Troppe vittime, la Svezia pronta a fare marcia indietro sul "tutto aperto"

Il governo di Stoccolma starebbe rivalutando la sua strategia dopo aver constatato un aumento dei contagi e dei morti superiore ai vicini scandinavi, dove invece sono in vigore misure più stringenti

Il modello svedese nella lotta al coronavirus (negozi e ristoranti aperti, studenti fino a 16 anni a scuola, regole come la distanza sociale lasciate alla libera scelta dei cittadina) comincia a dare segnali di cedimento. I contagi continuano a salire sempre più rapidamente e le morti hanno superato quota 400. Con un tasso di mortalità ben più alto dei vicini scandinavi, dove invece sono in vigore misure di lockdown, come l'isolamento della capitale finlandese Helsinki. Dati che stanno spingendo il governo di Stoccolma a rivede i suoi piani. 

Secondo quanto anticipato dai media locali, il premier Stefan Lofven sta elaborando una nuova legislazione che gli consenta di poter adottare "misure straordinarie" per combattere la diffusione del Covid-19, nonostante le resistenze di molte parti della politica svedese, che vorrebbero proseguire sulla strada dell'immunità di gregge e della protezione dei soli over 70. Ma d'altro canto, negli ultimi giorni, si sono moltiplicati gli appelli di esperti e società civile a favore di un allineamento del Paese alle strategie di contenimento del resto d'Europa, in particolare dei vicini. 

Stefan Hanson, un esperto svedese di malattie infettive, ha affermato al Guardian che, se è vero che le misure svedesi hanno funzionato in ampie parti del Sud e del Nord del Paese, che finora hanno mostrato bassi tassi di infezione, lo stesso non puo' dirsi per la Capitale. "C'è il rischio che gli ospedali di Stoccolma si ritrovino presto al collasso", dice Hanson. Cecilia Söderberg-Nauclér, professoressa di patogenesi microbica e uno dei circa 2.300 accademici che hanno firmato una lettera aperta al governo per chiedere misure più severe per proteggere il sistema sanitario, ha detto che il governo non ha "scelta" e dovrebbe attuare misure di quarantena almeno a Stoccolma. Per Sten Linnarsson, professore al Karolinska Institute, l'approccio del governo è come far bruciare un fuoco in cucina, con l'intenzione di spegnerlo in seguito: "Il pericolo, ovviamente, è che brucia l'intera casa", spiega sempre al Guardian.

A dare manforte a queste posizioni c'è il confronto tra i tassi di mortalità per coronavirus nei Paesi scandinavi: in Svezia sono 37 per milione di abitanti contro i 28 in Danimarca, i 12 in Norvegia e i 4,5 in Finlandia. Eppure, Anders Tegnell, il principale epidemiologo svedese, continua a difendere la strategia seguita finora: è un tentativo di garantire "una lenta diffusione dell'infezione in modo che i servizi sanitari non siano sopraffatti", sostenendo che è importante che una parte della popolazione acquisisca l'immunità. "Il blocco delle persone a casa non funzionerà a lungo termine. Prima o poi le persone usciranno comunque”, ha aggiunto. 

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"Ognuno è responsabile del proprio benessere, dei propri vicini e della propria comunità locale", ha dichiarato la scorsa settimana il ministro degli Esteri, Ann Linde, schierandosi dalla parte di Tegnell. "Questo si applica in una situazione normale e si applica in una situazione di crisi". L'approccio si è finora rivelato popolare tra gli elettori: la fiducia degli svedesi nel premier Lofven è arrivata al 44%. A febbraio era del 26%. Un po' come successo ai colleghi di Regno Unito e Olanda, che all'inizio avevano seguito una strategia simile a quella della Svezia. Aumentando il consenso. Salvo poi cambiare strada.

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