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Giovedì, 22 Febbraio 2024
Il caso

A chi fa paura la nuova etichetta europea sui vini

Dall'8 dicembre, potremo sapere quali ingredienti contengono rossi e prosecco grazie a un Qr code in etichetta. I produttori protestano, e il ministro Lollobrigida li difende. Ma il suo decreto potrebbe essere inutile

Il ministro dell'Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha emanato un decreto che concede una deroga ai produttori di vino italiani: potranno continuare a vendere le loro bottiglie per tre mesi con le etichette già stampate, e non con quelle richieste dalla Commissione europea nel quadro di una nuova legge che entrerà in vigore in tutta l'Ue domani. La Coldiretti ha esultato a strettissimo giro: "Sono salve cinquanta milioni di etichette per il vino made in Italy che rischiavano di andare al macero", ha detto l'organizzazione, riprendendo le denunce dei produttori italiani ed europei. Si chiude così una querelle iniziata il 24 novembre scorso, e che ha guadagnato l'attenzione mediatica e sui social, sullo sfondo dell'ormai classico ritornello dell'euroburocrazia "cattiva" che vuole mettere in ginocchio le italiche imprese. Ma le cose stanno proprio così? A sentire la Commissione Ue, pare proprio che sia stata una sorta di tempesta in un bicchiere d'acqua: nessuna etichetta già stampata sarebbe dovuta andare al macero. In altre parole, il decreto del ministro non servirebbe a nulla.

Già, perché Bruxelles ha tenuto a pubblicare una nota per spiegare anche ai non addetti ai lavori di che si tratta. Innanzitutto, di cosa parliamo: dall'8 dicembre, entra in vigore in tutta l'Unione europea un regolamento (approvato nel 2019) che impone alle case vitivinicole di esporre in etichetta una serie di informazioni, tra cui ingredienti e valori nutrizionali del vino e dei prodotti vitivinicoli aromatizzati. Niente di straordinario: già oggi i prodotti alimentari espongono queste informazioni, e il vino finora ne è stato esente. Il regolamento, però, non era andato giù ai produttori già in fase di presentazione del testo. E le pressioni del settore aveva portato a un compromesso: le informazioni non devono per forza stare nell'etichetta di carta, ma possono essere presenti in una pagina online a cui il consumatore può accedere attraverso un Qr code.

La soluzione non era piaciuta alle organizzazioni dei consumatori, che ritengono complicato per chiunque, anche per i più abili digitalmente, mettersi a confrontare bottiglie di vino al supermercato utilizzando i Qr code. Ma il compromesso passò e i produttori hanno avuto quattro anni di tempo per conformarsi ai nuovi obblighi. Un punto del regolamento restava poco chiaro: come far capire ai clienti che quel codice riconduce alle informazioni sugli ingredienti? I produttori, italiani ed europei, hanno pensato bene che bastasse il simbolo registrato ISO 2760, ossia quel segno circolare in bianco e nero con all'interno una lettera "i", che indica per l'appunto "informazioni". Non è chiaro se qualcuno alla Ceev, la grandi lobby europea del settore, abbia chiesto alla Commissione un parere su questa soluzione. Di sicuro, la maggior parte dei produttori ha scelto questa strada. Ma il 24 novembre scorso, a due settimane dall'entrata in vigore del regolamento, arriva la doccia fredda: Bruxelles pubblica un documento in cui spiega che la "i" non è un'indicazione chiara per i consumatori, e che nell'etichetta cartacea va scritta almeno la parola "ingredienti".

Apriti cielo: la Ceev va all'attacco, lanciando l'allarme su milioni di bottiglie a rischio. L'Unione italiana vini parla di 50 milioni di etichette solo nel nostro Paese che rischiano di essere gettate in discarica (o riciclate). I produttori chiedono (e ottengono) l'intervento dei politici più sensibili alle loro istanze. E così si arriva al decreto di Lollobrigida. Peccato che in contemporanea la Commissione, come aveva già fatto dichiarare a un suo portavoce lo scorso 30 novembre, ha diramato una nota abbastanza chiara: "Le nuove norme si applicheranno a tutti i vini e prodotti vitivinicoli ottenuti dalla vendemmia 2024 mentre tutti i vini prodotti prima dell'8 dicembre 2023 saranno comunque esentati dalle nuove norme fino ad esaurimento delle scorte", scrive Bruxelles. In altre parole, le bottiglie che sono oggi in magazzino pronte per venire vendute nei supermercati e arrivare nelle case degli italiani possono restare con le etichette già stampate. L'obbligo di inserire la parola magica "ingredienti" scatterà solo con i vini della prossima vendemmia. 

Il decreto del ministro, stando a quanto scrive la Commissione, sembra dunque inutile. E forse è meglio così: i regolamento europei si applicano sul suolo nazionale così come vengono approvati dai 27 Stati membri (Italia compresa). Ma al di là di questo aspetto, resta il mistero del cancan mediatico generato da quello che appare come una gigantesca incomprensione. 

A Bruxelles, c'è chi vocifera che a far scattare i produttori non sia tanto il problema tecnico (e economico) nell'immediato (che a quanto pare non c'è), ma il fatto di dover prima o poi inserire la parola "ingredienti" nell'etichetta cartacea. Cosa che spingerebbe molti più consumatori a informarsi su questi ingredienti di quanto non avverrebbe con la sola lettera "i'. A quanto pare, ci sono importanti e prestigiose case vitivinicole che non hanno alcun interesse a svelare tutti i loro segreti. "Il vino può contenere una vasta gamma di additivi per controllare il gusto, la forza e l'aspetto: zolfo, zucchero, albume d'uovo, vesciche di pesce essiccate, enzimi del pancreas di maiale o mucca e una serie di composti chimici", spiega l'agenzia stampa francese Afp. 

La lista di questi ingredienti è molto lunga per i vini prodotti con l'agricoltura convenzionale. "Un produttore biologico che aggiunge pochissime cose in più al suo vino può creare un'etichetta cartacea per la bottiglia con tutti gli ingredienti, mentre un produttore convenzionale avrebbe bisogno di un dizionario, quindi è chiaro che è necessario un codice Qr", dice con sarcasmo Julien Guillot, un noto enologo della Borgogna.

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