Martedì, 21 Settembre 2021
Fake & Fact

Perché l’aumento dei prezzi di luce e gas non è colpa della transizione ecologica

Il ministro Cingolani, e non solo lui, punta il dito sulle misure Ue per ridurre le emissioni di Co2. Ma i fattori del caro bollette sono altri, come spiegano gli esperti. Che chiedono ai governi più impegni sulle fonti sostenibili

La transizione ecologica verso fonti energetiche a basse emissioni è appena cominciata, ma in Italia è già diventata il capro espiatorio a cui addossare la colpa del caro bollette. A ben vedere, l’aumento delle tariffe è dovuto a un boom del prezzo del gas naturale iniziato lo scorso gennaio, unito a una crescita della domanda: il costo al consumo della fonte energetica ha già registrato un netto +170% nel 2021. A incidere su questo aumento è stato anche il taglio delle forniture di gas naturale da parte della Russia, superpotenza dell'export energetico. Gli esperti del centro studi Bruegel hanno fatto chiarezza sul caos bollette, sfatando alcuni miti legati alle fonti pulite. 

La strategia della Russia

Mosca, in particolare, “ha limitato le esportazioni di gas verso l'Europa a causa dell'elevata domanda interna, delle interruzioni della produzione e dei prezzi elevati del gas naturale liquefatto (Gnl) legati alla ripresa economica dell’Asia”. Ma la Russia “sta anche potenzialmente limitando la consegna di gas naturale in Europa” per sostenere “l'avvio di flussi tramite Nord Stream 2”, il nuovo e controverso gasdotto che la collega direttamente alla Germania, bypassando i Paesi dell’Est Europa, tra cui Ucraina e Polonia. Il progetto del Nord Stream 2 non piace alla Nato, ossia agli Stati Uniti, che vorrebbero aumentare la propria quota di gas liquido venduta ai Paesi Ue e che ne hanno ostacolato la costruzione anche con sanzioni alle imprese appaltatrici. Anche la Commissione europea, a più riprese, ha raccomandato agli Stati membri, tra cui l'Italia, di ridurre la dipendenza dal gas russo, misura che andrebbe in senso contrario rispetto al Nord Stream 2, il quale raddoppierebbe la capacità di gas trasportata dalla Russia attraverso il gasdotto esistente verso il cuore dell'Europa. Ma nonostante questi problemi diplomatici e geopolitici, Berlino è andata avanti e il gasdotto è stato completato. Tra un mese potrebbe cominciare a entrare in funzione. Se avvenisse, Mosca ha spiegato che i prezzi del gas si stabilizzerebbero. 

Investire sulle fonti a basse emissioni

Ma sarebbe sbagliato pensare che sia solo la questione russa in gioco. Il business del gas naturale ha molti sostenitori, anche in Italia, la quale spinge a Bruxelles affinché questa fonte di energia non venga messa da parte nelle strategie Ue di decarbonizzazione, ma possa semmai essere considerata come fonte di "transizione" e rientrare all'interno dei sempre più importanti "investimenti verdi". A oggi, la Commissione ha escluso questa possibilità per quanto riguarda il Recovery fund: i 250 miliardi di "green bond" (circa un terzo delle risorse del fondo per la ripresa) non potranno essere utilizzati per gas e nucleare. Ma la partita che più interessa le lobby del settore è quella del bilancio Ue, su cui Bruxelles non ha ancora preso una decisione. E il rialzo dei prezzi potrebbe giocare a loro favore.

Il ruolo del nucleare

Nella partita della decarbonizzazione del settore energetico, un importante ruolo lo svolge anche il nucleare. Alcuni Paesi Ue, come la Germania e il Belgio, stanno spegnendo del tutto i loro impianti. La Francia, invece, vorrebbe far rientrare le sue centrali tra quelle "sostenibili" per il futuro del blocco. Proprio in questa fase di caro gas e luce, sottolinea la Reuters, "la disponibilità del nucleare del principale esportatore di energia, ossia la Francia, dovrebbe portare tranquillità" sul mercato europeo. "L'attuale disponibilità nucleare giornaliera francese è stimata tra 45 GW e 47 GW per settembre, che è circa il 73-75% del totale installato e tra 6 e 7 GW al di sopra della media quinquennale, secondo ICIS e i dati della società di rete RTE. La disponibilità di novembre e dicembre dovrebbe essere vicina al 90%", sottolinea ancora la Reuters. In altre parole, la stabilizzazione dei prezzi dell'energia dei prossimi mesi potrebbe essere "merito" dell'avvio del gasdotto russo-tedesco e della potenza nucleare francese. 

E le fonti rinnovabili?

Qui scatta la prima accusa, velata e non, mossa da diverse parti alla strategia della Commissione Ue di puntare con forza sulle fonti rinnovabili nell'immediato e soprattutto nel prossimo futuro. Secondo i critici, fotovoltaico ed eolico non bastano ad assicurare prezzi stabili. Lo avrebbe dimostrato il caso di questi mesi estivi, in cui è registrato un calo della produzione di energia rinnovabile "causata dal caldo e dalla bassa velocità del vento", scrive Bruegel. 

