Recovery fund, cos'è il "freno d'emergenza" che ha sbloccato l'accordo tra Olanda e Italia

Dopo estenuanti trattative, alla fine il premier Rutte ha ottenuto uno strumento in più per fare pressioni sulle riforme attuate dai Paesi in cambio dei finanziamenti del fondo anticrisi. Ma il timone resta in mano alla Commissione

Subito dopo l'accordo raggiunto in quello che, secondo alcuni, è stato il vertice europeo più lungo della storia dell'Ue, le attenzioni si sono riversate sulle cifre del Recovery fund: 750 miliardi totali per risollevare l'Europa e in particolare i Paesi più colpiti dalla crisi del coronavirus, di cui 390 miliardi di aiuti a fondo perduto e 360 di prestiti. Per l'Italia, i miliardi sono 209, il 28% del totale, con 81,4 miliardi a fondo perduto e 127,4 di prestiti. I frugali, di contro, hanno ottenuto un aumento negli sconti ai loro contributi al bilancio Ue. Ma dietro queste cifre si nascondono una serie di dettagli che hanno rischiato di far saltare il banco e che, forse, hanno un valore maggiore per i futuri equilibri politici nell'Unione. A partire dal "freno d'emergenza" su cui fino all'ultimo si sono scontrati Olanda e Italia.

Il premier olandese Mark Rutte, infatti, ha chiesto alla vigilia del summit di introdurre un meccanismo che consentisse anche a un solo Paese membro di bloccare i fondi del Recovery fund a un altro Stato membro qualora quest'ultimo non rispettasse gli impegni presi sull riforme. Per accedere ai finanziamenti del Recovery fund, infatti, stando alla proposta elaborata dalla Commissione europea, è necessario rispettare il Programma nazionale di riforme che ogni anno i Paesi membri presentano nel quadro del semestre europeo. Quest'anno, il piano dovrà essere riorentato nel contesto straordinario determinato dalla crisi creata dal Covid-19. L'Italia, al contrario di tutti gli altri Paesi membri, ha presentato lo Stability Programme 2020, ma non il Programma nazionale riforme 2020. Un ritardo che non è passato inosservato a Bruxelles e che il governo ha sminuito: il piano di riforme è già sul sito del ministero dell'Economia pronto per essere discusso con il Parlamento italiano. Solo dopo verrà spedito alla Commissione. Del resto, hanno fatto sapere dal governo, gli altri Paesi hanno sì presentato i loro programmi, ma dovranno comunque aggiornarli alla luce della crisi del coronavirus. 

Il legame tra finanziamenti e riforme ha già fatto storcere il naso a chi vede in questo meccanismo la lunga mano dei falchi dell'austerity. La Commissione, di contro, ha ricordato che spetta agli Stati delineare le riforme che intendono attuare, quindi nessuna ingerenza. Proprio per questo, l'Olanda, durante il summit, ha battuto i pugni perché il meccanismo fondi-riforme fosse più stringente: prima ha chiesto che i Paesi del Sud attuassero riforme su pensioni e mercato del lavoro (con la Lega che ha subito accusato i Paesi bassi di voler scardinare Quota100, cavallo di battaglia del Carroccio di governo). Poi, ha proposto che il Consiglio degli Stati membri avesse l'ultima parola sui finanziamenti. E' su questo punto che fino all'ultimo, stando ai resoconti di chi ha seguito da vicino il vertice, Roma e L'Aja si sono scontrare. 

Il programma di riforme

Il compromesso raggiunto prevede un "freno di emergenza": sarà sempre la Commissione a valutare riforme e a sbloccare i fondi del Recovery fund, previa una richiesta di parere da parte del Comitato economico e finanziario del Consiglio Ue, l'organo che riunisce i governi degli Stati membri. In questo processo, un Paese, in casi eccezionali, potrà chiedere di approfondire in sede di vertice Ue se gli impegni sulle riforme di un altro Stato membro sono stati rispettati, sospendendo di fatto i finanziamenti per un certo lasso di tempo. 

"Se, eccezionalmente, uno o più Stati membri ritengono che vi siano serie deviazioni dal soddisfacente raggiungimento degli obiettivi cardine e di quelli pertinenti - si legge nel testo - essi potranno chiedere al presidente del Consiglio europeo di sottoporre la questione" agli altri capi di Stato e di governo al primo summit programmato a Bruxelles. Se il presidente del Consiglio europeo deciderà di prendere in carico la questione, a quel punto i pagamenti della Commissione saranno sospesi. "Questo processo, di norma, non richiederà più di tre mesi dal momento in cui la Commissione ha chiesto il proprio parere al Comitato economico e finanziario", si legge ancora.

Il freno

Di fatto, il compromesso non contiene la possibilità che un solo Paese possa avere il potere di veto, perché a decidere, alla fine, sarà sempre la Commissione (secondo gli esperti italiani, fare diversamente sarebbe una violazione dei Trattati). Allo stesso tempo, però, il meccanismo consente all'Olanda di avere un'arma in più per fare pressioni sugli Stati del Sud, rallentando i pagamenti del Recovery fund (la cui rapidità di emissione è invece fondamentale per rispondere alla crisi). Il testo è abbastanza vago: la parola 'eccezionalmente' fa presagire che il freno possa essere attivato solo in casi estremi, mentre i "tre mesi" fissano un limite di tempo che dovrebbe ridurre l'impatto di un'eventuale sospensione dei pagamenti.   

Entrambi i contendenti si sono detti soddisfatti: Conte per aver fatto cadere la proposta di un potere di veto vero e proprio da parte di un singolo Stato membro, Rutte per aver introdotto un livello ulteriori di monitoraggio sulla spesa dei fondi del Recovery fund. Si vedrà a settembre, quando l'Italia presenterà il suo programa di riforme, se questo 'freno' servirà davvero solo in casi estremi (e solo in caso di mancato rispetto degli impegni), o se condizionarà la scelta stessa della riforme da attuare da parte dei Paesi del Sud, Italia e Spagna in particolare. 

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