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Domenica, 16 Giugno 2024
Lo studio / Ucraina

Cosa cambia per l'Italia se l'Ucraina entra nell'Ue

Un documento della Commissione stima l'impatto finanziario dell'allargamento sugli attuali Stati membri: uscite più alte, e meno fondi per agricoltori e regioni

L'Unione europea potrebbe dare il via libera ai negoziati per l'adesione dell'Ucraina già entro la fine dell'anno. Si tratterebbe di un passo avanti deciso per un processo che potrebbe concludersi nel 2030, stando a quanto dichiarato in un'intervista dal presidente del Consiglio Ue, Charles Michel. Entro sei anni, dunque, il blocco potrebbe allargarsi dagli attuali 27 membri a 35 Paesi. Già, perché con il suo ingresso Kiev trascinerebbe con sé anche la Moldavia e i sei Paesi dei Balcani occidentali (tra cui Albania e Macedonia del Nord) che già prima dell'Ucraina avevano ricevuto lo status di candidati. Un allargamento notevole, che inciderà non solo sugli equilibri interni dell'Ue, ma anche sui bilanci dei governi e sui fondi assegnati da Bruxelles ad agricoltori e regioni. Con l'Italia destinata a versare di più, e a ricevere meno fondi. 

Il vertice di Granada

A fare i conti in tal senso sono stati i funzionari della Commissione europea, che hanno elaborato una serie di stime sulle conseguenze finanziarie dell'adesione dell'Ucraina e degli altri candidati. Il documento arriverà al tavolo dei leader Ue che si riuniranno questa settimana a Granada, in Spagna, dove incontreranno anche i rappresentanti dei Paesi candidati. E sicuramente, le cifre snocciolate animeranno non poco il dibattito tra chi è favorevole all'allargamento, e chi invece tira il freno a mano.

Secondo quanto riporta il Financial Times, che ha visionato in anteprima il documento, con un'Europa a 36 (nei calcoli viene citata anche la Georgia) il bilancio attuale dell'Ue aumenterebbe del 21%, arrivando a 1.470 miliardi di euro su sette anni. Certo, i nuovi Stati membri pagheranno la loro fetta di contributo alle casse comuni. Ma poiché i versamenti dei Paesi al bilancio comune di Bruxelles dipendono dal proprio reddito nazionale lordo (ossia dalla loro ricchezza), i nuovi partner, tutti più poveri rispetto agli attuali 27, avranno un assegno relativamente più basso. In compenso, riceveranno dall'Ue, attraverso i fondi europei come quelli per l'agricoltura e la coesione territoriale, più denaro di quello che versano (saranno dei "beneficiari netti", come si dice in gergo). 

Nulla di nuovo sotto il ponte, sia chiaro. Era già successo con l'allargamento a Est con Polonia, Romania, Ungheria e Bulgaria, che da anni ricevono decisamente più risorse Ue di quelle che versano. Ed è successo di recente con l'Italia, che grazie alle risorse straordinarie del Pnrr, ha perso per il momento lo status di "contributore netto", ossia di chi mette nel bilancio europeo meno di quanto riceve. Queste sono le regole, e finora hanno funzionato. Ma il rischio che l'Europa a 35 (o 36) faccia fatica a trovare una quadra è più che concreto.

L'impatto sull'agricoltura

Innanzitutto, ci sono i contraccolpi per i Paesi più ricchi, tra cui le frugali Germania e Olanda, che vedrebbero aumentare notevolmente la forbice (già negativa) tra uscite ed entrate. Anche l'Italia farebbe parte del novero di chi vedrà crescere il proprio contributo all'Ue. C'è poi il capitolo della ripartizione delle due principali voci del bilancio europeo, la Politica agricola comune (Pac) e la politica di coesione (i fondi per le regioni). Applicando gli attuali criteri di ripartizione, l'Italia (che è tra i maggiori beneficiari di entrambe le politiche) vedrebbe contrarsi i finanziamenti di Bruxelles. 

Il Financial Times cita le stime sull'agricoltura, i cui fondi vengono ripartiti principalmente sulla base della superficie agricola dei singoli Stati. L'Ucraina, che ha 41 milioni di ettari di campi, incasserebbe 96,5 miliardi di euro per sette anni (la durata del bilancio pluriennale). Considerati gli altri Paesi di nuovo accesso, la parte restante della torta sarebbe nettamente inferiore agli attuali 386,6 miliardi che i 27 Stati membri si spartiscono. Secondo lo studio, gli attuali membri perderebbero circa il 20% dei finanziamenti. Per l'Italia, vorrebbe dire rinunciare a circa 8 miliardi dei 38,7 previsti dal bilancio in corso.

Il sostegno all'allargamento

Come si è visto di recente con le misure del Green deal, per diversi governi Ue gli agricoltori rappresentano un blocco più che sensibile. Le proteste degli allevatori in Olanda contro i tagli agli allevamenti (sostenuti da Bruxelles) hanno stravolto il panorama politico e contribuito alle dimissioni del premier Mark Rutte. In Polonia, il governo più filo-ucraino d'Europa ha aperto uno scontro diplomatico con Kiev quando i suo agricoltori sono scesi in piazza contro l'invasione del grano dall'Ucraina. Ecco perché le ricadute sui fondi della Pac sono motivo di preoccupazione per la Commissione europea. La questione "dovrà essere affrontata in modo approfondito anche affinché questo nuovo allargamento venga almeno accettato, se non sostenuto dai nostri cittadini", si legge nel documento.

Certo, Bruxelles ricorda che "per diverse politiche le opportunità possono superare i costi/rischi e l’allargamento porterà benefici agli attuali Stati membri". Ma come avvenuto già in passato, e come accade tuttora, nel dibattito pubblico si fa fatica a far emergere i vantaggi di far parte dell'Ue. Mentre è decisamente più facile cavalcare il sentimento antieuropeista. Tanto più quando di mezzo ci sono i soldi pubblici. 

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