Salario minimo, ecco come funziona in Europa. E perché l'Italia è un'eccezione

Esiste in 21 Paesi Ue e ogni sistema fa storia a sé. Il M5s pensa di fissarlo a 9 euro all’ora, tra i più bassi dell’Europa occidentale, ma gli interrogativi sono ancora tanti. Formula di calcolo, fasce d’età, contributi pensione e imposte: quanto influiranno nella busta paga?

Contributi pensione, imposte, soglie d’età e formule di ricalcolo che tengano conto dell’inflazione. Si fa presto a dire “salario minimo”, ma anche nei 21 Paesi Ue che l’hanno già adottato si discute in continuazione su come adeguarlo all’effettivo costo della vita, evitando effetti indesiderati quali la perdita di posti di lavoro, la riduzione delle ore lavorative e l’arretramento in competitività a livello internazionale. A fare il punto della situazione sul salario minimo è l’ultimo rapporto di Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Gli esperti giuslavoristi offrono una panoramica della garanzia salariale nell’Ue, prendendo in considerazione le differenze tra nazioni e cercando di tirare le somme sugli effetti della misura sul mercato del lavoro. 

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Notiamo, innanzitutto che l’Italia, assieme ad Austria, Finlandia e Cipro, è tra i pochi Paesi della zona euro a non avere un salario minimo previsto per legge. Allargando il campo agli Stati Ue che non sono entrati nel sistema della moneta unica, scopriamo che nemmeno Svezia e Danimarca si sono dotate di una soglia retributiva di base. Il calcolo del salario minimo lordo nei vari Paesi Ue tiene conto del potere d’acquisto dei propri cittadini. In testa troviamo quindi il Lussemburgo che prevede 2.000 euro tondi al mese, seguito da Irlanda, Paesi Bassi, Belgio e Germania, che prevedono salari di partenza superiori ai 1.500 euro. La Spagna ha recentemente alzato la soglia a oltre mille euro al mese. Tutti gli altri Stati della zona euro hanno importi inferiori ai 900 euro. 

Le tasse

A fronte delle cifre lorde, bisogna poi fare i conti con l’imposizione fiscale del proprio Paese: un calcolo che riserva molte sorprese. Prendendo infatti in considerazione i salari minimi imposti dalle leggi nazionali o, come per l’Italia, dai contratti collettivi (che però non si applicano a tutti i lavoratori), ricaviamo la classifica dell’imposizione fiscale sugli stipendi bassi. Un peso dello Stato molto diverso rispetto a quello che viene offerto dalle tabelle che tengono conto della pressione fiscale su tutti i redditi. Il Belgio, ad esempio, è famoso per essere uno dei Paesi Ue con le tasse più alte. Eppure impone ai propri cittadini che percepiscono il salario minimo solo un contributo del 4,25%, il più basso d’Europa in questa fascia. E così i 19.125 euro lordi di un lavoratore vallone o fiammingo valgono di più dei 22.999 euro lordi che prende un operaio italiano. Perché a quest’ultimo verrà poi detratto, tra imposte e contributi, il 27,48%, lasciando il tasca al lavoratore solo 16.679 euro. 

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In cima alla classifica dei Paesi dell’area euro che tassano di più i propri lavoratori dipendenti con lo stipendio base (per legge o per contratto) troviamo quindi la Lituania (39,5%), la Grecia (28%) e l’Italia (27,48%). Interessante è anche la concentrazione di Paesi con moneta nazionale tra quelli che chiedono più imposte e contributi ai propri lavoratori con salari minimi: Romania (39,28%), Ungheria (33,5%), Svezia (32,19%), Repubblica Ceca (31,12%) e Danimarca (29,16%) sono tutti Paesi orgogliosamente “no-euro”, ma anche tra i massimi impositori di tasse ai lavoratori più poveri.  In molti Paesi che prevedono il salario minimo si è deciso anche di misurarlo in relazione all’età del lavoratore. Si tratta di un metodo che incentiva da una parte l’inserimento degli under 20 nel mondo del lavoro, ma che, d’altro canto, disincentiva il lavoro in nero tra le fasce più giovani. In Olanda, ad esempio, chi vuole iniziare a lavorare prima dei 18 anni deve sapere che gli spetta al massimo la metà di quanto prende un lavoratore con l’intero salario minimo. La Francia è più generosa e assegna l’80% dello stipendio minimo anche a chi inizia a lavorare a 15 anni. Ungheria e Romania aumentano invece il salario minimo in funzione del titolo di studio e dell’esperienza acquisita. 

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Altro fattore da considerare è il modello di calcolo del salario minimo e del suo adeguamento al costo della vita. La Germania si avvale di una commissione di esperti indicati dalle parti sociali (sindacati e rappresentanti delle imprese), mentre la Spagna prevede consultazioni informali con le parti sociali che si concludono con una decisione politica della maggioranza in carica. Molti altri Stati Ue, tra i quali Belgio, Francia, Lussemburgo e Olanda, prevedono invece un sistema di indicizzazione. Si tratta di una formula che può prendere in considerazione vari fattori come gli altri salari medi (come si fa in Olanda), l’adattamento al costo della vita (sistema belga), o l’andamento dei salari e dell’inflazione (così viene calcolato il salario minimo in Francia e Lussemburgo). 

La proposta M5s

La proposta presentata dal Movimento cinque stelle prevede di fissare un salario minimo “non inferiore a 9 euro all’ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali”. Se verrà approvata, il salario minimo italiano sarà inferiore a quello dei lavoratori belgi, francesi, tedeschi, irlandesi, lussemburghesi, olandesi e inglesi. E si tratta, inoltre, di Paesi in cui i lavoratori dipendenti pagano in generale meno imposte e contributi rispetto ai “tartassati” del Belpaese. 

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