"Dai Paesi Ue nessun sostegno medico, solo la Cina ci ha aiutato"

Mentre Berlino continua a bloccare l'export di mascherine, arriva il duro atto d'accusa dell'ambasciatore italiano Massari: "Non è un buon segno di solidarietà europea, servono coraggiose misure economiche". D'accordo anche la presidente della Bce. Bruxelles 'libera' 7,5 miliardi per i Paesi colpiti

La presidente della Commissione von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue Michel in conferenza stampa sull'emergenza Covid-19

Se persino l'ambasciatore italiano presso l'Ue punta il dito contro l'egoismo degli Stati membri, significa che qualcosa si è inceppato, se non rotto, nel principio di solidarietà comunitaria posto alla base della stessa Unione. "L'Italia ha chiesto da tempo di attivare il Meccanismo di protezione civile dell'Unione europea per la fornitura di attrezzature mediche per la protezione individuale. Ma, sfortunatamente, non un solo paese dell'Ue ha risposto all'appello della Commissione. Solo la Cina ha risposto bilateralmente. Certamente, questo non è un buon segno di solidarietà europea", scrive Maurizio Massari, rappresentante permanente di Roma a Bruxelles, in un editoriale su Politico, il quotidiano della bolla Ue.

Il caso delle mascherine

Il messaggio è chiaro ed è un atto d'accusa. La Lombardia si trova da giorni a fare i conti con carenze di mascherine e respiratori, di cui c'è bisogno vitale. Da circa un anno, la Commissione ha varato la nuova Protezione civile europea, che sarebbe dovuta servire a dare risposte più rapide e coordinate in caso di emergenze in uno o più Paesi dell'Unione. Ma perché questo accada Bruxelles da solo puo' poca: serve l'impegno dei singoli governi. Ma nessuna delle 26 capitali ha mosso un dito. In particolare, Germania e Francia, le principali economie europee, hanno chiuso all'export di attrezzature mediche verso l'Italia. 

L'aiuto di Pechino

La solidarietà è invece arrivata dalla Cina, che allo scoppio dell'emergenza in patria, si era sentita tradita dall'Italia, unica potenza occidentale a decretare lo stop dei voli da e verso gli aeroporti cinesi. Oggi Pechino vanta di aver confinato l'epidemia e di aver superato la fase critica. E ha deciso di inviare in Italia 1.000 ventilatori polmonari, 100mila mascherine di massima tecnologia e 20 mila tute protettive, oltre che 50 mila tamponi per effettuare nuovi test. Un gesto che, a dirla tutta, fa il pari con quanto fatto da Roma nei confronti di Pechino quando le parti erano invertite. 

Insomma, c'è stata una solidarietà reciproca tra Italia e Cina. Ma è mancata tra l'Italia e il resto dei Paesi Ue. Ognuno avrà le sue ragioni, magari Berlino non vuole trovarsi a corto di scorte se i contagi dovessero moltiplicarsi all'improvviso. Ma quanto accaduto su mascherine e attrezzature mediche è diventato l'emblema, almeno per il nostro governo, di una Unione europea che sta rispondendo con freddezza e in ritardo a una situazione di gravissima emergenza sanitaria, economica e sociale. L'ambasciatore Massari, nel suo editoriale, non lo dice. Ma è quanto traspare quando dice che "la crisi del coronavirus non è solo una crisi nazionale. È una crisi europea e deve essere trattata come tale". E pertanto servono "coraggiose misure economiche".

Bruxelles batte un colpo

L'editoriale di Massari data il 10 marzo. Lo stesso giorno in cui, dopo giorni di silenzio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha finalmente deciso di prendere un'iniziativa che non sia il semplice appalto (tra l'altro un po' tardivo) per l'acquisto centralizzato di attrezzature mediche o le rassicurazioni sulla flessibilità o ancora i fondi per la ricerca sul virus (lievitati da 10 milioni a 140 in poche settimane). C'è voluta una lunga giornata e un vertice straordinario Ue via teleconferenza, ma alla fine Bruxelles ha deciso di rendere immediatamente spendibili 7,5 miliardi di fondi già esistenti eliminando i vincoli che avrebbero rallentato il loro uso. Una misura importante, che pero' non riguarderà solo l'Italia e che non affronta ancora il nodo centrale: il bisogno di risorse fresche, nuove, e la necessità di mettere da parte le regole sugli aiuti di Stato, che di fatto bloccano interventi diretti a favore di imprese e settori produttivi. 

Da giorni se ne parla, ma a frenare le discussioni erano state, all'ultimo Eurogruppo, Germania e Olanda, che hanno chiesto più tempo per valutare l'effettivo impatto del coronavirus sull'economia. Quanto sta succedendo in Italia, la terza economia europea, sembra ormai lasciare pochi dubbi. Secondo alcune indiscrezioni, durante il vertice in teleconferenza tra i leader Ue, la presidente della Bce Christine Lagarde avrebbe lanciato l'allarme: agire immediatamente con misure straordinare o di si rischia "uno scenario come quello della grande crisi finanziaria del 2008". Parole che, se confermate, sanno di richiesta ai soliti falchi del rigore, che affollano le stanze di Francoforte, per consentire alla stessa Bce di attuare azioni d'emergenza come "finanziamenti a bassissimo costo e liquidità", dice l'agenzia Bloomberg.

Il ruolo della Bce e i negoziati sul bilancio comune

Come richiesto da giorni da varie forze, come il Movimento 5 stelle, la Bce puo' e deve avere un ruolo centrale nella risposta all'emergenza economica del coronavirus. Servirebbe una mossa 'à la Draghi', se non ancora più forte. Al fianco dell'istituto di Francoforte, pero', si devono muovere anche i Paesi Ue che hanno maggiori margini di spesa, gli stessi che da mesi sono impegnati a bloccare qualsiasi aumento dei fondi per il bilancio comune europeo: Germania, Olanda e Austria, per citarne alcuni.  

Non a caso, sempre l'ambasciatore Massari cita proprio i negoziati in corso sul bilancio: "I leader dell'Ue - scrive - dovrebbero tener conto degli insegnamenti del coronavirus e della necessità che l'Europa affronti crisi effettivamente imprevedibili". Vedremo al prossimo vertice Ue, che si dovrebbe tenere il 26-27 marzo a Bruxelles, se il coronavirus avrà smosso le posizioni dei Paesi più ricchi dell'Unione. 

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