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Mercoledì, 29 Giugno 2022
Oro blu / Italia

L'Italia pensa a terminali galleggianti per importare il gas liquido dagli Usa (e non solo)

È corsa ai rigassificatori in tutta Europa: ecco cosa sono, come funzionano e chi li vuole installare

Per ridurre la propria dipendenza dal gas russo, l'Unione europea sta guardando con crescente interesse al gas naturale liquefatto (gnl). C'è l'accordo con gli Stati Uniti, che ha promesso di fornire entro il 2030 ben 50 miliardi di metri cubi di gnl all'anno. E ci sono altri Paesi, come Qatar o Nigeria, dove per esempio l'Eni ha già rapporti consolidati sul gas. Tuttavia, importare metano liquido richiede infrastrutture particolari di cui pochi in Ue dispongono. Per questo alcuni Paesi, Italia compresa, stanno correndo contro il tempo per dotarsi di terminali ad hoc che consentano di ricevere il gnl e di distribuirlo poi attraverso le reti esistenti.

Metano liquido

Il gnl è un combustibile molto versatile che arriva dalla liquefazione a freddo del metano a -160ºC: questo permette una riduzione del suo volume di circa 600 volte, rendendolo più pratico da trasportare. D’altra parte, queste operazioni rendono il gnl fino a 5 volte più costoso del metano gassoso. Se quest’ultimo viene trasportato attraverso i gasdotti, quello liquido viene stivato in speciali navi cisterna (dette metaniere) che lo trasportano via mare, percorrendo distanze proibitive per le tubature sottomarine. Ma sia per caricarlo sulle metaniere che, soprattutto, per scaricarlo e stoccarlo occorrono dei terminali ad hoc, di cui i Paesi europei sono sostanzialmente sprovvisti.

Rigassificatori

Si tratta dei rigassificatori: delle strutture che permettono di far tornare il gnl al suo stato aeriforme originale per poterlo pompare nei gasdotti tradizionali e distribuirlo lungo le griglie energetiche. Questi impianti possono essere costruiti sulla terraferma (onshore), al largo della costa (offshore) oppure “montati” su speciali metaniere galleggianti. Nell’ultimo caso, i rigassificatori hanno il vantaggio di essere mobili e di poter essere quindi spostati una volta terminato l’utilizzo. Senza aspettare i tempi di costruzione degli impianti onshore, che oscillano in media tra i 2 e i 5 anni (le metaniere possono essere operative entro 18 mesi). E costano meno: tra i 50 e i 200 miliardi di dollari, anche se la grande richiesta che verrà dai Paesi europei farà probabilmente lievitare i prezzi, visto che di queste stazioni galleggianti ce ne sarebbero solo 33 in tutto il mondo.

Lo stato dell’arte

A oggi, la Spagna è il Paese Ue con più rigassificatori (e dunque la maggior capacità di accogliere il gnl dall’estero). Ma il problema di fare della penisola iberica l’hub energetico dell’Ue sta nella mancanza dei collegamenti da un versante all’altro dei Pirenei: la Spagna non è allacciata alle reti continentali di gasdotti (il Midcat doveva ovviare a questo “collo di bottiglia” ma è stato bocciato anni fa dai regolatori francesi e spagnole). Secondo il Messaggero, la battaglia dell’oro blu è appena iniziata, e ridisegnerà le rotte dell’approvvigionamento energetico ed il percorso delle arterie di distribuzione del Vecchio continente.

Diversi Paesi Ue vogliono infatti dotarsi di nuovi impianti per diversificare le proprie importazioni energetiche e rendersi indipendenti dal metano di Mosca. La Germania apre la fila, essendo lo Stato membro più dipendente dal gas russo. Il controverso gasdotto Nord Stream 2 non rifornirà Berlino, che cercherà quindi di recuperare il gas norvegese. Per ora c’è solo un modesto impianto di rigassificazione ad Amburgo. Due terminali gnl sono in costruzione ma non saranno operativi prima di (almeno) due anni, così il governo ha dato il via libera all’acquisto di tre rigassificatori. Anche Francia e Grecia hanno avviato le trattative per l’acquisto e l’affitto delle stazioni galleggianti.

E l’Italia?

Sulla carta, il nostro Paese è in una posizione vantaggiosa: oltre ad essere naturalmente proteso verso i produttori del Mediterraneo (Algeria, Libia ed Egitto in primis), dispone di gasdotti ben collegati alla rete europea e che possono invertire il flusso del gas, spedendolo verso gli altri Stati membri anziché solamente riceverlo (come accaduto lo scorso inverno, quando abbiamo venduto il gas azero che ci arriva dal Tap salentino a Svizzera, Germania e Francia).

Piuttosto, nello stivale scarseggiano gli impianti di rigassificazione. Al momento ce ne sono 3: a Rovigo, a Livorno e a Panigaglia (La Spezia). Insieme, coprono circa il 20% del fabbisogno nazionale di gas. Come annunciato dal primo ministro Mario Draghi a margine dell’ultimo Consiglio europeo a Bruxelles, l’Italia sta cercando altri due rigassificatori galleggianti per accogliere il gnl promesso da Washington. Secondo l’ex-numero uno della Bce, entro la prossima settimana avremo un piano di rigassificazione dettagliato.

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