Ex Ilva, con gli esuberi di ArcelorMittal profitti potenziali per 200 milioni. Ecco come

Riducendo personale e produzione, la multinazionale incasserebbe comunque le quote gratuite di emissione di Co2 concesse da Italia e Ue. Una sorta di pacchetto di azioni da rivendere sul mercato. Che già a fine 2018 hanno fruttato oltre 1 miliardo

Licenziare circa 4000 persone e realizzare un profitto intorno ai 200 milioni di euro. E’ quello che potrebbe fare ArcelorMittal se dovesse realizzare il piano di esuberi all’ex Ilva di Taranto minacciato in queste ore. E il paradosso del paradosso, vista la crisi ambientale in cui versa la città pugliese, è che gli introiti extra derivanti dai tagli alla produzione sarebbero una sorta di premio da parte dell’Ue al colosso dell’acciaio francoindiano per aver ridotto le emissioni inquinanti dell’impianto. 

Il mercato delle quote di emissione

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro, per la precisione al 2005, quando l’Unione europea lancio’ il suo sistema di scambio di emissioni Ets (Emissions trading  system): in base a questo sistema, le industrie europee più inquinanti, dalle centrali energetiche alle acciaierie, hanno un tetto annuo di emissioni di Co2 da rispettare. Se inquinano di più di quel tetto, le imprese sono costrette ad acquistare quote di emissioni da un apposito mercato. Se inquinano di meno, le quote non utilizzate possono essere rivendute sullo stesso mercato. 

I tetti annuali, in base alla direttiva Ue che regola l’Ets, sono stai progressivamente abbassati. E questo nell’ottica si una riduzione complessiva delle emissioni in Europa, che è il motivo di base per cui è stato creato l’Ets. Il sistema ha funzionato? Si’ e no. “Nei fatti, tra il 2012 e il 2018, l’Ue è riuscita a ridurre le emissioni nei settori coperti dall’Ets del 13% – dice Agnese Ruggiero, policy advisor di Carbon Market Watch, think tank con sede a Bruxelles – Ma se da un lato ci sono casi di successo come quelli dell’industria energetica, lo stesso non si puo’ dire per l’industria pesante. In settori come quello dell’acciaio, del cemento o dell’industria chimica, la riduzione delle emissioni è stata pari a zero nel periodo preso in analisi”.

Il business dell'industria pesante

L’industria pesante, dunque, ha continuato a mantenere gli stessi livelli di inquinamento nell’ultimo lustro. E questo, nonostante l’ulteriore incentivo dato dall’Unione europea ad acciaierie e cementifici: le quote di emissione gratuite (che invece altri settori, come quello energetico, non hanno). Già, perché i progressi ambientali dell’industria hanno costi importanti. E una multinazionale come ArcelorMittal, per esempio, che ha impianti e miniere sparsi in tutto il globo, potrebbe pensare di delocalizzare uno o più stabilimenti europei in Paesi con politiche ambientali meno stringenti, lasciando per strada migliaia di lavoratori. Per evitare casi del genere, dunque, Bruxelles ha deciso di assegnare ai settori più a rischio la quasi totalità delle quote di emissione (il 90%) a titolo gratuito. 

Secondo Carbon Market Watch, la generosità dell’Ue è stata eccessiva e non ha prodotto i risultati sperati, sia per quanto riguarda l’inquinamento, sia per quanto riguarda il mantenimento di livelli occupazionali. Di contro, le multinazionali del settore hanno realizzato lauti profitti. Come? Rivendendo le quote gratuite sul mercato Ets. Secondo uno studio di Carbon Market Watch, tra il 2008 e il 2015, le industrie pesanti di 20 Paesi Ue hanno incassato, nel complesso, 25 miliardi di euro grazie alla “monetizzazione” delle quote ricevute a titolo gratuito e non utilizzate. 

