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Firma finale alla riforma del Mes. Pressing dell’Eurogruppo: "Subito le ratifiche nazionali"

I Governi danno il via libera al testo, che ora dovrà affrontare i Parlamenti. L'Italia, con un anno di ritardo sulla tabella di marcia, ha detto sì alla nuova versione del trattato che rafforza il ruolo del meccanismo e introduce una rete di salvataggio per le crisi bancarie

Gli ambasciatori presso l’Ue dei Paesi dell’eurozona hanno firmato la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Il testo era pronto da oltre un anno, ma è rimasto ‘intrappolato’ a Bruxelles per i dubbi del Governo italiano, che alla fine ha detto formalmente sì alla riforma solo durante la riunione dei ministri delle Finanze dello scorso 30 novembre. Il primo a esprimere soddisfazione nella giornata di oggi è stato il presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, che in pochi mesi dalla sua elezione a numero uno dei ministri delle Finanze dell’eurozona ha incassato un risultato mancato dal suo predecessore, il portoghese Mario Centeno. Donohoe giudica la riforma “un'importante pietra miliare nell'ulteriore sviluppo dell'Unione economica e monetaria, che rafforzerà le capacità di prevenzione e risoluzione delle crisi dell'area euro, nonché l'Unione bancaria”. Ma in tanti in Italia non la pensano come lui e le polemiche accompagneranno tutta la fase di ratifica nazionale del testo, che si apre dopo la firma di oggi. 

Il sofferto sì dell'Italia dopo lo scontro interno

Il presidente dell’Eurogruppo ha infatti avvertito gli Stati membri: “Attendo con impazienza il completamento delle procedure nazionali di ratifica per consentire l'entrata in vigore di entrambi gli accordi a partire dal prossimo anno”. Una scadenza che dovrà fare i conti con l’attuale stallo della politica italiana, impegnata per tutta la settimana nelle consultazioni al Quirinale per decidere il destino della legislatura dopo le dimissioni di Giuseppe Conte. Il testo approvato a nome del Governo dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, è stato poi confermato dallo stesso Conte durante il Consiglio europeo dello scorso 10 dicembre. Nei dieci giorni che separano l’ok di Gualtieri da quello di Conte in Italia andò in scena un duro scontro parlamentare tra la maggioranza, che alla fine disse sì alla riforma, e l’opposizione che andò compatta contro il testo.  

Cosa cambia

La riforma amplia le funzioni del Mes e rafforza il ruolo dell'organismo intergovernativo nella progettazione, negoziazione e monitoraggio dei programmi di assistenza finanziaria. Viene accantonato il 'famigerato' memorandum che all'epoca della crisi della Grecia impose condizioni molto pesanti ad Atene, che sarà sostituito con una lettera d'intenti con cui il Paese in questione si impegnerà a rispettare le regole del Patto di stabilità. Si prevede, inoltre, la creazione di una rete di salvataggio (meglio nota con il termine inglese backstop) di sostegno comune al Fondo di risoluzione unico (Srf) sotto forma di una linea di credito del Mes per sostituire lo strumento di ricapitalizzazione diretta. Si tratta dunque di un fondo di emergenza finanziaria per le risoluzioni bancarie nell'eurozona. Sul backstop viene fissato un tetto nominale di 68 miliardi di euro come limite assoluto all'importo che il Mes potrebbe prestare al Fondo unico di risoluzione. Vengono introdotte anche nuove norme concernenti le operazioni di salvataggio degli interi Paesi per mezzo del Mes, che assieme alla Commissione europea avrà il compito di analizzare la sostenibilità del debito dei Paesi e dunque la loro futura capacità di ripagarlo. Tale analisi verrebbe fatta, in caso di crisi come quella del debito greco, prima che si proceda a una ristrutturazione del debito.

Il sostegno per la pandemia

La riforma del Mes non va confusa con il canale di sostegno per la crisi pandemica che mette a disposizione dei Paesi Ue prestiti fino al 2% della loro ricchezza nazionale, di qui i più volte citati - ma mai riscossi - 36 miliardi di euro in cassaforte per l'Italia. Si tratta di uno dei motivi della rottura interna alla maggioranza di Governo, con Conte determinato a non richiedere i fondi - come peraltro deciso da tutti gli altri leader dei Paesi dell’eurozona - e il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, altrettanto convinto della necessità delle risorse.

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