Per rider e autonomi niente tutele contro il coronavirus, e rischiano di diffondere il contagio

I lavoratori costretti a scegliere tra la sicurezza e lo stipendio. Nel Regno Unito i sindacati chiedono che possano ricevere un sussidio per stare a casa in caso di sospetta malattia, alcune aziende provano ad adeguarsi

Foto Ansa Luca Zennaro

Tra le misure che vengono prese nei diversi Paesi del mondo, per contenere la diffusione del coronavirus, c'è quella di far lavorare da casa o mandare i dipendenti in congedo pagato quando ci sono rischi di contagio.

Laoratori autonomi

Ma ci sono varie categorie a cui ciò non è permesso, e tra queste quella dei lavoratori autonomi e precari, spesso della Gig Economy, l'economia digitale, come gli autisti di Uber o i rider di Deliveroo. I lavoratori autonomi non hanno tutele sociali e sono così costretti a dover scegliere tra la sicurezza, propria e dei propri clienti, e il rischio di non potersi guadagnare da vivere. Il governo del Regno Unito, dove questa forma di lavoro è particolarmente diffusa, sta subendo forti pressioni da parte dei sindacati e dei laburisti affinché assicuri una retribuzione per malattia legale a tutti i lavoratori all'interno del suo piano d'azione contro il coronavirus.

Sussidio di disoccupazione

Come racconta il Guardian però Justin Tomlinson, sottosegretario al Lavoro e alle pensioni, ha affermato che questi lavoratori se sospettano di avere la malattia devono richiedere l'universal credit, una sorta di sussidio di disoccupazione, che per essere ottenuto però può richiedere fino a cinque settimane. L'alternativa sarebbe l'indennità di assunzione e di sostegno, che richiede ai richiedenti di avere da due a tre anni di contributi assicurativi nazionali.

L'allarme dei sindacati

I sindacati hanno affermato che la proposta del governo era del tutto inadeguata e hanno avvertito che fino a due milioni di lavoratori senza retribuzione per malattia potrebbero non essere in grado di autoisolarsi per due settimane se sviluppano sintomi. Il rischio è che le persone colpite, hanno sottolineato sempre i sindacati, è che questi lavoratori, inclusi alcuni operatori sanitari, personale dell'ospitalità, autisti e rider delle consegne, potrebbero decidere di nascondere la loro malattia piuttosto che perdere la retribuzione, il che potrebbe rischiare di aggravare eventuali focolai.

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Qualcosa si muove

La Hermes, una delle più grandi aziende di consegne del Regno Unito, è stata la prima ad annunciare, dopo le insistenze dei sindacati, che pagherà i suoi corrieri se gli venisse detto di autoisolarsi a causa del coronavirus, nonostante normalmente non fornisca la retribuzione per malattia. L'azienda, i cui 15mila corrieri vengono normalmente pagati solo se completano una consegna, ha spiegato di aver accantonato un fondo di sostegno di un milione di sterline. DPD UK, un'altra grande società di consegne che si affida a rider autonomi, ha dichiarato che non è disposta ad offrire una retribuzione per malattia mentre Deliveroo, sta valutando di fornire nel caso un sostegno ai suoi lavoratori del Regno Unito, come ha fatto a Hong Kong. Uber, che ha oltre 40mila conducenti soltanto a Londra, è in trattative con la compagnia di assicurazione Axa per estendere la copertura sanitaria dei conducenti per includere anche quelli eventualmente in autoisolamento da coronavirus.

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