Secondo il think tank, però, la lezione da trarre non è quella di ridurre la corsa alle rinnovabili, ma semmai di accelerarla, perché l'instabilità dei prezzi deriva dai problemi nel mercato delle fonti fossili: “I governi non si sono ancora impegnati abbastanza chiaramente per un futuro a basse emissioni di carbonio”. Per effetto di una rivoluzione energetica verde tante volte evocata ma ancora non attuata, l'equilibrio tra domanda e offerta di energia nell'Ue rimarrà volatile e varierà “a seconda della rapidità con cui i combustibili fossili verranno gradualmente eliminati”. “Impegni più chiari da parte dei governi per introdurre fonti di energia a basse emissioni di carbonio, a esempio finanziando le infrastrutture necessarie e impegnarsi a prezzi elevati del carbonio in tutti i settori, potrebbe aiutare ad allontanarsi da questo equilibrio precario”, è la raccomandazione degli esperti del centro studi di Bruxelles.

Il sistema Ets

Altro fattore sotto accusa per il rialzo dei prezzi di luce e gas è l'Ets, il sistema di scambio di quote di emissioni di Co2 per l'industria pesante e quella energetica, che ha portato a un aumento del costo di queste quote. Ma di cosa si tratta nello specifico?  Per capire meglio di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro, per la precisione al 2005, quando l’Unione europea lanciò il suo sistema di scambio di emissioni Ets (Emissions trading  system): in base a questo sistema, le industrie europee più inquinanti, dalle centrali energetiche alle acciaierie, hanno un tetto annuo di emissioni di Co2 da rispettare. Se inquinano di più di quel tetto, le imprese sono costrette ad acquistare quote di emissioni da un apposito mercato. Se inquinano di meno, le quote non utilizzate possono essere rivendute sullo stesso mercato. 

I tetti annuali di emissioni, in base alla direttiva Ue che regola l’Ets, sono stai progressivamente abbassati. E questo nell’ottica si una riduzione complessiva delle emissioni in Europa, che è il motivo di base per cui è stato creato l’Ets. Il sistema ha funzionato? Per gli ambientalisti, ci sono luci e ombre: per loro, a fronte di costi della Co2 rimasti relativamente bassi, le emissioni in alcuni settori non sono state ridotte: "Tra il 2012 e il 2018, l’Ue è riuscita a ridurre le emissioni nei settori coperti dall’Ets del 13% – dice Agnese Ruggiero, policy advisor di Carbon Market Watch, think tank con sede a Bruxelles – Ma se da un lato ci sono casi di successo come quelli dell’industria energetica, lo stesso non si può dire per l’industria pesante. In settori come quello dell’acciaio, del cemento o dell’industria chimica, la riduzione delle emissioni è stata pari a zero nel periodo preso in analisi”.

La Commissione europea, dal canto suo, continua a promuovere questo sistema. E, anche sotto la spinta delle richieste delle forze ambientaliste, ha proposto nella sua strategia Fit for 55, il nuovo Green deal per intenderci, di allargare tale sistema ad altri settori economici, tra cui quello delle auto. Una proposta che ha attirato le polemiche del ministro italiano alla Transizione energetica Roberto Cingolani, che ha rincarato la dose proprio in questi giorni additando l'Ets come principale causa del caro bollette. 

Anche Bruegel cita “il rialzo senza precedenti del prezzo del carbonio nell’Ue” tra le possibili cause dei rincari nell’elettricità. Ma a differenza di Cingolani, gli esperti di Bruegel ne riducono la sua portata e mettono in luce tanti altri fattori che influiscono di più sui rialzi in bolletta. Ossia le già citate turbolenze sul mercato del gas e la maggiore domanda di elettricità dovuta “alla ripresa e alla minore produzione di energia rinnovabile causata dal caldo e dalla bassa velocità del vento durante l’estate”. 

Il consiglio ai governi: attuare il Green deal

Un mix di fattori che su base annua potrebbero comportare “un raddoppio dei prezzi dell'elettricità all'ingrosso da circa 50 euro/MWh a 100 euro/MWh” che per i consumatori europei si tradurrà in un aumento complesso “fino a 150 miliardi di euro” nei prossimi mesi. Il Paese Ue più colpito dall’inflazione energetica è la Spagna, che è già corsa ai ripari riducendo l'imposta sull'elettricità dal 5,1% allo 0,5%. Ma l’Italia, il secondo tra i grandi Paesi Ue più colpiti dagli aumenti, non ha ancora reagito. “L'intervento temporaneo del governo - secondo gli esperti di Bruegel - potrebbe aiutare a proteggere le famiglie più vulnerabili dai picchi dei prezzi dell’energia”. Ma per una effettiva stabilizzazione dei prezzi, “la tempestiva approvazione e attuazione del pacchetto "Fit for 55" - proposto in luglio dalla Commissione europea per attuare il Green deal - rappresenterebbe una soluzione più strutturale per evitare futuri picchi dei prezzi dell'energia e garantire una transizione ordinata dal marrone al verde”, hanno concluso gli autori.

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