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Martedì, 24 Maggio 2022
Dipendenza energetica

Perché portare il gas americano in Europa non sarà una passeggiata

Nel breve periodo per gli Usa è difficile aumentare le esportazioni, e in vari Stati mancano le infrastrutture per la ricezione. Ma non sono da sottovalutare anche i rischi ambientali

Gli Stati Uniti si sono impegnati ad inviare più gas naturale liquefatto (gnl) agli alleati europei, per aiutarli ad abbandonare la loro dipendenza dal gas russo. Tuttavia, ci sono diversi motivi per cui il gas made in Usa difficilmente “inonderà” l’Europa nel breve periodo. Il problema è soprattutto infrastrutturale: non ci sono abbastanza terminal ad hoc (né per l’export né per l’import), e le capacità di ricezione, stoccaggio e distribuzione dei Ventisette sono limitate. Rimane poi aperta la questione ambientale: secondo gli esperti, puntare su questa fonte energetica rischia di deragliare gli obiettivi climatici Ue.

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Cooperazione energetica

Il presidente statunitense Joe Biden e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno annunciato la creazione di una task force congiunta per ridurre la dipendenza dell’Ue dai combustibili fossili della Russia e per rafforzare la sicurezza energetica europea. Nel quadro della rinnovata cooperazione energetica transatlantica, Washington si è impegnata a fornire ai partner europei 15 miliardi di metri cubi (bcm) di gnl entro la fine del 2022 (in aggiunta ai volumi già concordati in precedenza), cui si aggiungeranno ulteriori 50 bcm annui (oltre ai contratti esistenti) fino al 2030. Dal canto suo, Bruxelles provvederà a ridurre la domanda di gas naturale nel breve periodo e a mantenerla stabile nel medio periodo per garantire stabilità al mercato. Il tutto mantenendosi in linea con gli obiettivi climatici dell’Ue.

Problemi tecnici

Ma non sarà così semplice. Come riporta il New York Times, gli esportatori statunitensi operano già al massimo della loro capacità produttiva e hanno già contratti di fornitura con altri clienti, ai quali dovrebbero sottrarre alcune esportazioni per dirottarle verso il Vecchio continente. In parte questo sta già avvenendo: il 34% dell’export americano di gnl è arrivato in Europa nel 2021, mentre quest’anno si sono già sfiorati i 3/4 (circa 4,4 bcm solo a gennaio). Ciò è stato possibile grazie alla pressione di Washington sugli alleati del Pacifico, come Giappone e Corea del Sud, che hanno accettato di ridurre le proprie importazioni di gas Usa.

Ma rimane un altro problema: il gnl è metano che viene liquefatto tramite raffreddamento e dunque esportato su apposite navi cisterna. Questo richiede terminal attrezzati adeguatamente sia per il carico delle cisterne sia per lo scarico, lo stoccaggio e la rigassificazione del gnl, per poterlo pompare nei gasdotti tradizionali. Secondo gli esperti, la costruzione delle infrastrutture necessarie sulle due sponde dell’Atlantico richiederebbe da 2 a 5 anni.

Fratturazione idrica

Gli Stati Uniti sfruttano lo shale gas e lo shale oil (il metano ed il petrolio estratti dalle rocce argillose) già da diversi anni. Nel 2021 erano sul podio dei principali esportatori di gnl (insieme ad Australia e Qatar), e dovrebbero diventare il primo produttore globale entro la fine di quest’anno. Ma come avviene l’estrazione? Queste risorse sono considerate non convenzionali per la difficoltà di raggiungere i giacimenti. Anziché quelle verticali (come nei pozzi di petrolio tradizionali), si ricorre a trivellazioni orizzontali tramite la tecnica dell’hydrofracking, cioè della fratturazione idraulica. Il fracking consiste in sintesi nell’iniezione di una soluzione ad alta compressione di acqua e sabbia negli strati rocciosi per spaccarli: la frattura libera il metano intrappolato in esse, che viene dunque raccolto e immagazzinato.

I problemi ambientali

Tuttavia il fracking ha i suoi impatti ambientali. A livello del suolo, il fracking aumenta il rischio idrogeologico e può provocare eventi sismici vicino ai siti di trivellazione. Inoltre, c’è il problema della contaminazione delle falde acquifere e delle grandi quantità d’acqua necessarie alla fratturazione idrica. Infine, una quota (seppur minima) del gas che fuoriesce dalla fratturazione viene immessa nell’atmosfera, contribuendo all’effetto serra. Senza contare che il metano liquefatto resta pur sempre un combustibile fossile, per quanto l’Ue lo consideri necessario per la transizione ecologica dato che inquina meno di carbone e petrolio.

Quali alternative?

Secondo diversi esperti di energia, anziché rischiare di rimanere “bloccata” con il gas naturale per i prossimi anni, Bruxelles dovrebbe puntare decisamente sulle fonti rinnovabili, partendo da un’implementazione seria del pacchetto “Fit for 55”.

Senza perdere tempo e soldi nella costruzione di infrastrutture per l’importazione e lo stoccaggio di gnl, sostengono, ci sono soluzioni a portata di mano per uscire dalla dipendenza energetica da Mosca già nel 2025. Queste includono l’elettrificazione, il ricorso a eolico e solare, il risparmio e l’efficientamento energetici e la diffusione delle pompe di calore. Senza contare che abbandonare gli idrocarburi significa mettersi al riparo dall’inevitabile volatilità del loro mercato.

Anche in questa partita Washington potrebbe ancora giocare un ruolo chiave aumentando l’export di prodotti che aiutino la transizione verde e inviando chiari segnali di mercato che indichino che la prima economia mondiale sta abbandonando le fonti fossili.

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