ArcelorMittal campione d'incassi

ArcelorMittal è tra i campioni indiscussi di questo business: stando ai dati per Paese raccolti sempre da Carbon Market Watch, tra il 2008 e il 2015 i profitti realizzati grazie alle quote Ets hanno raggiunto gli 1,8 miliardi di euro. Nello stesso periodo, la vecchia gestione dell’Ilva incassava 476 milioni sempre grazie a questo sistema. “Esistono essenzialmente 3 modi di far fruttare le quote – spiega Ruggiero – Quello più semplice è rivendere le quote non utilizzate, vuoi perché si è ricevuto un numero di quote in eccesso o perché si è ridotta la produzione. Un altro modo è comprare crediti internazionali per progetti di riduzione di emissioni nel mondo a un prezzo più basso e rivendere le quote europee sul mercato a un prezzo più alto, come si fa con i titoli in borsa. Infine – continua Ruggiero – c’è il cosiddetto ‘cost-pass through’. In pratica, il costo delle quote viene di fatto scaricato sui clienti e, di conseguenza, sui consumatori”. In altre parole, l’industria X prima ottiene gratis una quota e poi ci guadagna inserendola nel prezzo di vendita dei suoi prodotti, facendolo lievitare. I ricavi derivanti dal metodo del ‘cost-pass through’ non compaiono nei bilanci delle industrie. Eppure, secondo gli analisti, rappresentano il grosso dei loro profitti legati alle quote di emissione. 

L'acquisto dell'Ilva

Ma torniamo ad ArcelorMittal e al caso dell’ex Ilva. A metà 2017, la multinazionale vince la gara per l’acquisto dell’acciaieria italiana, la più grande d’Europa. Si tratta di un’acquisizione fortemente strategica per il gruppo, che realizza quasi il 50% dei suoi ricavi globali all’interno del mercato Ue, come si evince dai bilanci. E l’Italia rappresenta il secondo sotto-mercato europeo più importante per chi vende acciaio, scrive la stessa ArcelorMittal nel suo ultimo report annuale. “Sono molto fiducioso sul fatto che l’Ilva, adesso chiamata ArcelorMittal Italia, dimostrerà di aggiungere un valore significativo ai nostri affari in Europa”, scriveva in questo report Aditya Mittal, amministratore delegato di ArcelorMittal Europe. 

Tra i valori aggiunti c’è anche quello delle quote di emissioni gratuite assegnate all’ex Ilva. Nel bilancio 2018 di ArcelorMittal, la stessa multinazionale segnala di aver incassato 201 milioni di dollari "relativi ai diritti di emissione di Co2 detenuti dall'Ilva alla data di acquisizione". D’altro canto, guardando al registro Ets della Commissione europea, si vede come lo stabilimento italiano utilizzi, e non da ora, solo la metà delle quote di emissione ricevute ogni anno. Il resto è tutto guadagno. 

Che l’acquisto dell’Ilva abbia fatto bene a questo sotto-business di ArcelorMittal lo si puo’ vedere anche dallo storico dei bilanci. Se al 31 dicembre del 2016, prima dell’acquisizione, la multinazionale quantificava in 420 milioni di dollari il valore delle quote di emissione detenute, al 31 dicembre del 2018 questo valore è schizzato a 1,17 miliardi di dollari. E potrebbe crescere ancora, visto che negli ultimi due anni il prezzo delle quote di emissione è schizzato da 5 dollari a 25. Un business niente male, considerato anche che lo stesso valore veniva contabilizzato con un tondo “0” nel bilancio del 2012. 

Il caso belga

Abbiamo scelto il 2012 come data di riferimento, perché il 31 dicembre di quell’anno si chiudeva la seconda fase del sistema Ets (la prima aveva coperto il 2005-2007). Ogni passaggio di fase (il prossimo avverrà nel 2021) comporta delle modifiche alle norme che regolano il funzionamento del sistema (compreso il numero di quote gratuite assegnate). E allora come oggi, ArcelorMittal era in prima linea nel chiedere alle istituzioni Ue di non punire l’industria pesante con soglie e norme più stringenti. Pena il rischio di chiusura degli impianti.

