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Venerdì, 28 Gennaio 2022
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Il 2021 anno nero del giornalismo: incarcerati 293 reporter, mai così tanti

Un rapporto del Comitato per la protezione degli operatori dell'informazione evidenzia il preoccupante stato di salute della libertà di stampa nel mondo

Il 2021 è stato l'anno nero del giornalismo, con il numero dei reporter incarcerati in tutto il mondo che ha raggiunto il suo record. Lo rivela un rapporto del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), secondo cui quello in corso è stato il peggiore anno di sempre per la libertà d’espressione. Il numero di giornalisti dietro le sbarre ha raggiunto un nuovo record: 293 al 1 dicembre, 13 in più rispetto all’anno precedente. Oltre a questi, altri 24 sono stati uccisi per quello su cui stavano lavorando mentre altri 18 sono morti in circostanze talmente torbide che non è possibile determinare se le morti fossero effettivamente legate alla professione giornalistica, ma le possibilità sono davvero alte.

La triste classifica ha un vincitore evidente: la Cina, dove si trovano attualmente detenuti 50 giornalisti. Al secondo posto si posiziona il Myanmar (26), seguito da Egitto (25), Vietnam (23) e Bielorussia (19). È il sesto anno di fila che il numero di giornalisti in prigione nel mondo supera quota 250. Secondo Arlene Getz, direttrice editoriale di Cpj che ha curato il report, questo trend (così come il nuovo record negativo) segnala una crescente intolleranza verso la cronaca indipendente. Questo è vero, prosegue lo studio, soprattutto con riferimento agli “autocrati spavaldi” che violano le libertà personali così come il diritto internazionale pur di rimanere al potere.

C’è stato comunque qualche relativo miglioramento: ad esempio, la Turchia, che un tempo era il Paese peggiore al mondo in termini di incarcerazioni di giornalisti, ora si è piazzato al sesto posto (con 18 giornalisti dietro le sbarre), poiché nell’ultimo anno ne ha liberati 20. Stesso dicasi per l’Arabia Saudita, che scende all’ottava posizione: i giornalisti incarcerati sono ancora 14, ma almeno ne sono già stati liberati 10. Ma oltre alle scarcerazioni, bisogna considerare la salute della stampa libera in questi Paesi: il rapporto nota che, nel primo caso, dopo il fallito colpo militare del 2016 c’è stata una stretta sull’informazione indipendente; mentre in Arabia Saudita l’omicidio di Jamal Khashoggi nel 2018 ha verosimilmente fatto da deterrente per molti.

Come se non bastasse, le nuove tecnologie di sorveglianza sul web permettono ai leader autoritari di soffocare la stampa indipendente senza dover necessariamente ricorrere all’incarcerazione. In Cina, l’imprigionamento dei giornalisti non è nulla di nuovo. Nuova è, piuttosto, l’inclusione dei giornalisti detenuti ad Hong Kong in seguito all’adozione, l’anno scorso, della cosiddetta Legge per la sicurezza nazionale. Ma il Partito comunista cinese ha addirittura preso di mira almeno 11 persone che, pure non svolgendo la professione giornalistica, avrebbero dei legami con i media, per quanto tenui.

La situazione in Myanmar è precipitata poi da quando, lo scorso febbraio, i militari hanno preso il potere tramite un colpo di Stato che ha shockato il mondo. Il numero di 26 giornalisti dietro le sbarre è infatti tanto più incredibile se si considera che, lo scorso dicembre, di giornalisti incarcerati non ce n’era nessuno.

Quanto all’Egitto, viene riportato tra gli altri il caso di Abou Zeid, vincitore del premio internazionale del Cpj per la libertà di stampa, costretto a passare ogni notte in custodia della polizia per cinque anni a partire dal marzo 2019.

Infine, il caso della Bielorussia è esemplificato dal dirottamento di un volo commerciale da parte del governo di Minsk per prendere e incarcerare il giornalista Raman Pratasevich. Il Paese ha visto un aumento di quasi il doppio dei giornalisti in prigione rispetto all’anno scorso, quando anziché 19 erano 10. Dopo che il report di Cpj è stato pubblicato, le autorità bielorusse hanno arrestato un altro giornalista, Siarhei Satsuk, con accuse di concussione. Se venisse incarcerato, potrebbe dover passare 10 anni in prigione.

Oltre ai giornalisti incarcerati, il rapporto cita anche altre statistiche. Sono state confermate le uccisioni di 19 giornalisti come ritorsione contro il loro lavoro nel 2021, 3 in meno che nel 2020. Altri 3 sono rimasti uccisi in zone di conflitto, mentre altri 2 hanno perso la vita durante delle proteste o scontri di piazza. I Paesi dove muoiono più giornalisti sono India e Messico: 4 nel primo e 3 nel secondo, ma in quest’ultimo ci sono altri 6 casi sospetti che ancora non sono stati chiariti.

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