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Il Recovery fund come i vaccini: rischio ingorgo sui primi finanziamenti

I ritardi nell’arrivo delle dosi potrebbero ripetersi con i fondi promessi da Bruxelles. La potenza di fuoco dell’Ue sarà di massimo 20 miliardi al mese, ma solo l’anticipo potrebbe richiedere oltre 100 miliardi

La probabilità che l’ingorgo si verifichi è bassa, ma il rischio c’è. Nel giorno in cui la Commissione europea ha annunciato la strategia finanziaria messa in campo per reperire gli oltre 800 miliardi di euro necessari per far partire il Next Generation Eu, meglio noto in Italia come Recovery Fund, si è scoperto che i Paesi potrebbero dover aspettare più del dovuto per ricevere il prezioso prefinanziamento del piano. Si tratta del 13 per cento delle somme totali destinate a ciascuno Stato membro e che, secondo il regolamento attuativo del Recovery, andrebbe erogato entro due mesi dall’approvazione di ciascun piano nazionale di ripresa. 

I soldi attesi

Per la sola Italia si tratta di circa 20 miliardi di euro: non abbastanza per innescare la ripresa, ma senza dubbio una bella boccata d’ossigeno. Peccato che tale cifra corrisponda anche al massimo che la Commissione Ue potrà prendere in prestito ogni mese sui mercati finanziari e che dovrà poi dividere tra tutti gli Stati che richiederanno le risorse. Di qui i dubbi sulla capacità di Bruxelles di mantenere con tutti gli impegni presi.

La reazione Ue alla crisi

I soldi del Recovery Fund - 750 miliardi secondo il piano originale, poi diventati poco più di 800 miliardi a prezzi correnti - verranno presi in prestito dalla Commissione europea sui mercati finanziari per mezzo di obbligazioni a medio e lungo termine che gli Stati Ue ripagheranno entro il 2058. Si tratta di un vero e proprio debito comune europeo finanziato da titoli garantiti da tutti e 27 i Paesi membri. Una reazione unitaria di fronte alla crisi economica innescata dalla pandemia che l’Ue non è riuscita a mettere in campo in occasione della grande recessione tra il 2008 e il 2013. 

La richiesta di prefinanziamento

La Commissione europea prenderà in prestito 15-20 miliardi di euro al mese, che verranno poi distribuiti ai Paesi che faranno richiesta dei fondi di ripresa. Entro fine aprile, i Governi nazionali possono presentare il loro piani che andranno poi approvati dall'esecutivo e dal Consiglio Ue. L’eventuale disco verde farà partire il conto alla rovescia per l’arrivo del prefinanziamento che Bruxelles “nella misura del possibile” dovrebbe versare allo Stato entro due mesi dall’assunzione dell’impegno al contributo finanziario, l’atto giuridico che sancisce l’ok Ue al piano di ripresa della determinata nazione. 

Le rassicurazioni di Bruxelles

La Commissione avrebbe dunque dovuto calcolare la possibilità di dover sborsare fino a poco più di 100 miliardi di euro (il 13% dell’intero Next Generation Eu) nei primi mesi di attuazione del Recovery Fund, ovvero da inizio luglio in poi. Ma essendo l'esecutivo in grado di prendere in prestito non più di 20 miliardi al mese c'è il rschio che in cassa non ci siano soldi a subbifienza per l'estate, così come non ci sono stati vaccini a sufficienza per soddisfare le richieste dei Paesi membri. “Siamo fiduciosi di poter erogare entro luglio il prefinanziamento del Next Generation Eu ai primi Stati” che presenteranno i loro piani “per poi procedere con gli altri a settembre”, ha cercato però di rassicurare il commissario al Bilancio, Johannes Hahn, nel corso della conferenza stampa di oggi. 

Miliardi in ritardo come le dosi

Fonti Ue hanno poi chiarito che tale previsione riguarda però il prefinanziamento dei soli sussidi, poco più della metà dei soldi che dovrebbero arrivare a ogni Paese. A conti fatti, l’esecutivo Ue prevede che molti Stati non chiederanno di accedere ai prestiti e alcuni Governi non presenteranno nemmeno un piano di Recovery entro aprile. Due fattori che dovrebbero permettere all'esecutivo di onorare gli impegni presi con i Paesi che chiederanno subito il prefinanziamento. Se invece tanti Stati dovessero chiedere già ad aprile quanto promesso, Bruxelles si troverebbe costretta a gestire in estate l’ingorgo tra i piani di Recovery. Con un altissimo rischio di nuovi ritardi nella partenza del Next Generation Eu, inizialmente prevista per gennaio e già posticipata di oltre sei mesi. Un sequel dei ritardi nell’arrivo delle dosi vaccinali che hanno già scatenato un coro di critiche a danno dell’Ue nonostante le oggettive responsabilità delle case farmaceutiche. La partita del Recovery, invece, è tutta interna all’Unione europea e non sarà di certo possibile scaricare la colpa di eventuali ritardi su altri attori.

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