Nel 2012, per esempio, la sede belga della multinazionale era alle prese con un mega vertenza sindacale in quel di Liegi, dove ArcelorMittal aveva acquisito da 4 anni uno dei complessi siderurgici più grandi d’Europa. Con la promessa di un suo immediato rilancio. Purtroppo, già nel 2011 i nuovi dirigenti avevano alzato bandiera bianca, minacciando la chiusura dell’area a caldo e il licenziamento di 1300 operai. Le trattative si trascineranno per un altro anno. Nel frattempo, l’Ue dà il via libera alla nuova fase dell’Ets mantenendo condizioni vantaggiose anche per ArcelorMittal. Ma purtroppo, la generosità di Bruxelles non riesce a impedire, nel 2013, lo smantellamento della gran parte del polo di Liegi. ArcelorMittal terrà aperte solo 5 linee a freddo e di queste, 3 verranno vendute a Liberty House nel quadro dell’affare che ha portato all’acquisizione dell’ex Ilva. 

Secondo l’analisi di Carbon Market Watch, più o meno in quel periodo drammatico per la siderurgia belga, per la precisione tra il 2008 e il 2015, ArcelorMittal realizzerà un profitto complessivo di 413 milioni di euro grazie alle quote di emissione ottenute dallo Stato belga, comprese quelle del sito di Liegi, e non utilizzate. 

Il paradosso della produzione 

Tra le condizioni vantaggiose della fase 3 dell’Ets (quella attualmente in corso) ce n’è una che ci riporta ai giorni nostri, al caso dell’ex Ilva. “Se un impianto, in un dato anno, riduce fino al 49% la sua produzione, puo’ mantenere tutte le quote inutilizzate e rivendere quelle in eccesso – spiega ancora Agnese Ruggiero di Carbon Market Watch – Se supera quella riduzione, allora le quote assegnate per l'anno successivo saranno ridotte ”. Questa regola è stata a lungo contestata dai critici dell’Ets, perché consentirebbe alle industrie di guadagnare nonostante i tagli alla produzione, che di fatto sono quasi sempre tagli al personale. In altre parole, le quote gratuite, che per le industrie dei settori ‘privilegiati’ rappresentano un aiuto contro la concorrenza sleale dei Paesi terzi e dovrebbero dunque contribuire a evitare i licenziamenti di massa, sono esposte a effetti negativi sui livelli occupazionali. Non a caso, tale norma è stata stralciata dalla fase 4, quella che scatterà nel 2021.

Da qui al 2021, pero’, c’è ancora un anno solare pieno. L’anno in cui ArcelorMittal Italia potrebbe mandare a casa quasi 4.000 dipendenti dei circa 10.700 che attualmente conta l’ex Ilva. Si tratterebbe di un taglio di circa il 37% del personale. Se la produzione dovesse diminuire allo stesso tasso, la multinazionale conserverebbe comunque tutte le quote assegnate dallo Stato italiano e non utilizzate. Facendo un raffronto con i ricavi dichiarati dalla stessa ArcelorMittal Italia nel 2018 e le quote assegnate per il 2020, il valore di quelle non usate porterebbe a profitti complessivi per circa 200 milioni di euro.

Prendi le quote e scappa 

“Il sospetto – dice Rosa D’Amato, eurodeputata del Movimento 5 stelle – è che a Taranto, ArcelorMittal stia seguendo uno schema ben preciso, realizzato già in questi anni in giro per l’Europa: acquisisce impianti, aumenta la sua posizione dominante sul mercato, riduce il personale e, in più, fa affari con le quote di emissione generosamente concesse da Ue e Stati membri”.

Che ci sia uno schema o meno, sta di fatto che dal 2012 al 2018, ArcelorMittal in Europa ha avuto a che fare con diversi impianti in crisi e con conseguenti tagli al personale. E’ successo in Spagna, come in Romania, in Lussemburgo o in Belgio, come già visto. In questo arco di tempo, il personale impiegato nei Paesi Ue è passato da circa 100mila unità a 78.600 nel 2017, per poi risalire, grazie all’Ilva, a 88.700 nel 2018. Comunque oltre 10mila lavoratori in meno. Eppure, i ricavi nell’Ue sono rimasti invariati: erano 40 miliardi nel 2013, sono stati 40 miliardi nel 2018. E il valore delle quote di emissione non utilizzate, stando ai bilanci della stessa ArcelorMittal, è passato da 0 a 2,8 miliardi di dollari complessivi. Anche grazie all’acquisizione dell’ex Ilva.

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