Salario minimo, l’Ue rassicura le imprese: “Nessun obbligo”

Bruxelles non intende stabilire un ammontare minimo Paese per Paese, ma lasciare libertà nella contrattazione coi sindacati. I tecnici della Commissione insistono: “Effetti benefici per la mobilità sociale”

La Commissione europea non introdurrà un salario minimo in tutta l’Ue. La smentita è arrivata questa mattina da una portavoce dell’esecutivo comunitario, la quale ha precisato che la futura proposta di Bruxelles “non chiederà l'introduzione di un salario minimo obbligatorio nei Paesi dove viene negoziato autonomamente dalle parti sociali”. Una linea che arretra rispetto alle promesse che portarono all’elezione di Ursula von der Leyen, arrivata anche grazie ai voti del Movimento cinque stelle, sostenitore del meccanismo di garanzia di tutti i lavoratori. La doccia fredda per chi vuole vedere riconosciuto un compenso minimo e combattere il dumping sociale tra Paesi Ue è arrivata assieme a nuovi e allarmanti dati sulla crisi economica, con evidenti conseguenze sul destino dei lavoratori. 

Prima che la pandemia arrivasse in Europa, “i livelli di disoccupazione erano i più bassi mai registrati, mentre il tenore di vita continuava a migliorare e le finanze pubbliche a consolidarsi”, scrivono i funzionari della Commissione nel nuovo rapporto ‘Occupazione e progressi sociali in Europa’ dedicato quest’anno al tema dell'equità sociale e della solidarietà. Non che prima del Covid-19 il panorama economico-sociale fosse tutto rose e fiori, notano gli stessi autori del rapporto. “Rimanevano importanti punti deboli, come la disoccupazione giovanile ancora relativamente elevata, i divari di genere e le disparità nei sistemi di assistenza sociale e protezione” e inoltre “la povertà lavorativa era aumentata nella maggior parte degli Stati membri”. Motivi che avevano già convinto la Commissione ad avanzare un programma sociale per l’Ue, certamente non condiviso da tutti i Paesi e tantomeno dalle imprese, ma ritenuto necessario per mettere fine alle disparità tra Stati e anche all’interno degli stessi. 

Oggi, con un contesto economico-sociale da dopoguerra e una previsione di un tasso di disoccupazione Ue al 9%, i funzionari Ue mettono in evidenza che “i salari minimi e redditi minimi adeguati possono avere un effetto benefico sulla mobilità sociale degli europei”. Infatti, “il rafforzamento dell'equità sociale, anche attraverso gli investimenti nelle persone, paga” perché “il salario minimo può fungere da trampolino di lancio verso salari più alti”. Tra le disuguaglianze da risolvere al più presto, si legge ancora nel rapporto, ci sono “i divari legati al genere”. Ridurre o eliminare le differenze di salario tra uomini e donne “comporta rendimenti particolarmente elevati” nel mercato del lavoro.

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Si raccomanda dunque un massiccio investimento sociale “sotto forma di programmi di riqualificazione e/o indennità di disoccupazione”. Secondo il rapporto, tale investimento sociale dovrebbe ammontare ad almeno 20 miliardi di euro all’anno fino al 2030. “I programmi di lavoro a tempo ridotto proteggono efficacemente i posti di lavoro”, si legge infine con riferimento ai piani di cassa integrazione.

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