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Lunedì, 3 Ottobre 2022
Unione europea

Storica prova di democrazia o gigantesco spreco: cosa ne sarà della Conferenza sul futuro dell’Europa?

I cittadini hanno elaborato 49 proposte di riforma dell’Ue, aprendo alla revisione dei trattati. Ma 13 Paesi membri hanno già raffreddato gli entusiasmi

Con una solenne cerimonia al Parlamento europeo di Strasburgo, si è conclusa la Conferenza sul futuro dell’Europa, il “più grande esercizio di democrazia della storia dell’Ue” secondo uno dei suoi principali sponsor, il presidente francese Emmanuel Macron, che ne ha chiuso formalmente i lavori oggi insieme alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quella dell’Eurocamera Roberta Metsola. Ma la domanda che comincia a circolare adesso è: “A cosa è servita?”.

Nelle puntate precedenti

La Conferenza (Cofoe nell’acronimo in inglese) è partita il 9 maggio 2021, a 71 anni dalla Dichiarazione di Schuman e a 15 anni dal Trattato di Lisbona, per ridefinire le priorità politiche dell’Ue e orientarne l’azione nel prossimo futuro. Per perseguire questo obiettivo, sono stati coinvolti i cittadini attraverso una piattaforme multilingue dove ogni cittadino europeo poteva caricare le sue idee e proposte, stimolando eventi nei Ventisette. Ma soprattutto 800 cittadini estratti a sorte sono stati diretti protagonisti del dibattito pan-europeo che ha riguardato diverse tematiche, dal cambiamento climatico alla migrazione.  

I cittadini sono stati divisi in 4 panel (200 membri ciascuno) e hanno elaborato una prima serie di 178 raccomandazioni. Quindi, 80 “ambasciatori” (20 per ogni panel) si sono uniti a eurodeputati, parlamentari degli Stati membri, rappresentanti delle istituzioni Ue, dei governi nazionali e della società civile: la plenaria della Cofoe così composta ha dunque elaborato una relazione finale contenente 49 proposte. Tale relazione, nella speranza dei fautori della Cofoe e dei cittadini che vi hanno partecipato, dovrà fungere da base per il lavoro legislativo di Commissione, Parlamento e Consiglio nei prossimi anni.

Ciascuna istituzione esaminerà nel dettaglio il contenuto concreto delle proposte, valutando caso per caso cosa può essere fatto a trattati vigenti e capire come farlo. E qui sta il nodo più problematico: diverse proposte richiedono la modifica dei trattati per essere realizzate, ad esempio il diritto d’iniziativa legislativa all’Eurocamera o l’abolizione del voto ad unanimità al Consiglio. Lo stesso Parlamento, la settimana scorsa, ha iniziato a mostrare i muscoli dichiarando l’imminente attivazione dell’articolo 48, con cui intende incaricare il Consiglio del lancio di una convenzione per avviare la revisione delle leggi fondamentali. E tanto von der Leyen  e Metsola quanto Macron, sulla scorta di quanto già dichiarato dal premier italiano Mario Draghi la settimana scorsa proprio a Strasburgo, hanno fatto sapere di essere d’accordo.

Il fronte del no

Ma si è già formato un fronte di 13 Paesi (Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia e Svezia), cui potrebbero aggiungersene altri (magari l’Ungheria), che mettono in discussione i risultati della Conferenza. “Mentre non escludiamo alcuna opzione in questa fase, non sosteniamo i tentativi sconsiderati e prematuri di lanciare un processo verso il cambiamento del trattato”, si legge nel documento. “Abbiamo già un’Europa che funziona. Non abbiamo bisogno di precipitarci in riforme istituzionali per ottenere risultati”.

