rotate-mobile
Sabato, 2 Marzo 2024
Il caso / Belgio

Studenti musulmani pregano all'università, è polemica: "No ai luoghi di culto dove si fa ricerca"

A Bruxelles la rettrice ribadisce il divieto, ma le associazioni studentesche parlano di "demonizzazione"

Studenti e studentesse musulmane si riuniscono in preghiera nei locali dell'Università e la rettrice risponde che non sono autorizzati a farlo né lo saranno. La miccia per la polemica è servita. Accade in Belgio, di preciso nella capitale Bruxelles. Tutto è partito dalla denuncia di un'attivista laica, Nadia Geerts, che in un parere pubblicato sul sito del quotidiano La Libre, ha rivelato l'esistenza di una sala di preghiera "clandestina" all'interno della Libera Università di Bruxelles (Ulb). "È in tutta tranquillità che, da almeno otto anni, decine di studenti si incontrano ogni giorno per pregare. Prima gli uomini, poi le donne", ha scritto Geerts, un passato da militante ecologista e oggi responsabile di un centro di ricerca del partito Movimento Riformatore, che unisce liberali e cristiano-democratici. L'attivista ha poi precisato che all'interno del locale si trovano "vestiti per le donne, tappeti, tessere di plastica" insieme ad "invocazioni da recitare", tra cui quella che ricorda che "Non c'è altro dio all'infuori di Allah". Le parole erano abbinate ad un video che mostra diversi studenti inginocchiati in fondo a un corridoio universitario in preghiera, oltre a vari oggetti personali come le scarpe ed altri legati al culto islamico. Dalle pagine del quotidiano la questione è presto balzata ai responsabili accademici.

Il video degli studenti in preghiera all'Università pubblicato sul quotidiano La Libre

Spazi riservati a studio e ricerca

Dapprima ha risposto Jean-Philippe Schreiber, consigliere del rettore per la politica istituzionale. Il professore ha tenuto a precisare che la questione delle sale di preghiera "sta attualmente agitando molti istituti di istruzione superiore in Europa. La maggior parte di questi istituti organizza luoghi di culto per i propri studenti, per soddisfare la domanda di alcuni di loro". La politica dell'Università di Bruxelles è però differente. "La nostra Università dedica i suoi spazi allo studio e alla ricerca, non ad altre funzioni, e quando gli studenti le hanno chiesto di creare al suo interno luoghi di preghiera, ha debitamente motivato il suo rifiuto per motivi pratici, filosofici e giuridici, poiché non vi è alcuna restrizione alla libertà di religione o di credo", ha scritto il consigliere. Schreiber ha garantito poi che l'istituto accademico continuerà ad accogliere studenti "senza alcuna discriminazione, sia che portino un simbolo filosofico, politico o religioso". Un modo per rimarcare forse la distanza dalle scelte adottate nella vicina Francia, che dopo il velo ha deciso di vietare nelle scuole di indossare anche l'abaya (un abito femminile lungo che lascia scoperti solo il capo, le mani e i piedi). "Perché i nostri studenti sono adulti: crediamo che siano sufficientemente responsabili per giudicare il modo più adeguato per mostrarsi agli altri", ha precisato il docente.

Disturbo ad attività educative

L'opinione pubblica ha richiesto però un intervento a livello più elevato. È quindi intervenuta direttamente la rettrice Annemie Schaus che all'agenzia di stampa Belga ha spiegato che l'Ulb non intende permettere l'esercizio collettivo della fede quando interrompe le attività educative."Tutti eravamo consapevoli che c'erano movimenti spontanei di preghiera che non disturbavano le attività dell'Ulb. Ma da quest’estate (la questione) si è ampliata e dovremo fare qualcosa perché ostacola le attività educative". La rettrice ha poi sottolineato che “se necessario, intorno all'Ulb ci sono moschee dove le persone possono andare”. Per mettere in evidenza che nessuna forma di discriminazione è connessa a questa scelta, la rettrice ha anche ricordato con orgoglio come sin dagli anni '80, grazie all'allora rettore Hervé Hasquin, l'Ulb aveva accolto le prime donne velate all'università. "Ma nessun esercizio collettivo di fede sarà tollerato all'interno dei confini dell'Università se ne ostacola le missioni", ha concluso la rettrice.

La critica degli studenti

Il polverone non si è però acquietato, anzi. Dopo la risposta della rettrice i circoli universitari in subbuglio che parlano di "discriminazione" nei confronti degli studenti. Dieci associazioni studentesche hanno scritto un comunicato in cui si dicono rammaricate che il rettorato dell'Ulb abbia preferito "la via della stigmatizzazione" anziché proteggere i propri studenti, dopo la pubblicazione del video che testimoniava la preghiera collettiva di rito islamico nei locali dell'università. Secondo le organizzazioni quella in atto sarebbe una “demonizzazione” basata sulla confessione. Un comportamento contrario ai valori fondanti dell’ateneo, come sottolineato nel comunicato congiunto. "Questo fenomeno marginale, che forse riguarda solo poche decine di studenti su 40mila, è stato ingigantito con il pretesto del libero esame", lamentano le associazioni. "Va ricordato che questo principio fondante dell’Ulb, che sostiene la messa in discussione dei dogmi e degli argomenti dell’autorità, è la base di una lotta progressista per una società più aperta e inclusiva". Il comunicato si conclude con l'augurio che "la tolleranza della diversità da parte dell'Ulb si evolva verso il rispetto, l'accettazione e l'inclusione". Resta da capire cosa accadrà nel pratico nel caso in cui altri studenti vengano individuati nell'intento di pregare all'interno dei luoghi accadelici, si tratti di Allah, Buddha o Gesù Cristo.

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Studenti musulmani pregano all'università, è polemica: "No ai luoghi di culto dove si fa ricerca"

Today è in caricamento