I Paesi Ue litigano sui turisti: no regole comuni, sì ai corridoi bilaterali

I ministri europei non sono riusciti a trovare un'intesa sulla proposta della Commissione di istituire norme condivise, anche per impedire rischi di contagi tra uno Stato e l'altro. Croazia e Austria puntano a un accordo con la Germania, che penalizzerebbe il Nord Italia, mentre la Spagna non condivide le mosse del nostro governo

La drammatica crisi sanitaria ed economica del Covid-19 sembra non essere stata da lezione per i Paesi Ue, almeno per quanto riguarda il turismo. La proposta della Commissione europea di fissare delle regole comuni per consentire gli spostamenti in modo sicuro ed equo all'interno dell'Unione si è scontrata con gli interessi di parte dei vari governi: la riunione dei ministri del Turismo convocata per trovare un'intesa si è conclusa con un nulla di fatto. E mentre le compagnie aeree annunciano la riapertura progressiva dei voli interni all'Ue a partire dal 15 giugno, il rischio che questa stagione estiva si trasformi in un 'far west turistico', con flussi poco tracciabili e pericoli di nuove ondate di contagi, sembra sempre più concreto.

Il problema centrale è che buona parte dei Paesi europei vedono nel turismo la prima ancora di salvezza per far ripartire l'economia. Questo vale per gli Stati la cui economia dipende di più da questo settore, come Italia, Spagna, Francia, Grecia, Portogallo e Croazia. Mentre altri Paesi, come Germania e Austria, vedono nei limiti ai viaggi turistici all'estero la possibilità di aumentare, e non di poco, la quota di presenze interne. La Baviera, per esempio, sta facendo pressioni per mantenere i confini tedeschi chiusi il più a lungo possibile. Leggermente diversa la strategia di Vienna, che da settimane lavora a una sorta di corridoio turistico con Germania, Repubblica ceca e Croazia. 

Proprio questo corridoio ha fatto saltare i nervi dell'Italia, soprattutto delle regioni turistiche del Nord, come il Veneto. La Germania è infatti di gran lunga il primo bacino di turisti per il nostro Paese. Ma lo stesso vale per Spagna, Austria e Croazia. Nel 2018, in Italia si sono registrate 58milioni di presenze tedesche, una quota di poco superiore a quella della Spagna. Il terzo Paese europeo per destinazione dei turisti tedeschi è l'Austria, con 44milioni di presenze (anche se il grosso è nei mesi invernali). Al quarto posto la Croazia, con 19milioni di presenze. E' anche da questi numeri che si capisce la posta in palio. E perché si fa fatica a trovare un'intesa in Ue che soddisfi tutti.

La Commissione europea ha provato a fare ordine con una proposta che fissa delle linee comuni da seguire, a partire dai protocolli di sicurezza per evitare che gli spostamenti provochino nuovi pericolosi focolai di contagio. In particolare, Bruxelles ha proposto una mappa dell'Unione che indichi le regioni europee (e non gli Stati) più "sicure" da un punto di vista epidemiologico e quelle meno sicure. Sulla base di questa mappa, la Commissione "consiglia" di favorire i collegamenti turistici tra zone con situazioni epidemiologiche simili. L'Ecdc, il centro europeo per le malattie infettive, è stato incaricato di redigere la mappa. Ma notizie a riguardo non ne sono ancora arrivate. Del resto, Bruxelles ha tenuto a precisare che sul turismo ha poche competenze, dato che queste sono in mano agli Stati. E non ha troppa voglia di mettere il dito tra i contendenti, rischiando di ritrovarsi sotto il fuoco incrociato.

Da qui, la palla è passata al Consiglio, ossia al tavolo dei ministri Ue del Turismo. Che, però, non hanno trovato nessun accordo. Una situazione che di fatto apre la strada agli accordi bilaterali tra singoli Paesi. Gari Capelli, il ministro del Turismo della Croazia, che ha la presidenza di turno dell'Ue, ha spiegato che "se c'è la possibilità di fare accordi bilaterali, in particolare tra Paesi in cui la situazione epidemiologica è simile o uguale, dobbiamo farli per accelerare la ripresa del settore". Se la situazione è "identica o molto simile, le cose possono essere concordate a livello bilaterale sugli attraversamenti delle frontiere via auto, mare o aerea", ha aggiunto Capelli. Guarda caso, Austria e Croazia sventolano da settimane i dati di contagi e morti di coronavirus, che sono tra i più bassi dell'Ue e si avvicinano, in termini percentuali, a quelli della Germania (a dispetto di quelli del Nord Italia e di buona parte della Spagna e della Francia, che sono tra i più alti).

L'Austria, per rendere ancora più chiaro il suo orientamento in merito, ha deciso di mantenere chiuso il confine con l'Italia. Mentre la contromossa del nostro Paese, come è noto, è stata quella di riaprire le frontiere a tutti a partire del 3 giugno: se l'Austria fa muro sui collegamenti via terra, noi aggiriamo l'ostacolo aprendo ai voli (tanto più dopo che la Commissione non ha imposto restrizioni al numero di passeggeri all'interno degli aerei). La decisione italiana, a sua volta, non è piaciuta a Spagna e Francia, che sono leggermente in ritardo rispetto al nostro Paese nel calo dei contagi e che pertanto hanno prolungato la chiusura dei confini e i limiti agli spostamenti. Ma va aggiunto che anche Parigi ha già creato il suo corridoio turistico con il Regno Unito, cosa che a sua volta ha fatto storcere il naso a Madrid e Roma. Insomma, è un tutti contro tutti. Un far west in cui la protezione della salute dei cittadini sembra essere di nuovo in secondo piano rispetto alle pressioni dei settori economici.  

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