Mercoledì, 22 Settembre 2021
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"Con un'app abbiamo dato sostegno psicologico durante il lockdown, ora si riparta da scuola e comunità"

Intervista a Francesca Cavallini, fondatrice del centro Tice, premiato dall'Ue per il suo impegno durante (e non solo) la pandemia a favore di giovani e anziani: "Questo anno è stato devastante, soprattutto per il disagio adolescenziale. Europa investa di più sul benessere mentale"

Francesca Cavallini

Quando il lockdown ha impedito i contatti sociali e aumentato i rischi per la salute mentale, soprattutto per i soggetti più isolati ed esposti, hanno reagito subito adattando il loro metodo di lavoro già innovativo alla nuova realtà. E con un'app hanno messo in comunicazione adolescenti con qualche difficoltà intellettiva, anziani soli, prigionieri della quarantena, e più in generale tutti quei soggetti la cui fragilità è stata maggiormente messa alla prova dalla pandemia. "Abbiamo cercato di trasferire quello che facevamo dal vivo online, con forte questa idea di comunità. La psicologia non è un atto privato che fai per stare meglio, è un modo per riportarti alla tua comunità", spiega Francesca Cavallini, psicologa 42enne e fondatrice della cooperativa sociale Tice.

Dopo un’esperienza all’estero in cui ha scoperto nuovi modi di fare psicologia, Cavallini è tornata in Italia, a Piacenza, dove ha applicato le conoscenze acquisite e ha fondato per l'appunto Tice. Il suo modo innovativo di prendersi cura del paziente e la sua capacità di adattare Tice alle sfide di un mondo che è cambiato l’hanno fatta rientrare tra le Top 100 women in social enterprises, selezionate e premiate dalla Commissione europea. Abbiamo parlato con lei di questo riconoscimento, del suo lavoro e di come questo è cambiato durante la pandemia. “Prima di tutto però, ci tengo a dire che io sono una ex giocatrice di basket, un elemento della mia vita molto importante” ci dice, ridendo.

Ci racconti chi è e di cosa si occupa Tice.
Mi sono laureata nel 2006 in psicologia a Parma, e durante i miei studi mi sono innamorata di un ramo della materia che si chiama cognitivo-comportamentale, che è molto pratico e come dice il nome si basa su comportamenti osservabili scientificamente. Dopo la Laurea sono andata negli Stati Uniti, a Seattle, dove ho potuto spiare un business model diverso da quello italiano. In Italia lo psicologo lavora prevalentemente da solo, in studi singoli. In America ho scoperto un modello nuovo, dove gruppi di psicologi fanno un lavoro diretto coi pazienti, spesso bambini, raccogliendo dati. E poi da noi i servizi psicologici, allora poco richiesti, erano erogati dal pubblico. Negli Stati Uniti, dai privati. Ho portato questo bagaglio di conoscenze in Italia.

E così è nato il Centro Tice?
Esatto. È una cooperativa sociale che vende servizi psicologici, formazione e ricerca: quindi insegniamo agli psicologi un metodo innovativo, e abbiamo anche un rapporto diretto con i pazienti. All’inizio venivano soprattutto bambini con disabilità, si pensava alla psicologia come a un servizio per chi era in serie difficoltà. Poi sono arrivati i bambini con disagi scolastici e disturbi specifici dell’apprendimento. E poi gli adolescenti e i giovani adulti.

Come lavorate?
Il nostro è un team molto giovane. Io ho 42 anni e sono la più anziana. Siamo un gruppo di trenta psicologhe, tutte assunte a tempo indeterminato in un mondo di partite iva che lavorano da sole. Siamo un’impresa, con quattro sedi in Emilia Romagna e un forte legame con l’università. Tutto il personale ha almeno un Master in ABA, la scienza cognitivo-comportamentale di cui vi parlavo, e un Dottorato di ricerca che gestiamo in collaborazione con le università o le aziende. 
Noi siamo una comunità: a Tice non esiste solo il paziente che va dal singolo psicologo, ci sono molte attività che vengo fatte insieme. Ci occupiamo della fascia 0-6 anni, con bambini con disabilità gravi o gravissime e accompagnamento alla genitorialità. Poi ci sono i bambini della scuola primaria, con ADHD, iperattività, disturbi specifici dell’apprendimento e da qualche tempo anche forme di dipendenza da videogiochi e strumenti tecnologici. Curiamo anche gli adolescenti e i giovani adulti con forme di ansia o di depressione, problematiche legate alla scuola o al futuro. 

ADHD, dipendenza da videogiochi, ansia tra i giovanissimi: sono alcune delle problematiche di cui ha parlato. Quali ha visto crescere recentemente?
Posso rispondere senza esitazioni: il disagio adolescenziale. Era un fattore in crescita negli ultimi anni, ma questi 365 giorni sono stati devastanti. Si vedono dappertutto immagini di dottori e infermieri stremati e di pazienti a cui manca l’aria: ai nostri ragazzi mancano le certezze. È una situazione di pura emergenza, di profonda crisi. 

