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Lunedì, 27 Giugno 2022
La testimonianza / Ucraina

La mia fuga da Kiev sotto le bombe

Il racconto dell'italiano Baranca, tra i dirigenti della Federcalcio ucraina: "Non credevo alla guerra, qui i giovani vogliono la pace. E l'Europa"

"Come tanti qui in Ucraina, non credevo che la guerra fosse possibile. Sono stato svegliato dalle bombe, e da quel momento è cominciata la mia fuga". Francesco Baranca, 45 anni, è un giurista italiano che dal 2017 presiede il comitato etico della Federcalcio ucraina. Questo fine settimana, il suo presidente Andrii Pavelko aveva programmato di andare allo stadio di Odessa insieme al leader ucraino Volodymyr Zelensky per assistere alla sfida contro il Mariupol, e dare un messaggio di speranza e tranquillità al Paese. A testimonianza che anche nelle sfere più alte della classe dirigente di Kiev in pochi credevano che l'invasione russa avvenisse davvero. Ecco perché Baranca, che vive per la maggior parte dell'anno nella capitale ucraina, mai avrebbe pensato di ritrovarsi da un giorno all'altro prima in un'ambasciata strapiena di uomini, donne e bambini, di cui tantissimi neonati nati da madre surrogate, e poi su un convoglio Osse per sfuggire da un Paese sotto le bombe.

"La notte in cui è scoppiata la guerra ero andato a letto nella mia casa di Kiev senza troppe preoccupazioni - racconta - Mi sono svegliato con lo scoppio di una bomba. Ho sottovalutato il pericolo, è vero. Ma non sono stato il solo". A quel punto, Baranca è corso come tanti italiani in ambasciata. Qui trova più di cento persone. Tra queste, tante coppie che erano andate a Kiev per portare in Italia i bimbi nati da madri surrogate. Una situazione di emergenza nell'emergenza. "Abbiamo dormito a terra, in condizioni complicate, senza dubbio, ma proprio per questo devo fare i complimenti all'ambasciatore Zazo, che sta facendo un gran lavoro e ha saputo in breve tempo dare sostegno e accoglienza a tutti. Un'assistenza meravigliosa", dice.

Passata la prima notte in ambasciata, Baranca e le altre persone presenti hanno ricevuto una proposta: accodarsi a un convoglio dell'Osce, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. "Non ci ho pensato un attimo, ho detto subito sì - racconta - Con me altre venti persone, mentre il resto ha preferito restare in ambasciata". Baranca professa tranquillità, ma il viaggio non è certo una passeggiata. Kiev è sotto assedio, la città è spaccata in due: c'è la zona centrale, che non è stata ancora toccata dagli scontri, dove "sembra di stare in una città italiana d'estate, con pochissime persone in giro, e le vecchiette che tornano a casa con la busta della spesa. Abbiamo incontrato un blindato ucraino, e poi un check point, con i soldati che ci salutavano sorridenti. Surreale. Noi qualche timore lo avevamo, perché c'era stato detto che alcuni militari russi si erano infiltrati in città con le divise dell'esercito di Kiev". 

Usciti fuori dal centro blindato, però, la guerra si è mostrata in tutta la sua violenza. "C'era l'esercito schierato, c'erano i tank, diverse auto bombardate, ho visto una serie di crateri lasciati dagli ordigni esplosi. E poi c'erano tantissimi profughi in fuga, famiglie con bambini. Per fare 3 chilometri ci abbiamo messo oltre due ore". Mentre Baranca ci parla, non sappiamo esattamente la sua posizione: non può comunicarcela per motivi di sicurezza. Quello che può dirci è il sentimento che prova lasciando un Paese che è diventato la sua seconda casa, un sentimento ancora misto tra lo stupore, la paura e il dolore: "Credo che l'Ucraina ce la farà, gli ucraini hanno finora resistito ovunque. I russi, nonostante il loro strapotere di mezzi, non sono davvero entrati nel cuore delle città, a partire dallo stesso Donbass. Non so perché, non sono un politologo né uno stratega militare. Ma so una cosa: nonostante tutti i difetti che questo Paese può avere, l'Ucraina è una democrazia".

È questa, la democrazia, la vera forza di questo Paese dinanzi alla Russia, sostiene Baranca: "L'ho visto da vicino, al comitato etico della Federcalcio. Nella lotta al calcio scommesse e alla corruzione, l'Ucraina è diventato un modello a livello internazionale. E poi ci sono i giovani, che sono davvero incazzati come delle iene, hanno il sangue negli occhi. E non perché vogliono la guerra con la Russia, ma perché pensavano di poter finalmente costruirsi un futuro di pace. Un futuro da europei, perché questo si sentono. Per loro, la possibilità di poter viaggiare liberamente nei Paesi Ue in questi 4 anni è stata una grande conquista. Per loro l'Unione europea vuol dire libertà. E non chiedono altro", conclude. 

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