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Giovedì, 22 Febbraio 2024
Il caso / Spagna

Le aziende multate perché fanno lavorare 16 ore al giorno

In Spagna i dipendenti di importanti società di consulenza costretti ad orari assurdi. Il ministero del lavoro le ha sanzionate per 1,4 milioni di euro

Maratone lavorative anche da 16 ore al giorno. Queste le condizioni a cui si sono abituati i dipendenti di quattro grandi società di consulenza (Deloitte, PwC, Ey e Kpmg) note anche come "Big Four". Nonostante l'assenza di denunce il ministero del Lavoro spagnolo si è attivato e dopo un anno di investigazioni ha deciso di multare queste multinazionali per le violazioni dei diritti dei lavoratori. Anche in un mondo considerato ideale per fare carriera, sono emerse situazioni inaccettabili.

Assenza di registri orari

L'ente pubblico ha deciso di imporre una sanzione per un totale di almeno 1,4 milioni di euro nei confronti delle quattro società di consulenza. Le autorità si sono impegnate ad indagare se i dipendenti lavorassero più a lungo di quanto risultasse dai loro registri. Secondo i media spagnoli la difficoltà principale dell'indagine è derivata dal fatto che le aziende non avevano un registro orario, che dal 2019 rappresenta un requisito per tutte le imprese. L'assenza del registro consentiva ai dirigenti di imporre orari infiniti, che spesso andavano sistematicamente dalle 9 alle 21, se non oltre in prossimità di scadenze. La situazione veniva fatta passare per "normale", dato che tutti i dipendenti si adattavano a questo tipo sistema, che spesso consentiva loro di tornare giusto a casa a dormire, per poi rientrare in ufficio il giorno seguente. Una situazione che ha inciso anche sull'aspetto alimentare, coi lavoratori ormai abituatisi a consumare i pasti davanti ai computer a pranzo e presso fast food la sera. Dopo qualche anno trascorso in questa maniera, molti hanno deciso di abbandonare e tornare a casa, spesso nelle regioni più remote della Spagna.

L'iniziativa della ministra

Senza che fosse presentata alcuna denuncia, l'allora a ministra del Lavoro Yolanda Díaz ha fatto partire un'inchiesta. Il 15 novembre 2022 gli ispettori hanno perquisito gli uffici delle "Big Four", raccogliendo informazioni e documenti sulle modalità con cui queste aziende monitoravano l'orario di lavoro dei propri dipendenti. Hanno anche verificato se gli straordinari venivano retribuiti o compensati in altro modo. "Qualche mese fa [le società, ndr] volevano includere nel contratto in base al quale dovevamo lavorare fino a 12 ore al giorno dal lunedì al sabato, senza alcuna retribuzione aggiuntiva. Abbiamo lanciato una campagna sui social media che ha portato al primo sciopero nel settore", ha dichiarato alla stampa il sindacalista Raúl de la Torre.

Lotta sindacale

Secondo i dati raccolti dal quotidiano Expansión, nel 2021 le quattro grandi società hanno guadagnato 2,5 miliardi di euro durante l'anno fiscale. A partire dal 2008, mentre le aziende hanno riportato profitti record, le condizioni di lavoro sono nettamente peggiorate nonostante i profili lavorativi siano tra i più ricercati. Tra i diritti violati, quelli che riguardano la durata massima della giornata lavorativa, il periodo di riposo previsto dalla legge e la retribuzione, peggiorata rispetto al passato. Dopo mesi di trattative e scioperi è stato raggiunto un accordo in base al quale i laureati, potranno guadagnare guadagnare fino a 15.300 euro, mentre prima si attestavano sui 14mila. Grazie alle trattative i lavoratori con tre anni di esperienza non potranno essere pagati meno di 17.100 euro.

Disponibilità al sacrificio

Nonostante questi relativi successi sindacali, il problema delle maratone lavorative rimane perché ormai insediatosi nella "cultura del lavoro" annidata in queste aziende. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Associazione spagnola delle società di consulenza, nel 2021 il 29% dei nuovi contratti riguardava neolaureati privi di esperienza lavorativa. Le "Big Four" puntano queste risorse perché risultano le più disponibili a sacrificare vita privata e benessere mentale per fare carriera o quantomeno avere un impiego in un mercato del lavoro sempre più instabile.

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