie ma vengono chiusi tutti i negozi che vendono beni non di prima necessità. Vietati gli assembramenti di più di due persone (a meno che non si tratti di famiglie o coinquilini), chiuse anche le biblioteche e addirittura i luoghi di culto. Vietate tutte le feste e cerimonie come matrimoni, battesimi o lauree ma non i funerali. Ai britannici viene imposto di restare in casa e uscire solo se necessario per fare la spesa o andare a lavoro per chi non può farlo da casa. Se si vive vicino a un parco si può fare esercizio fisico, ma da soli. Si può uscire anche per aiutare chi è in quarantena e le categorie più vulnerabili come anziani e malati. Ma sempre stando lontano dagli altri ad almeno due metri di distanza.

Decisione difficile

La polizia potrebbe fare multe e disperdere eventuali assembramenti, ha annunciato Johnson. “Nessun premier vorrebbe mai prendere una decisione del genere”, ma è necessario farlo “per proteggere l'Nhs”, il servizio sanitario nazionale, “e salvare vite”. E se tutti faranno la loro parte, ha garantito, “batteremo il coronavirus e lo batteremo insieme”.

L'accelerazione

Ma perché questo cambio di strategia? In realtà più che un cambio di strategia si tratta di un cambio di passo, spedito, all'interno di una strategia che era stata lanciata lo scorso 12 marzo, quando il premier annunciò il passaggio dalla fase uno (contenimento) alla 2, quella del ritardo del picco. Allora i due consulenti del governo, il chief medical officer, Chris Whitty, e il chief scientific adviser, Sir Patrick Vallance, avevano parlato di un vantaggio temporale rispetto alla situazione italiana di quattro settimane. Una previsione troppo ottimista e che poi è stata nel tempo corretta a sole due settimane, il tutto mentre si moltiplicavano le voci che chiedevano provvedimenti più stringenti, anche tra gli stessi Tory. Da qui l'accelerazione.

Immunità di gregge?

È stato il 12 marzo che si è parlato per la prima volta di immunità di gregge e questo tema ha dominato in parte il dibattito, ma la strategia annunciata non si limitava alla diffusione tollerata del contagio (qui il video completo della conferenza stampa), come molti hanno erroneamente creduto (e scritto, soprattutto in Italia). Lo stesso giorno si è parlato chiaramente della necessità di prendere “misure draconiane” ma di farlo “al momento giusto”. Da una parte per dare più tempo, e respiro, all'economia, e dall'altra per preparare la popolazione e non stancarla troppo. Se la quarantena viene imposta troppo presto “l'impegno delle persone viene a mancare quando siamo quasi al picco, cioè quando ne abbia più bisogno”, affermò Whitty secondo cui le famose “misure draconiane” dovevano scattare “nell'ultimo momento ragionevole in modo che le persone siano focalizzate quando è più necessario”. “Sarà una cosa difficile da fare, ve ne accorgerete. E per questo non possiamo chiedere ai nostri cittadini di farlo più di quanto non sia ritenuto ragionevole”, aggiunse l'esperto.

Cittadini condotti verso il lockdown

E così da allora i britannici sono stati portati prima pian piano, e poi sempre più a tappe forzate, fino alla decisione di ieri sera. Prima sono stati annullati tutti i grandi eventi pubblici, poi mercoledì scorso è stata disposta la chiusura delle scuole (a partire però da ieri) lasciandole aperte per i figli dei “lavoratori strategici”, cioè personale medico e di polizia, in modo da lasciarli liberi di fare il proprio lavoro. Poi la quarantena a tempo indeterminato delle categorie a rischio: over 70, donne incinte e persone con altre malattie gravi. Quarantena di 14 giorni disposta anche per chi ha sintomi del Covid-19, e per tutti quelli che vivono in casa con lui. In generale tutti erano invitati a uscire il meno possibile ed evitare attività “non essenziali”. Intanto il numero di persone nelle strade diminuiva (così come quello dei generi alimentari nei supermercato, assaltati per il 'panic shopping'), ma non abbastanza. Si moltiplicavano contemporaneamente le iniziative di solidarietà dal basso.

La chiusura dei pub

E così venerdì è stato compiuto un ulteriore passo: chiusi pub, bar e ristoranti (permesso solo il take away), ma anche cinema, teatri e palestre. Il giorno dopo poi il primo avvertimento che si stava arrivando al peggio. “Restate a casa sennò finiremo come l'Italia”, ha detto Johnson che domenica ha poi lanciato l'ultimo allarme a una popolazione che si dimostrava disciplinata in parte, ma che si riversava ancora troppo in strade e parchi: o restate a casa da soli o saremo costretti a prendere misure più drastiche.

La quarantena

E alla fine il "momento giusto" per le "misure draconiane" è arrivato e le maniere dure sono state decise appena un giorno dopo, ieri. Lo scopo della quarantena è “salvare vite”, ripete il premier, bisogna ridurre la diffusione del contagio ed evitare il sovraffollamento eccessivo degli ospedali, che è spesso la causa di morte per molti pazienti che non riescono a ricevere le cure necessarie.

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Attrezzare l'Nhs

Da settimane Londra ha lanciato una corsa contro il tempo per attrezzare l'Nhs, il servizio sanitario nazionale, provato dall'austerità voluta proprio dai Conservatori di Johnson negli anni passati. Per farlo sono stati richiamati in servizio 7.400 pensionati, tra medici e infermieri. Alcuni di loro potrebbero dover solamente rispondere all'111, il numero di emergenza, e fare diagnosi telefoniche, la prima scrematura dei casi. Ma così liberano energie necessarie negli ospedali. Interi reparti degli ospedali sono stati riconvertiti, da aprile sono state annullate tutte le operazioni non urgenti. Il piano d'azione punta a liberare 30mila degli attuali 100mila letti a disposizione.  Grazie a un accordo con il sistema privato sono in arrivo altri 8mila posti letto, circa 1.200 respiratori, più di 10mila infermieri, oltre 700 medici e oltre 8mila altri membri del personale medico. La maggior parte a Londra che sarà l'epicentro del contagio. Infine è stato chiesto uno sforzo straordinario all'industria per produrre altri respiratori. “Chiunque li produrrà, noi li compreremo”, ha promesso il governo. Al momento sono circa 5mila, l'obiettivo è arrivare a 20mila. Lo sforzo messo in campo sembra imponente, ma se sarà sufficiente ad affrontare l'emergenza lo si scoprirà soltanto nelle prossime settimane.

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