Mercoledì, 20 Ottobre 2021
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Fermato per aver filmato la polizia, muore a 23 anni in commissariato "per un arresto cardiaco"

Bufera sulle forze dell'ordine in Belgio. Il giovane ha attirato l'attenzione degli agenti mentre riprendeva un intervento volto a far rispettare le norme anti-Covid

Si chiamava Ibrahima il ventitreenne deceduto sabato mentre si trovava sotto la custodia della polizia di Bruxelles. Per giorni le cronache dei giornali locali lo hanno chiamato con le sole iniziali, I.B., ma le proteste e le indagini aperte sulla sua morte hanno dato un nome e un volto alla vittima di quello che è già diventata una nuova frattura nel complicato rapporto tra i cittadini della capitale belga e le forze dell’ordine chiamate a proteggerli. Il giovane, secondo la procura di Bruxelles, sabato pomeriggio si trovava con “un gruppo di persone riunite a Place du Nord”, a due passi dalle via dello shopping della capitale belga, “nonostante le misure attualmente in vigore nel contesto della crisi sanitaria”, fanno notare le autorità. Ma quello che doveva essere un ‘normale’ intervento si è trasformato in una tragedia. 

I fatti

Secondo la testata Sudinfo, il ventitreenne ha preso lo smartphone in mano e ha iniziato a filmare la polizia, attirando a sé l’attenzione degli agenti. Alla richiesta di controllo, secondo le prime ricostruzioni, Ibrahima sarebbe fuggito di corsa dai poliziotti, che lo hanno raggiunto e arrestato. Una volta in commissariato, riferiscono le autorità, Ibrahima avrebbe perso conoscenza. Gli agenti di polizia hanno chiamato i soccorsi e sul posto è intervenuta un'ambulanza e un’unità mobile di rianimazione. Il giovane, dopo una disperata corsa dei soccorritori, è morto alle 20,22 all’ospedale di Saint-Jean, a poche centinaia di metri dal luogo dell’arresto. 

La morte

La ricostruzione a questo punto si fa lacunosa e piena di interrogativi. La famiglia di Ibrahima viene raggiunta dalle autorità solo alle “2,30 del mattino”. La sorella minore del ventitreenne ha affermato che gli agenti si sono recati di persona a casa dei genitori per comunicare la morte del ragazzo. La polizia avrebbe però detto ai familiari sotto choc che “Ibrahima era stato arrestato durante il coprifuoco”, rivelano le persone vicine al giovane. Se questa circostanza venisse confermata, si tratterebbe di una palese bugia da parte delle forze dell’ordine, dal momento che il ventitreenne è deceduto oltre un’ora e mezza prima che scattasse l’ordine di stare a casa, valido in tutta Bruxelles dalle 22 alle 6 del mattino. 

Le ore successive

Anche dopo l'arrivo degli agenti di polizia, la famiglia avrebbe avuto difficoltà a sapere in quale ospedale si trovava il corpo del giovane, identificato dai suoi cari solo alle 5,30 del mattino di domenica 10 gennaio. “Ci è stato detto - ha rivelato la sorella minorenne di Ibrahima - che è morto nell'ambulanza per un secondo attacco di cuore dopo essere stato rianimato alla stazione di polizia”. La ragazza afferma inoltre che “il corpo non è stato mostrato” alla famiglia “fino a quando non è stata eseguita l’autopsia”. L’ultima stranezza riguarda lo stato del cadavere. “Ci è stato detto che aveva lividi a causa del tentativo di rianimazione”, ha spiegato la sorellina ai cronisti belgi. 

L'indagine

Messa al corrente di tutte le incongruenze del caso, la procura di Bruxelles ha immediatamente trasmesso il dossier al Comité P. Si tratta del Comitato permanente per il controllo dei servizi di polizia, un’authority autonoma e indipendente con poteri di indagine sulle forze dell’ordine belghe. “L'indagine è in corso per determinare le circostanze esatte che hanno portato alla morte di questo giovane”, ha detto Stéphanie Lagasse, portavoce della procura di Bruxelles.

La protesta

Chi ha già rifiutato la ricostruzione ufficiale sono gli amici e i familiari del giovane, che si sono dati appuntamento mercoledì di fronte al commissariato in cui è morto Ibrahima per protestare contro gli agenti che l’hanno tenuto in custodia, accusati di nascondere la verità sulle circostanze del decesso. Il caso del ventitreenne rischia di aumentare il clima di tensione nella capitale belga dovuto ad altri casi sospetti rimasti irrisolti. 

La rabbia per Adil

“Justice pour Adil” recitano le scritte a bomboletta spray che appaiono un po’ ovunque sui muri della città che ospita le istituzioni europee. Adil era un ragazzo di 19 anni ucciso a maggio dall’urto con l’auto della polizia, dopo un folle inseguimento per le strade di Anderlecht, quartiere di Bruxelles ovest. Dopo la morte del giovane si scatenarono violenti scontri tra gruppi di cittadini locali e le forze dell’ordine, costrette a intervenire in assetto anti-sommossa per placare la rabbia per le strade della capitale. 

Le accuse di razzismo

Tanti altri casi conclusi in maniera meno tragica hanno comunque gettato ombre sull’operato delle forze dell’ordine soprattutto nei confronti delle minoranze etniche. Il 17 giugno l’eurodeputata dei Verdi Pierrette Herzberger-Fofana ha denunciato “la violenza razzista” nei suoi confronti da parte della polizia belga, che ha risposto con una causa per diffamazione a carico dell'ecologista tedesca. I diversi episodi si trascinano da mesi senza una chiara spiegazione da offrire alla cittadinanza, che nel disordine delle tante versioni offerte da giornali e social trova sicurezza nelle generalizzazioni contro le autorità pubbliche o nelle discriminazioni nei confronti nelle minoranze.

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