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Martedì, 28 Maggio 2024
La nuova Libia / Tunisia

Il prestito rifiutato, la Russia e i migranti: così la Tunisia ricatta l'Italia e l'Occidente

Il presidente Saied ha rifiutato l'aiuto finanziario del Fmi, che in cambio chiede riforme lacrime e sangue. Senza accordo, niente sostegno Ue. E così Tunisi guarda a Pechino e Mosca

Era il 2021 quando Giorgia Meloni, all'epoca leader dell'opposizione, tuonava contro la Turchia, rea di aver "messo l’Europa sotto il ricatto migratorio ottenendo dall’Ue miliardi di euro per bloccare i flussi di profughi". Sono passati due anni da allora, e adesso, in veste di premier, la leader di FdI vorrebbe prendere a modello l'accordo tra Bruxelles e Ankara per applicarlo in Tunisia, e fermare quello che è diventato il principale punto di partenza dei flussi di migranti che sbarcano in Italia, già arrivati a quota 40mila nel 2023. Poco importa che il leader di Tunisi abbia poco da invidiare, in quanto ad autoritarismo, al "sultano" Recep Erdogan. E che il boom di partenze dalle coste del Paese nordafricano suoni come una forma di pressione, se non di ricatto, nei confronti di Roma e del resto dell'Europa. L'importante per il governo è chiudere il rubinetto, utilizzando i soldi Ue. 

La situazione in Tunisia

Da Paese simbolo della Primavera araba, il movimento che sembrava lanciarla verso la democrazia, la Tunisia si è trasformata negli ultimi anni in un grattacapo geopolitico per l'Europa e l'Occidente. Il presidente Kais Saied, giunto al potere nel 2019, ha pian piano eroso i fondamenti del fragile stato di diritto messo in piedi in precedenza, togliendo poteri al parlamento e accentrandoli nelle sue mani. In contemporanea, la recessione causata dalla pandemia di Covid-19, seguita dall'aumento del prezzo dei cereali e dell'energia legato alla guerra in Ucraina, hanno accelerato la discesa all'inferno dell'economia del Paese, fortemente dipendente dalle importazioni. Da mesi, scarseggiano beni di prima necessità come il petrolio, lo zucchero, il latte e il burro. I carichi di grano e altri alimenti sono stati spesso rispediti indietro per mancanza di risorse. 

Più la situazione economica peggiorava, più Saied affondava il coltello sulla società civile e sulla politica per imporre il suo potere autoritario: negli ultimi mesi decine di importanti attivisti, politici e sindacalisti sono stati arrestati e accusati di tradimento o di pericolo per la sicurezza nazionale. Tra loro c'è Rached Ghannouchi, leader del partito islamista Ennahda, uno dei principali avversari di Saied. Se Ghannouchi spinge per un Islam politico, Saied si è posto come baluardo della laicità, rifiutandosi di inserire l'Islam nella costituzione come religione di Stato. Questo però non gli ha impedito di accusare, di recente, i migranti di religione cristiana che arrivano dall'Africa subsahariana di far parte di una sorta di complotto volto alla sostituzione etnica dei musulmani tunisini.

Entrare nelle dinamiche interne del Paese con gli occhiali dell'Occidente è complicato. Meno difficile da comprendere è la strategia di politica estera che sta seguendo Saied: di base, il presidente può contare ancora sull'appoggio di Usa e Ue, in particolare di Italia e Francia. Ma Saied comincia sempre più a strizzare l'occhio a Cina e Russia, cosa che preoccupa non poco i governi occidentali. La strategia sembra chiara: mettere pressione su Stati Uniti ed Europa affinché assecondino le sue richieste. E qui entra in gioco il governo Meloni.

Il nodo del prestito del Fmi

Il nodo centrale in questo momento per Saied è come far fronte alla grave crisi economica e sociale del Paese con un bilancio pubblico affossato dai debiti. Servono soldi. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) è disposto a versare fino a 1,9 miliardi di dollari di prestiti, ma chiede in cambio delle riforme. Condizioni su cui tanto Siaed, quanto l'opposizione sono per una volta uniti nel dire no. Il piano dell'Fmi prevede infatti misure lacrime e sangue che la popolazione difficilmente riuscirebbe a sopportare in questo momento: la completa eliminazione dei sussidi per cibo e carburante, il taglio della spesa per la sanità pubblica, l'istruzione e la protezione sociale, e la privatizzazione delle principali aziende pubbliche. "La soppressione dei sussidi per i prodotti di base aggraverà le diseguaglianze e amplierà la distanza tra regioni interne e costiere della Tunisia, nuocendo alla crescita economica del Paese", scrive Alissa Pavia, dell'Atlantic Council.

Per Saied, accettare tali condizioni vorrebbe dire porre fine al proprio potere, e per questo a inizio mese ha rifiutato di firmare l'accordo con l'Fmi. In contemporanea, ha accennato a un possibile sostegno da parte dei Brics, il gruppo di Paesi di cui fanno parte Cina e Russia. L'Europa ha fatto sapere di essere pronta a venire in aiuto della Tunisia, e oggi la commissaria Ue agli Interni, Ylva Johansson, presenterà i piani di Bruxelles al ministro tunisino Kamal Feki. Alla riunione avrebbero dovuto partecipare anche i ministri degli Interni di Italia e Francia. Il Viminale sperava di arrivare a questo incontro con qualcosa di concreto in mano, ma c'è un problema: l'Ue non intende sborsare fondi finché non ci sarà un accordo tra Tunisi e l'Fmi. 

Per uscire dallo stallo, Roma sta cercando di trovare una via di mezzo: "Noi stiamo insistendo perché si dia una prima tranche di finanziamenti per favorire le riforme e a mano a mano, se si realizzano, se ne potranno dare altri. Vediamo se il Fondo monetario e il resto d'Europa saranno con noi", ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani. In altre parole, la soluzione di compromesso italiana è che intanto si dia una prima tranche di 300 milioni di dollari, in modo da sbloccare anche gli aiuti Ue. Se Saied farà o meno le riforme chieste dall'Fmi lo si vedrà in seguito. Per il momento, quello che conta per l'Italia è che la Tunisia non crolli, e che il presidente torni a sigillare le sue coste, bloccando il più possibile le partenze dei migranti.

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