Migranti, cos'è la missione Sophia e perché Salvini vuole cambiarla

Il suo scopo è combattere la tratta di esseri umani, individuando e arrestando i responsabili, ma per le leggi del mare le imbarcazioni militari che vi prendono parte hanno anche l'obbligo di effettuare salvataggi

Foto Ansa

Dopo le navi delle Ong Matteo Salvini ha promesso di bloccare anche quelle militari che chiedono di attraccare nei nostri porti per far sbarcare migranti salvati nel Mediterraneo. Il vicepremier e leader della Lega si è scagliato contro gli accordi “scellerati”, stipulati dai governi precedenti, scatenando anche uno scontro di competenze nel governo, con la Difesa che rivendica di avere l'ultima parola in materia. Le navi militari degli altri Paesi membri hanno diritto di attraccare sulle nostre coste per far sbarcare i migranti oltre che per le leggi del mare, anche in quanto partecipano alla missione europea “Euronavformed - Operazione Sophia”, una missione nata allo scopo di combattere la tratta di esseri umani nel Mediterraneo.

Il via dopo una strage nel Mediterraneo

La missione è partita il 22 giugno 2015 e il 26 ottobre 2015 ha ufficialmente integrato la sua denominazione con "Sophia", il nome della bambina nata su una nave soccorsa in estate al largo delle coste libiche. La necessità di un'operazione di questo tipo diventò impellente quando il 18 aprile 2015 a Nord della Libia si consumò quello che l'Unhcr ha definito "il più grande disastro della storia recente", l'affondamento di un peschereccio con oltre 800 persone a bordo. Su proposta dell'Alto rappresentanteUe Federica Mogherini, il Consiglio europeo propose un Action Plan sulla migrazione basato su 10 punti, il secondo dei quali si concretizza nelle settimane successive in Eunavfor Med, con comando affidato all'ammiraglio di divisione Enrico Credendino, un italiano. Diversi Stati europei misero a disposizione imbarcazioni e mezzi militari. La "fase uno", volta a "dispiegare le forze e raccogliere informazioni sul modus operandi dei trafficanti e contrabbandieri di esseri umani", si concluse il 7 ottobre con l'inizio della "fase due", che è tuttora in corso, durante la quale le forze europee possono procedere, "nel rispetto del diritto internazionale", a fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico o la tratta di esseri umani. Il tutto questo al di fuori delle acque libiche, perché per entrarvi, occorrerebbero il placet dell'Onu e la richiesta del governo locale. Naturalmente sin dall'inizio, le unità hanno anche contribuito alle attività di soccorso, che non rientrano nel mandato assegnato alla missione ma rappresentano un obbligo per il diritto internazionale. L'Italia ha acconsentito allo sbarco dei migranti nei suoi porti, anche se non esplicitamente menzionato nei piani operativi o nel mandato, una condizione che fu ritenuta fondamentale di altri Paesi, come il Regno Unito, che si dissero disposti a partecipare ma solo se non avessero dovuto farsi carico dei migranti.

I nuovi compiti

Il 20 giugno 2016, la Commissione europea ha esteso il mandato dell'operazione per un ulteriore anno, aggiungendo due compiti integrativi: l'addestramento della Guardia costiera e della Marina libica e il contributo alle operazioni di embargo alle armi in accordo con le risoluzioni delle Nazioni Unite. Il 25 luglio 2017, in concomitanza con il rinnovo dell'operazione fino al 31 dicembre 2018, il Consiglio europeo ha aggiunto al mandato tre nuovi compiti integrativi: istituire un meccanismo di controllo del personale in formazione per assicurare l'efficienza a lungo termine della formazione della Guardia costiera e della Marina libica; svolgere nuove attività di sorveglianza e raccogliere informazioni sul traffico illecito delle esportazioni di petrolio dalla Libia; migliorare le possibilità per lo scambio di informazioni sulla tratta di esseri umani con le agenzie di contrasto degli Stati membri, Frontex ed Europol. All'operazione "Sophia" partecipano 27 su 28 nazioni europee, è fuori solo la Danimarca che non può perché le sue leggi le impediscono il 'non coinvolgimento diretto' nella 'Politica di sicurezza e di difesa comune dell'Ue'. Il 1 febbraio 2018, l'Italia ha assunto nuovamente il comando in mare della Task Force con l'inserimento della San Giusto quale flagship dell'operazione.

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Le modifiche al mandato

Il mandato strategico dell'operazione Sophia scadrà a fine dicembre 2018, e già nelle prossime settimane sarà lanciata la discussione per la revisione. È in questa fase che l'Italia può chiedere un cambiamento spingendo perché i migranti salvati non vengano portati solo sulle nostre coste. Ma a farlo non può essere Salvini direttamente, in quanto la competenza è dei ministri degli Esteri e della Difesa. "La decisione deve essere presa all'unanimità dai ministri degli Esteri dell'Ue" come per tutte le missioni di politica estera e di sicurezza, ha spiegato una portavoce della commissione, Maja Kocijancic, e sembra altamente improbabile che gli altri Stati membri accettino la chiusura dei porti italiani alle imbarcazioni militari dell'operazione Sophia in caso di salvataggi in mare.

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