Tracing app vanno offline passato il confine. Ue: “Colpa degli Stati”

Bruxelles afferma di aver fatto la propria parte nel coordinamento tra diversi sistemi nazionali di allerta Covid sugli smartphone. Ma a oggi non si intravede una soluzione tecnica per i programmi che non si parlano tra loro

FOTO ANSA/UFFICIO STAMPA MINISTERO SANITA'

D’accordo sulla teoria, divisi sul da farsi. L’Unione europea, a quasi quattro mesi dall’arrivo della pandemia nei suoi 27 Stati membri, arranca nel trovare un sistema di tracciabilità digitale degli spostamenti che permetta ai cittadini comunitari di riprendere a spostarsi in sicurezza, ricevendo una notifica sullo smartphone nel caso in cui si siano trovarti in luoghi a rischio contagio. Le ormai famose ‘tracing app’, secondo i piani della Commissione europea, si sarebbero dovute sviluppare in maniera tale da assicurare l’interoperabilità tra loro. Ciò avrebbe lasciato i Paesi membri liberi di creare una propria app, come l’italiana Immuni, ma senza rendere tale soluzione digitale completamente inutile una volta varcati i confini nazionali con gli altri Paesi Ue. Situazione che, invece, si sta verificando. 

Responsabilità nazionali

Interrogati da giornalisti sulle azioni da prendere per scongiurare la balcanizzazione digitale Ue della tecnologia di prevenzione, i portavoce della Commissione hanno messo le mani avanti. I provvedimenti per rendere compatibili del app “vanno presi dagli Stati membri”, dai quali “dipendono tutte le decisioni, incluse quelle tecniche, con riferimento all’interoperabilità di queste app”, ha detto Johannes Bahrke, portavoce dell’esecutivo europeo. “È un problema fondamentale, ma anche molto tecnico, non facile da trattare”, ha ammesso il portavoce sollecitato a più riprese dai giornalisti collegati in videoconferenza (la sala stampa della Commissione è chiusa per evitare i rischi di contagio tra i corrispondenti che arrivano da tutta Europa). 

Una difficile mediazione tecnologica

La risposta a tratti piccata dei funzionari della Commissione mette in evidenza una realtà di fondo, messa nero su bianco da un documento del Parlamento europeo. “Mentre il coordinamento delle app interoperabili transfrontaliere per il Covid-19 è di competenza della Commissione europea, il loro sviluppo è di competenza nazionale”, si legge nel rapporto sullo strumento di prevenzione a portata di click, che poi spiega le difficoltà tecniche di rendere compatibili app pensate per funzionare in maniera differente. “Le app Covid-19 si dividono in due grandi gruppi a seconda dei loro protocolli di comunicazione”. Da una parte ci sono le “app decentralizzate” con le quali “quando una persona riceve un risultato positivo al test da un'autorità sanitaria pubblica, carica i propri dati di contatti esposti (al virus, ndr) su un server back-end” che assicura la privacy di colui che comunica di essere stato contagiato. Cosa ben diversa accade con le app cosiddette ‘centralizzate’, dove i dati  “vengono elaborati su un server centrale gestito dalle autorità sanitarie pubbliche”. Il server “calcola i punteggi di rischio aggiornati per tutti gli utenti e decide quali utenti interessati devono essere informati” della condizione di rischio. Alla separazione nelle due grandi famiglie di app - l’italiana Immuni è decentralizzata mentre la britannica NHS Covid-19 App è centralizzata - si aggiungono altri dettagli, come la raccolta dei dati di posizionamento tramite tecnologia Bluetooth o Gps o entrambi, per non parlare poi dei differenti protocolli per la privacy. “Tutte le app di tracciamento sociale - si legge ancora nel documento - dovrebbero essere in grado di scambiare la quantità minima di informazioni necessaria per avvisare i singoli utenti dell'app, ovunque si trovino nell'Ue, di un'esposizione epidemiologicamente rilevante a un utente positivo al Covid-19”. Un obiettivo che richiederà un grande sforzo di mediazione. Non tanto politica, ma soprattutto tecnologica. 

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