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Sabato, 18 Maggio 2024
La protesta / Polonia

Perché la battaglia degli agricoltori polacchi riguarda anche l'Italia

I trattori bloccano la frontiera per chiedere la fine delle esenzioni doganali sul grano ucraino, ma la partita sul lungo periodo si giocherà sui fondi della Pac, di cui Kiev otterrebbe una grossa fetta se entrasse nell'Ue

La protesta degli agricoltori polacchi, che stanno chiedendo maggiori controlli sulle importazioni di grano dall'Ucraina, sembra aver avuto successo nel mettere pressione sul governo di Varsavia. Ma quella che stanno combattendo i trattori in Polonia è una battaglia che tocca da vicino anche l'Italia: riguarda la prospettiva dell'ingresso di Kiev nell'Unione, e le conseguenze che questo avrebbe sulla ridistribuzione dei fondi per la politica agricola di Bruxelles. 

Sciopero generale

Da venerdì scorso gli agricoltori polacchi hanno avviato uno sciopero generale di un mese per protestare sia contro le nuove norme europee del Green deal che contro il governo nazionale, accusato di non fare abbastanza per tutelare la categoria. 

Tra le principali richieste del settore c'è quella di introdurre maggiori controlli sulle derrate alimentari (soprattutto cerealicole) in ingresso dall'Ucraina, che stanno inondando i mercati degli Stati membri con prodotti a basso costo danneggiando i produttori locali. Lanciando lo sciopero a inizio febbraio, il sindacato degli agricoltori ha bollato come "inaccettabile" la decisione di Bruxelles di prorogare la sospensione dei dazi doganali sulle merci provenienti dal Paese in guerra fino al giugno 2025.

Così, presidi di trattori hanno iniziato a bloccare diversi valichi di frontiera, e la situazione si è fatta più tesa nella giornata di domenica quando dei manifestanti hanno fermato tre camion ucraini rovesciandone a terra il carico nei pressi del checkpoint Dorogusk-Yagodin. 

Varsavia annuncia nuove misure

Alle proteste di Kiev hanno fatto seguito le scuse formali del ministro all'Agricoltura di Varsavia, Czeslaw Siekierski (membro del partito ruralista Psl), che ha parlato della "situazione eccezionalmente difficile" dei contadini polacchi, descrivendo l'assalto al convoglio ucraino come "un atto di disperazione", ma senza condannarlo direttamente. E il suo dicastero ha annunciato che verranno avviati dei controlli sulla qualità dei cereali che entrano nel Paese dall'Ucraina. Fonti dell'esecutivo hanno sottolineato che il sostegno della Polonia alla resistenza ucraina contro l'aggressione russa non può giungere a spese degli agricoltori polacchi. 

Il nodo della Pac

Ma come dicevamo la battaglia degli agricoltori polacchi non riguarda solo il loro Paese. Il tema è quello dell'ingresso dell'Ucraina in Ue: quando (e se) avverrà, il blocco guadagnerà un membro dalla forte vocazione agricola, esportatore di cereali in tutto il mondo. Oltre alle rimodulazioni delle contribuzioni nazionali al bilancio comunitario (che vedrebbe i cosiddetti contributori netti versare ancora più soldi nelle casse europee e riceverne indietro ancora meno, dato che il Pil ucraino è più basso della media Ue), dunque, questo significherà anche rivedere le due voci più corpose del bilancio stesso, cioè la Politica agricola comune (Pac) e i fondi di coesione per lo sviluppo regionale. 

Se restassero invariati gli attuali criteri di ripartizione, l'Italia (che è tra i maggiori beneficiari di entrambe le politiche, insieme proprio alla Polonia) vedrebbe contrarsi i finanziamenti di Bruxelles. Il quotidiano britannico Financial Times cita le stime sull'agricoltura, i cui fondi vengono ripartiti principalmente sulla base della superficie agricola degli Stati membri. Kiev, che dispone di 41 milioni di ettari di campi, incasserebbe oltre 96 miliardi di euro per i sette anni del budget pluriennale. 

Considerato che con l'Ucraina potrebbero entrare diversi altri Paesi (Georgia, Moldavia e i Balcani occidentali), la parte restante della torta sarebbe nettamente inferiore ai 386,6 miliardi che i Ventisette si spartiscono attualmente. Secondo questo studio, gli attuali Paesi Ue perderebbero circa il 20% dei finanziamenti su cui hanno potuto contare finora. Per l'Italia, vorrebbe dire rinunciare a circa 8 dei 38,7 miliardi previsti dal bilancio 2021-2027.

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