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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Lavoro

Lavoreremo davvero sempre meno?

Dalla settimana di 4 giorni lavorativi al diritto a disconnettersi, cosa sta succedendo in Ue e nel mondo. E perché gli italiani lavoreranno comunque meno degli altri europei

Lavorare meno per lavorare tutti. È passato quasi mezzo secolo da quando questo motto caro alla sinistra e ai sindacati circolava nelle aule accademiche e nel dibattito politico di mezzo mondo. Un motto che, complice la tecnologia e i cambiamenti nel mercato del lavoro, sembra oggi tornato in auge. Il successo dell'esperimento in Islanda (ore settimanali ridotte da 40 a 35, stipendio uguale, lavoratori contenti e produttività mantenuta, se non migliorata), ha rilanciato progetti simili già condotti in altri Paesi europei e del mondo, ma mai trasformatisi in legge. Mentre la pandemia ha portato alla ribalta il tema del diritto alla "disconnessione" dal lavoro, con il Portogallo che proprio in questi giorni ha proposto una norma che punisce i datori che inviano mail e messaggi ai dipendenti fuori dall'orario lavorativo. Ecco perché la domanda che si pone sempre più nelle economie avanzate è se davvero nel prossimo futuro lavoreremo meno. 

La riduzione delle ore settimanali

Il caso islandese ha fatto il giro del mondo, sia perché l'esperimento condotto è stato il più ampio e duraturo (dal 2015  al 2019), sia perché ha portato sindacati e datori a rinegoziare i contratti dell'86% dei lavoratori. Ma non è certo un caso isolato. In Danimarca, sono stati sottoscritti accordi pilota di quattro giorni alla settimana per i lavoratori dell'amministrazione pubblica di Copenaghen. Avranno la possibilità di venire in ufficio, lavorare da casa o prendersi un giorno libero, purché mantengano una settimana lavorativa di 37 ore e lo stesso stipendio. Il regime è iniziato a settembre e durerà per i prossimi due anni.

In Spagna, il governo ha concordato di lanciare dei progetti pilota per ridurre la settimana lavorativa a 4 giorni, e lo stesso accadrà in Irlanda in Irlanda dove i datori di lavoro prenderanno parte a un programma pilota di sei mesi con una settimana di quattro giorni a partire dal gennaio 2022. Progetti simili sono sul tavolo delle discussioni tra sindacati, imprese e pubblica amministrazione in Belgio, Scozia e Austria. E la Finlandia, dove già dal 1996 i lavoratori possono godere di una elevata flessibilità nel gestire le proprie ore lavorative, ha rilanciato la proposta di ridurre a 4 le giornate settimanali.

Pro e contro (e il caso Svezia)

Secondo i sostenitori di questi modelli, ridurre l'orario lavorativo migliorerebbe la vita dei dipendenti, permettendo loro di avere un migliore equilibrio tra vita privata e professionale e riducendo così il rischio di “burn out”, di esaurimento nervoso. Inoltre, avrebbe anche un impatto ecologico positivo perché ridurrebbe gli spostamenti e il pendolarismo, con risparmi anche economici in termini di spesa pubblica contro il cambiamento climatico. Infine, come emerso dal caso islandese, la produttività verrebbe mantenuta se non migliorata. Nel Regno Unito, uno studio condotto dal think tank inglese Autonomy, ha stimato che ridurre la settimana lavorativa a 4 giorni costerebbe “tra i 5,4 e i 9 miliardi di sterline all’anno”, ma creerebbe 500mila nuovi posti di lavoro. Cosa che nel lungo termine consentirebbe di recuperare i soldi perduti. 

Ma non tutti sono d'accordo. A contraddire il fronte dei pro settimana breve è la Svezia: qui il governo ha condotto un esperimento in una casa di riposo pubblica, riducendo la giornata lavorativa dei dipendenti a sei ore, a parità di stipendio. I risultati sono stati contrastanti: le ore ridotte hanno reso i lavoratori più felici e più sani, ma non le casse pubbliche, dato che la casa di riposo ha dovuto assumere altro personale per compensare le ore non lavorate. Da qui la decisione del frugale e socialdemocratico esecutivo svedese di sospendere il programma.