Quindi il lockdown e tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi hanno aggravato una situazione già difficile?
Sicuramente. Da un lato c’è una scuola ancora molto basata sui contenuti e sulle performance, per ragioni che non sto né giudicando né criticando. Questo tipo di scuola pone costantemente di fronte a sfide, fallimenti e rischi che possono essere sfiancanti per chi non ha un bagaglio psicologico forte. Bambini e ragazzi sono diventati più fragili, ma la scuola non è cambiata. Da questo conseguono molto fallimenti scolastici, a cui si deve sommare l’isolamento sociale dovuto al lockdown. La nostra è una lotta politica. La scuola del futuro deve integrare al suo interno la psicologia: come c’è l’ora di ginnastica per sentirsi forti, serve anche “l’ora di psicologia” per conoscere se stessi. In questo momento stiamo appoggiando contenuti su anime che hanno perso ogni stabilità. Mi scusi il pessimismo, ma queste settimane sono state una grande sofferenza.

Come è cambiato il vostro approccio alla cura e al benessere del paziente, durante la pandemia?
Le crisi, nel dolore, possono essere grandi opportunità. Fortunatamente eravamo già preparate: avevamo iniziato da un po’ di tempo degli interventi web, in gruppi. Eravamo partite con dei progetti nuovi, ciechi: le persone isolate dal punto di vista relazionale, potevano collegarsi a una piattaforma senza accendere la videocamera e senza fare nomi, dove discutevamo di benessere facendo esercizi psicologici. Abbiamo così ridotto i costi per i pazienti e anche il rischio di abbandono del percorso. Eravamo pronte a cambiare, avevano skill tecnologiche e un approccio basato sull’evidenza e sulla ricerca. Durante il lockdown abbiamo inaugurato CiciarApp, che mette in comunicazione adolescenti con qualche difficoltà intellettiva e anziani soli, prigionieri della quarantena. Abbiamo fatto partire percorsi formativi per genitori sui rischi legati all’abuso di tecnologia e dirette streaming gratuite di mindfulness, ogni mattina alle 7.25 dal 15 marzo 2020, dove si sono creati momenti molto belli, soprattutto quando avevamo paura e non capivamo cosa stesse succedendo. Per le comunità più fragili, come quelle LGBT+ o per i bambini adottati, abbiamo creato community virtuali che si riuniscono una volta al mese. Abbiamo cercato di trasferire quello che facevamo dal vivo online, con forte questa idea di comunità. La psicologia non è un atto privato che fai per stare meglio, è un modo per riportarti alla tua comunità.

È questo che la Commissione europea ha visto e premiato, includendola nelle Top 100 women in social enterprises?
Non so se è proprio questo. Penso che abbia premiato l’energia che ci abbiamo messo quando avevamo paura. Ha premiato la passione che solo un gruppo può avere, perché se avessi lavorato da sola non sarei mai riuscita a fare quello che ho fatto.  Quindi sì, penso che abbia premiato la comunità che abbiamo deciso di essere. Ogni volta che ricevo un premio ho sempre la paura di non essere all’altezza, e questo mi spinge a impegnarmi di più. Mi ha fatto piacere dedicarlo, nella Giornata internazionale della donna, a tutte le colleghe che ogni giorno lottano e che sono parte integrante di questo premio.

Con Francesca Cavallini abbiamo discusso anche dell’impegno dell’Unione europea per la salute mentale dei suoi cittadini. Il 9 marzo il Parlamento europeo ha dato il suo via libera al programma EU4Health, che ha l’obiettivo di preparare in modo più rigoroso i sistemi sanitari dell’UE alle prossime pandemie. Una dotazione da 5,1 miliardi di euro, parte dei quali saranno usati per il riconoscimento e la cura della salute mentale. “Un elemento importantissimo e su cui ci siamo battuti molto” ha fatto sapere l’eurodeputata Luisa Regimenti, della Lega, “soprattutto in un anno in cui il tasso di suicidi è aumentato drasticamente”. Nel testo della proposta di legge, ora al vaglio del Consiglio, l’Unione si impegna a promuovere azioni per affrontare gli impatti delle crisi sanitarie sulle comunità più fragili. Inoltre si riconosce che agire sul benessere della mente vuol dire prevenire il diffondersi di nuove minacce sanitarie transfrontaliere. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Cavallini.

Come agire sulla salute mentale impedirà il sorgere di nuove pandemie?
Salute e benessere mentali vogliono dire consapevolezza di sé. E non esiste più un sé slegato dagli altri: una persona non è mai da sola, è sempre inserita in una comunità di riferimento. Non abbiamo scelta: investire sul benessere mentale è una necessità. Nel nostro mondo interconnesso anche la psicologia deve superare i confini e le barriere. L’unico modo che si ha per conoscere la cultura in cui si opera è paragonandola alle altre: per questo tutto il personale di Tice ha fatto un’esperienza all’estero.

Se lei dovesse scegliere tre aree di intervento per il benessere mentale, quali sarebbero?
Prima di tutto, come dicevo, la scuola. Ore di psicologia ma anche uno psicologo tra le mura scolastiche. Un secondo intervento sarebbe un lavoro con la natura. E un terzo un uso consapevole delle tecnologie, che sono strumenti necessari e importanti, ma che se usate in modo inconsapevole portano a forme di dipendenza. Tutti gli interventi che farei possono essere ricondotti a un solo scopo: creare una comunità inclusiva, in cui chi ha bisogno possa riconoscersi.

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