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Giovedì, 23 Marzo 2023
Clima e industria

Caldaie a gas e benzina più care dal 2027, ma dall'Ue arriva anche il fondo per le bollette

Accordo a Bruxelles sulla riforma dell'Ets, il sistema che colpisce i settori più inquinanti. Via libera anche a 86,7 miliardi per aiutare le famiglie

C'è voluta una maratona di trenta ore, ma alla fine Stati membri e Parlamento europeo hanno raggiunto l'accordo sulla riforma del sistema di scambio di quote di emissione dell'Ue (l'Ets, Emission trading system), e sul nuovo Fondo sociale per il clima da 86,7 miliardi per ammortizzare i costi della transizione per le famiglie. Si tratta di un accordo che avrà un impatto notevole sull'industria, sui trasporti e sulle case degli europei, anche se l'intesa trovata a Bruxelles non soddisfa le organizzazioni ecologiste, che parlano di un'occasione persa. Ma andiamo per gradi.

Cos'è l'Ets

Partiamo dall'Ets, il sistema già in vigore dal 2005 nell'Ue e che è nato per spingere l'industria pesante (acciaierie, cementifici e aerei commerciali, per esempio) e le centrali energetiche fossili a ridurre le loro emissioni di Co2. In base a questo sistema, le imprese di tali settori devono acquistare delle quote di emissione di carbonio su un apposito mercato per coprire una parte del loro inquinamento: meno inquinano, meno costi devono sostenere per acquistare le quote. Il sistema è stato però accusato di non funzionare adeguatamente rispetto allo scopo, ossia ridurre le emissioni di Co2, e questo soprattutto per la presenza di una cospicua fetta di quote che vengono concesse gratuitamente dagli Stati alle proprie industrie. Si tratta, in altre parole, di permessi gratuiti di inquinare, i quali, anche secondo una recente relazione della Corte dei conti europea, andrebbero eliminati se si vuole davvero spingere tali settori verso una reale transizione ecologica.

Le quote gratuite

La questione delle quote gratuite è stata l'elemento di discussione più spinoso, con le lobby dei settori interessati che hanno fatto pressioni enormi sui legislatori Ue per rinviare il più possibile la fine dei permessi gratis. A sostegno delle loro posizioni, le lobby di acciaierie, cementifici e simili hanno sottolineato come lo stop alle quote gratuite avrebbe aumentato i costi di produzione all'interno dell'Ue, favorendo l'import dei prodotti concorrenti dall'estero e costringendo diverse fabbriche a chiudere i battenti e a licenziare i loro operai. La quadra trovata per rispondere a tali istanze ruota intorno al Cbam, un sistema simile all'Ets che verrà applicato ai prodotti provenienti dall'estero. Anche il Cbam, che potrebbe scattare nel 2023, prevede delle quote gratuite. L'accordo trovato a Bruxelles prevede che sia per l'industria Ue, sia per quella extra-Ue tali permessi verranno eliminati progressivamente: per l'Est europeo, quasi la metà (48,5 per cento) delle quote gratuite sarà annullata entro il 2030, mentre saranno completamente eliminate entro il 2034. Ci vorranno dunque 12 anni per dire addio ai permessi gratis, un orizzonte temporale che le ong ambientaliste hanno duramente contestato.

Case e auto

Altro punto spinoso della riforma dell'Ets riguarda l'allargamento di questo sistema a altri settori, tra cui i trasporti e l'edilizia. Stati e Parlamento hanno concordato che il mercato del carbonio si estenderà gradualmente al settore marittimo, mentre per le emissioni dei voli aerei intraeuropei verranno eliminate le quote gratuite già nel 2026. Sull'estensione ai termovalorizzatori, invece, è stata fissata una data indicativa di partenza (il 2028), ma l'ingresso dei siti di incenerimento dei rifiuti nell'Ets potrebbe essere spostato sulla base di una valutazione d'impatto che redigerà la Commissione europea a ridosso della data concordata. Tale condizione nasce dalla preoccupazione che il costo dello smaltimento dei rifiuti possa aumentare non solo per le aziende, ma anche per i Comuni, portando di conseguenza a tariffe più alte per le famiglie.

È la stessa preoccupazione che ha attraversato i negoziati per il cosiddetto Ets II, ossia il sistema parallelo che la riforma creerà per edifici e trasporti su strada. Il sistema prevede il pagamento di quote di emissione per le aziende che distribuiscono carburante per i riscaldamenti delle case e per auto e mezzi pesanti. In questo modo, riscaldare gli edifici e gli appartamenti che per esempio usano caldaie a gas, o fare il pieno alla pompa potrebbe costare molto di più. Un pericolo che, con la crisi energetica in corso, è diventato ancora più critico per l'opinione pubblica. La Commissione Ue aveva proposto che l'Ets II scattasse nel 2026. Alla fine, l'accordo trovato prevede l'avvio del nuovo sistema nel 2027, con un prezzo limitato a 45 euro fino al 2030 (contro i 100 dell'Est classico). Inoltre, in seguito a drammatici negoziati al Parlamento europeo, si è deciso di partire inizialmente con edifici e trasporti commerciali, per poi allargare il campo anche a quelli privati (nel 2029). Altra condizione: i negoziatori si sono accordati su una clausola per cui se i prezzi dell'energia (petrolio e gas) sono superiori a 99 euro, il nuovo Ets non sarà introdotto nel 2027, ma solo un anno dopo.

Il Fondo sociale

Prima o poi, però, gli aumenti per le famiglie ci saranno. Cosa fare per ammortizzare i costi sociali di questa riforma? La soluzione trovata dall'Ue è il Fondo sociale per il clima ('Climate Social Fund), con cui nel periodo 2026-2032 circa 86,7 miliardi di euro saranno assegnati all'azione sociale per il clima che va dalla ristrutturazione degli alloggi sociali al sostegno diretto al reddito. Di questi, circa 9 miliardi dovrebbero andare all'Italia, che sarebbe il terzo beneficiario del fondo. Per ricevere i finanziamenti, gli Stati membri dovranno presentare a Bruxelles dei "Piani per il clima sociale", previa consultazione con le autorità locali e regionali, le parti economiche e sociali e la società civile.

La beffa della tassa sulle emissioni

L'accordo prevede inoltre due fondi per aiutare l'industria nella transizione: il Fondo per l'innovazione passerà dagli attuali 450 a 575 milioni di quote, mentre il Fondo per la modernizzazione sarà aumentato mettendo all'asta un ulteriore 2,5 per cento di quote che sosterranno i Paesi dell'Ue con un Pil pro capite inferiore al 75 per cento della media dell'Ue. Gli Stati saranno ora obbligati a spendere tutte le entrate nazionali derivanti dalla vendita all'asta delle quote Ets per attività legate al clima, un altro aspetto finora contestato dalle organizzazioni ambientaliste.

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