Domenica, 25 Luglio 2021
Lavoro

Corte Ue: stop a prodotti dai territori occupati da Israele, Bruxelles valuti richiesta

La Commissione aveva ritenuto non accettabile una petizione dei cittadini che chiedeva la misura, ma il tribunale comunitario ha ribaltato la decisione affermando che deve essere presa in considerazione

La Corte di giustizia dell'Unione europea si è schierata con un gruppo di cittadini che vorrebbero che l'Unione europea bandisse le importazioni di tutti i prodotti provenienti da territori sotto occupazione, come quelli delle colonie israeliane in Palestina. Una richiesta di lanciare un'iniziativa dei cittadini in questo senso era stata rigettata nel 2019 della Commissione, che l'aveva ritenuta irricevibile, e così aveva impedito di dare il via anche al solo processo di raccolta delle firme per richiedere una direttiva in materia, ma ora il tribunale comunitario in una sentenza ha invalidato quella decisione.

Quando una petizione dei cittadini europei viene accettata da Bruxelles, se raccoglie un milione di sottoscrizioni da almeno sette Stati membri entro un anno, l'esecutivo comunitario la deve discutere con il Parlamento ed, eventualmente, deve proporre una direttiva che la faccia propria. Nello specifico l'iniziativa dei cittadini, denominata “Garantire la conformità della politica commerciale comune con i trattati dell’Ue e con il diritto internazionale” chiedeva di “regolare le transazioni commerciali con soggetti di Paesi occupanti basati o operanti in territori occupati impedendo l’entrata nel mercato dell’Ue di prodotti provenienti da tali luoghi”. L'iniziativa non parlava specificamente dei territori occupati in Palestina, ma è lì che sicuramente sarebbe stata applicata, se mai fosse stata approvata. Ad esempio se un'azienda si trova in uno dei territori annessi illegalmente da Israele in Palestina a partire dalla guerra dei sei giorni del 1967, e non riconosciuti come israeliani dall'Onu, secondo questa proposta i suoi prodotti dovrebbero essere banditi dal mercato unico europeo. Gli organizzatori invitavano la Commissione a “proporre atti giuridici per impedire che soggetti giuridici dell’Ue importino prodotti originari di insediamenti illegali in territori occupati e esportino in tali territori, onde preservare l’integrità del mercato interno e non favorire o contribuire al mantenimento di tali situazioni illecite”. In pratica è quello che chiedono da anni attivisti pro-Palestina come anche quelli riuniti nella la campagna Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds).

Ma la Commissione si rifiutò di accettare la petizione sostenendo di non avere “il potere di presentare proposte di decisioni di questo tipo”, perché queste decisioni rientrerebbero nell'articolo 215 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (Tfue), che regola la Politica estera dell'Ue, e che non è competenza di Bruxelles. Ma gli autori della proposta chiedevano invece di intervenire in base all'articolo 207 del Tfue, che regola invece gli accordi commerciali, quelli sì di competenza dell'esecutivo comunitario. La Corte nella sua sentenza lamenta innanzitutto che la decisione di Bruxelles “non contiene elementi sufficienti che consentano ai ricorrenti di conoscere i motivi”, e nella diatriba diciamo così tecnica, sugli articoli 215 e 207, afferma che una valutazione appropriata su quale dei due sarebbe stato quello a cui ci si sarebbe dovuti appigliare “rivestiva un'importanza essenziale” nella decisione della Commissione in quanto “a differenza della Pesc (Politica estera e di sicurezza comune, ndr), la politica commerciale comune è un settore nel quale tale istituzione ha il potere di formulare una proposta di atto”, cioè una direttiva.

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