Altro che Mes, l'Italia pronta a rinunciare anche ai prestiti del Recovery fund

Secondo il quotidiano El Pais, il governo spagnolo è pronto a rinunciare ai 70 miliardi di crediti previsti da Bruxelles e ad "accontentarsi" delle risorse a fondo perduto del piano anticrisi. Lo stesso potrebbe fare il nostro Paese: ecco perché

A sinistra il premier spagnolo Pedro Sanchez, a destra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte in una foto del 2018

Mentre in Italia si continua a dibattere sull'opportunità o meno di richiedere i prestiti del Mes, dalla Spagna arriva l'indiscrezione di un possibile 'fronte del Sud' pronto a rinunciare anche a quelli del Recovery fund, più corposi e ritenuti finora meno rischiosi rispetto a quelli del Meccanismo europeo di stabilità. Secondo l'autorevole quotidiano "El Pais", il governo di Madrid sembra intenzionato a non attivare tale linea di credito. Una linea che sempre secondo il giornale, che ha consultato fonti della Moncloa (sede della presidenza del governo spagnolo), stanno valutando anche Italia, Portogallo e Francia. 

La Spagna è, dopo l'Italia, il secondo maggiore beneficiario del Recovery fund, che prevede un mix di risorse a fondo perduto (dunque da non restituire a Bruxelles) e di prestiti. A Madrid dovrebbero andare 72,7 miliardi di aiuti diretti e quasi 70 miliardi di prestiti. I prestiti previsti dell'Italia ammontano a ben 127 miliardi (a fronte di poco più di 81 miliardi di risorse a fondo perduto). I prestiti del Recovery fund della Commissione europea, a differenza di quelli del Mes (che ricordiamo non è una istituzione Ue ma un fondo mutualistico partecipato dai governi europei), sono elargiti sulla base dei bond emessi sul mercato con le garanzie di tutti i 27 Paesi membri. 

Secondo gli accordi sul Recovery fund, la Commissione europea permette di contrarre prestiti a tassi agevolati fino al luglio 2023. La restituzione dovrà avvenire a partire dal 2028. Secondo l'intento di Bruxelles, i tassi d'interesse a carico degli Stati membri potrebbero venire coperti (in parte o in toto) con le le risorse proprie dell'Ue, ossia entrate fiscali raccolte direttamente dalla Commissione (come la tassa sulla plastica o sulle multinazionali e le industrie inquinanti, tutte ancora in discussione).

Detta così, sembrerebbe una panacea. Ma a quanto pare, almeno il governo spagnolo non sembra fidarsi molto delle cosidette 'condizionalità', ossia delle clausole connesse al Recovery fund. Secondo il commissario Ue all'Economia, Paolo Gentiloni, tali clausole riguardano il 'semplice' rispetto degli impegni che i vari Stati membri prendono nell'ambito del semestre europeo, ossia quando danno il via libera alle raccomandazioni annuali di Bruxelles su stabilità finanziaria e crescita. Il fatto, come sottolineato di recente dalla Corte dei conti europea, è che i Paesi (Italia in primis) non rispettano tali raccomandazioni nella maggior parte dei casi. E il rischio, sollevato dagli esperti consultati da El Pais, è che le clausole del Recovery fund possano servire proprio a costringere i governi a seguire più diligentemente i 'consigli' (o 'diktat' secondo gli euroscettici) della Commissione. "C'è il sospetto che prima o poi Bruxelles chiederà ancora una volta aggiustamenti ai Paesi che hanno il loro debito alle stelle", scrive il quotidiano spagnolo.

Secondo El Pais, a rendere meno appetibili i prestiti del Recovery fund ci sono anche altri due fattori: il bazooka della Banca centrale europea  "ha ridotto al minimo i tassi di interesse sul proprio debito pagati" dai Paesi dell'Euro, tanto che "il Tesoro spagnolo e quello italiano hanno emesso questa settimana obbligazioni a interesse negativo". Per Madrid e Roma, dunque, per ora è più conveniente emettere i propri bond senza ricorrera a quelli di Bruxelles. Altra questione riguarda "la capacità amministrativa", ossia la preoccupazione di non riuscire a spendere tutti i fondi ricevuti da parte degli stessi governi del Sud Europa, tra i meno abili, per esempio, nell'utilizzare i tradizionali fondi Ue come quelli per la coesione. 

Per tutte tali ragioni, la Spagna potrebbe rinunciare nell'immediato a chiedere i prestiti, e semmai attingere al debito comune Ue in extremis, per il periodo 2024-2026, per ridurre la crescita del debito pubblico. Ma solo "se ne avremo bisogno", dice una fonte a El Pais. Il governo di Madrid, guidato da una coalizione tra socialisti e sinistra, non ha ancora formalizzato tale decisione, mentre il Portogallo (anch'esso guidato dal centrosinistra) è stato più esplicito nel suo intento di rinunciare ai prestiti del Recovery fund. E l'Italia? "Il rischio reale è che il macro-stimolo europeo sia molto più basso di quanto concordato a luglio e questo offuschi le prospettive economiche", ha affermato Lorenzo Codogno, ex dirigente generale al Dipartimento del Tesoro italiano, aggiungendo un altro elemento di dubbio sul primo vero esperimento di debito comune dell'Ue. Chissà se gli attuali dirigenti del nostro Tesoro la pensano allo stesso modo.

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