Tra le accuse avanzate dai governi nazionali c’è quella, rivolta proprio all’Aula di Strasburgo, di aver dirottato la Conferenza per portare avanti la propria agenda istituzionale: “Purtroppo durante tutto il processo, il Parlamento europeo ha strumentalizzato la conferenza per perseguire i suoi interessi istituzionali, per esempio avere l’ultima parola sul bilancio, il diritto di iniziativa legislativa, il processo Spitzenkandidaten”, ha dichiarato un diplomatico. “Non abbiamo sentito i comuni cittadini europei chiedere tali cambiamenti istituzionali. A loro interessano risultati politici concreti”, avrebbe aggiunto. Eppure, tra le 49 proposte approvate per consenso da tutte le componenti della plenaria Cofoe (quindi anche dai governi nazionali), ci sono anche queste. E le proposte sono state negoziate da tutte le componenti politiche della plenaria (quindi anche dal Consiglio) insieme con i cittadini, parola per parola e riga per riga.

Ora, è probabile che il Consiglio sarà attraversato da mal di pancia d’una certa portata: se da un lato la “fronda” dei governi contrari a riforme di ampio raggio rischia di allargarsi, dall’altro gli Stati più grandi sembrano uniti sulla necessità di un cambio di passo per portare l’integrazione europea ad un livello successivo. Come ribadito da Draghi la settimana scorsa, le crisi della pandemia e della guerra in Ucraina hanno mostrato il bisogno di ripensare a come funziona l’Ue, per permetterle di rispondere meglio alle sfide del nostro tempo. E Francia e Germania la pensano allo stesso modo. Ma, anche se venisse avviato, il processo di riforma eventualmente innescato dall’avvio di una convenzione potrebbe rimanere incagliato per anni: del resto, ce ne sono voluti diversi per sbloccare il contenuto del Trattato di Lisbona, e con la guerra alle porte dell’Europa e i costi della vita che schizzano alle stelle non sono poche le cancellerie insofferenti a sedersi al tavolo delle riforme istituzionali.

Il costo della democrazia

Quello che è certo ad oggi è che la Conferenza è stata una grande spesa per i contribuenti europei, anche se non sono ancora chiare le cifre investite. Per ora possiamo contare su stime parziali delle istituzioni Ue, che non hanno istituito una linea di bilancio apposita per la Cofoe ma hanno attinto dai propri budget. Ed in maniera molto diversa: circa 22 milioni dalla Commissione, meno di 2 milioni dal Parlamento (il quale tuttavia ha messo a disposizione la sua sede di Strasburgo nonché il suo staff). E ci sono molti costi difficilmente quantificabili, come il lavoro del segretariato comune, composto da funzionari delle tre istituzioni che non ricevono un compenso extra rispetto al loro salario. Ai Paesi membri è poi stato richiesto di finanziare gli eventi e i panel nazionali, che però sono stati allestiti soltanto da una manciata di Stati: Germania, Francia, Italia, Belgio, Lituania e Paesi Bassi. Altre istituzioni, come il Comitato economico e sociale europeo e il Comitato europeo delle regioni hanno contribuito finanziando i singoli eventi da loro promossi nella cornice della Cofoe.

Ma tra la piattaforma digitale multilingue (da sola costata circa 2,6 milioni), le diarie per i cittadini (dai 70 ai 140 euro ciascuno) e i loro trasferimenti comprensivi di vitto e alloggio (non solo a Strasburgo ma anche in quattro città europee dove si sono tenuti altrettanti incontri dei panel) e soprattutto i servizi di traduzione per consentire lo svolgimento dei lavori, quello della Conferenza è stato uno sforzo finanziario non indifferente per l’Ue, intensificatosi enormemente a partire da settembre, quando i cittadini hanno iniziato a prendere parte nel processo. Costi che sono stati portati sotto la lente d’ingrandimento dai gruppi della destra europea all’Eurocamera, soprattutto i Conservatori e riformisti (Ecr), che si sono peraltro sfilati dall’iniziativa della Cofoe in polemica contro la non rappresentatività tanto dei cittadini selezionati tramite sorteggio quanto delle proposte emerse da questo anno di confronti e negoziazioni.

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