Disconnettersi dal lavoro

Il caso svedese dimostra che non sempre l'equazione "meno ore uguale più benefici per tutti" funziona (o venga ritenuta sufficiente per cambiare le leggi). Molti esperti in Europa come nel resto dell'Occidente, prevedono comunque che gli orari di lavoro diventeranno sempre più flessibili, se non per tutti, almeno per buona parte dei lavoratori. Il problema, come emerso durante la pandemia, è che spesso la flessibilità si traduce non in meno lavoro, ma in un impegno orario maggiore.   

Il digitale e il telelavoro avranno pure "salvato" aziende e lavoratori dalla crisi del Covid-19, ma "la combinazione di orari di lavoro prolungati e di maggiori sollecitazioni sui lavoratori ha visto crescere i casi di ansia, depressione, esaurimento e altri disturbi fisici e mentali", ha dichiarato il Parlamento europeo in una recente risoluzione in cui si chiede all'Ue di riconoscere per legge il "diritto a disconnettersi". Nel testo, si chiede una legge europea che garantisca la disconnessione quale "diritto fondamentale", e che tuteli i lavoratori che lo rivendicano da eventuali ripercussioni negative da parte dei datori. Inoltre, i deputati chiedono che la normativa stabilisca requisiti minimi per il telelavoro e faccia chiarezza su condizioni e orari di lavoro e sui periodi di riposo. 

Nella risoluzione, i deputati chiedono che ai lavoratori venga consentito di astenersi dallo svolgere mansioni lavorative, come telefonate, email e altre comunicazioni digitali, al di fuori del loro orario di lavoro, comprese le ferie e altre forme di congedo. "I Paesi Ue - si legge nel testo - sono incoraggiati ad adottare le misure necessarie per consentire ai lavoratori di esercitare questo diritto, anche attraverso accordi collettivi tra le parti sociali. In tal modo dovrebbero essere scongiurate discriminazioni, critiche, licenziamenti o altre ripercussioni negative da parte dei datori di lavoro".

Il primo a rispondere all'appello del Parlamento è stato il Portogallo, dove il governo ha approvato unna proposta di legge in cui si sanzionano i datori che pressano i loro dipendenti fuori dall'orario lavorativo con chiamate, mail e messaggi. La legislazione vuole essere una risposta diretta ai cambiamenti causati dalla pandemia che “ha accelerato la necessità di regolamentare ciò che deve essere regolamentato", ha detto Ana Mendes Godinho, ministro del Lavoro e della Sicurezza sociale del Portogallo. Oltre alle sanzioni amministrative che verranno inflitte alle aziende che contattano il personale al di fuori dell’orario di lavoro il pacchetto prevede molte altre misure volte a salvaguardare il benessere dei dipendenti: il personale con figli avrà per esempio il diritto legale di lavorare da casa fino a quando i loro bambini non avranno compiuto otto anni, senza dover ottenere l'approvazione della direzione, spiega l’Independent.

Gli italiani lavoreranno meno degli altri colleghi Ue

Se è ancora presto per dire se i casi di Islanda e Portogallo faranno scuola, su una cosa sembra esserci un certo grado di concordia tra gli esperti: i lavoratori italiani del domani, se paragonati con gli altri europei, saranno quelli che trascorreranno meno anni dietro a una scrivania, in fabbrica o in qualunque altro luogo di impiego. È quanto afferma l’Eurostat, l’Istituto di statistica dell’Unione europea, che ha pubblicato le cifre sull’aspettativa di vita lavorativa dei 27 Paesi Ue e di altri Stati che non fanno parte dell’Unione, per un totale di oltre 30 nazioni del Vecchio Continente. L’Italia si è classificata ultima in assoluto, con circa 32 anni di aspettativa media di vita lavorativa. Ma non è una buona notizia.

La stima, infatti, si riferisce a quanti anni lavoreranno gli italiani che oggi hanno appena 15 anni, e tra l'altro si basa sugli indicatori disponibili nel 2019. Perciò non tengono conto dei probabili effetti sul mercato del lavoro della crisi del coronavirus. Il dato generale dell’aspettativa di vita lavorativa per la popolazione adulta in tutta l'Unione europea è di 35,9 anni, in lieve crescita rispetto al 2018 e 3,6 anni in più rispetto al 2000. L’incremento della vita lavorativa può spiegarsi con tanti fattori legati sia all’aspettativa di vita degli europei che alle politiche previdenziali e all’età di ingresso nel mondo del lavoro. Nel dato influisce quindi anche il tasso di disoccupazione, che in Italia rimane più alto rispetto alla media degli altri Paesi Ue.

Duration of working life.2019-2

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