Guerra fredda Usa-Cina sull’origine del coronavirus. Missouri e Mississippi fanno causa a Pechino

Donald Trump, dall’inizio della crisi sanitaria, ha lodato il Governo cinese in 15 occasioni ufficiali. Rapporti diplomatici KO dopo le ultime accuse sull’origine del Covid “nei laboratori di Wuhan”

Un report “schiacciante” che inchioderebbe la Cina di fronte alle sue responsabilità sull’origine e la propagazione del virus Covid-19. È questa l’ultima promessa di Donald Trump nella guerra fredda - ma già incandescente nei toni - fra Pechino e Washington sulla crisi del coronavirus. Le parole di Trump seguono quanto affermato dal segretario di Stato Mike Pompeo, che si è detto convinto dell’esistenza di “un enorme ammontare di prove che questo (virus, ndr) arrivi da un laboratorio di Wuhan”. “Bugiardo” è stata la reazione a caldo di un editoriale dell’agenzia di stampa cinese Xinhua, seguita da epiteti che vanno da “pazzo” a “malvagio” indirizzati dai media di Pechino al responsabile degli Esteri dell’amministrazione americana. 

I contrattacchi dalla Cina, per il momento, non hanno convinto la Casa Bianca a presentare pubblicamente le “prove” dell’origine artificiale del virus. Ciononostante, ben due procuratori generali di altrettanti Stati Usa - il Missouri e il Mississippi - hanno già deciso di portare il Governo cinese in tribunale per ottenere da Pechino un risarcimento nell’ordine delle “decine di miliardi di dollari” risultanti da “un'analisi preliminare di un economista dell'Università del Missouri” sulla “stima dell'impatto economico della pandemia”. 

Tra chi dovrebbe pagare tale cifra, secondo l’accusa, ci sono la Repubblica Popolare Cinese, il Partito comunista della Cina, la Commissione Nazionale della Salute cinese, ma anche il governo locale di Hubei, il Comune di Wuhan, l’Istituto di Virologia, l’Accademia di Scienze e una lunga serie di altre istituzioni pubbliche cinesi. “Durante le settimane iniziali dell’epidemia - scrive il procuratore generale del Missouri, Eric Schmitt - le autorità cinesi hanno ingannato il pubblico, hanno soppresso le informazioni cruciali, arrestato i whistleblowers, negato la trasmissione (del virus; ndr) da uomo a uomo di fronte a prove crescenti, distrutto importanti ricerche mediche, permesso a milioni di persone di essere esposte al virus e persino accumulato dispositivi di protezione individuale, causando così una pandemia globale non necessaria e da prevenire”.

Accuse pesantissime provenienti da due Stati saldamente in mano ai governatori Repubblicani, un fattore da non trascurare nel contesto della campagna elettorale americana. Mentre dall’esterno le tensioni tra Washington e Pechino vengono trasmesse all’opinione pubblica europea come l’ennesimo capriccio ‘sovranista’ di Trump, osservando più attentamente le dichiarazioni dei politici Usa viene fuori una realtà differente. Joe Biden, sfidante di Trump per i Democratici nella corsa alla Casa Bianca (negli Usa si vota a novembre) ha accusato ripetutamente l’amministrazione americana di essere stata “troppo soft nei confronti di Pechino”. In uno degli ultimi spot pro-Biden, risuonano le dichiarazioni dell’ex vicepresidente di Barack Obama pronunciate in un dibattito televisivo lo scorso 25 febbraio. Proiettandosi già alla presidenza, Biden ha detto: “Io chiamerei al telefono la Cina per mettere in chiaro quanto segue: noi avremo bisogno di recarci nel vostro Paese e voi dovrete essere disponibili e trasparenti, dobbiamo sapere cosa sta succedendo”. 

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Ad avvalorare le accuse che ritraggono un Donald Trump troppo ‘morbido’ nei confronti del presidente Xi Jinping ci sono, infine, le 15 affermazioni pubbliche di stima nei confronti del metodo cinese di gestione del Covid-19 pronunciate o twittate dallo stesso numero uno della Casa Bianca tra il 22 gennaio e il 29 febbraio. Un atteggiamento assai diverso dalle sparate anti-Pechino degli ultimi dieci giorni che, secondo i supporter del presidente, ne confermano l’atteggiamento non prevenuto nei confronti della Cina. Ma che, al contrario, vengono esposte dagli avversari di Trump per evidenziarne l’atteggiamento ondìvago e condizionato dai sondaggi, che ora vedono Biden avanti, in una campagna elettorale senza bagni di folla né comizi in piazza, ma non per questo meno feroce e senza esclusione di colpi.

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