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Lunedì, 27 Giugno 2022
Guerra di posizione / Ucraina

In Ucraina la guerra c'è già da otto anni e ha fatto 14mila morti

Il "conflitto congelato" con i separatisti filo-russi va avanti nel Donbass dal 2014, seppur a bassa intensità

L’attenzione di tutto il mondo è in questo momento puntata sull’Ucraina, e nonostante siano ancora attivi i canali diplomatici in molti temono che Mosca stia preparando un imminente intervento militare. Ma nel Paese ex sovietico la guerra c’è già, e va avanti da anni. Nelle province orientali, a maggioranza filo-russa, si continua a sparare e a morire dal 2014, quando ebbe inizio un'insurrezione separatista sostenuta e fomentata da Mosca. Nella nazione la Russia e l’Occidente alimentano opposte pulsioni per portare il Paese nelle rispettive sfere d'influenza, e così l’Ucraina resta divisa sia politicamente che geograficamente.

L’Ucraina in Europa?

Per fissare un punto d’inizio della crisi bisogna fare un passo indietro alle proteste note come “Euromaidan”, che mostrano l’indebolimento progressivo dello stretto rapporto tra Kiev e Mosca e l'avvicinamento della prima all’orbita occidentale. È il 21 novembre 2013: una folla riempie la piazza dell’indipendenza di Kiev (Maidan Nezalezhnosti), per protestare contro la sospensione dell’accordo di associazione e libero scambio con l’Ue. La decisione è stata presa piuttosto inaspettatamente dal presidente ucraino Viktor Yanukovych: dopo mesi di negoziati con Bruxelles, il politico filorusso cambia bruscamente rotta e sceglie di riavvicinare il Paese a Mosca, con cui Kiev ha legami storicamente molto forti.

Yanukovych ordina la repressione violenta delle manifestazioni pacifiche, che sfociano nei mesi successivi in aperta rivolta espandendosi in tutto il Paese. I manifestanti protestano contro il regime ritenuto oppressivo e corrotto, richiedendo un ritorno al percorso di avvicinamento al modello sociale, politico ed economico europeo. Il 22 febbraio 2014 Yanukovych, deposto dal parlamento, fugge in Russia. Nel frattempo, le violenze nelle proteste hanno causato oltre un centinaio di morti e hanno acuito la divisione nel tessuto sociale ucraino, con le popolazioni russofone (concentrate nelle regioni orientali e meridionali) che si sentono messe all’angolo sempre più dalla nuova linea governativa filo-europeista.

L’annessione della Crimea

In questo contesto, a fine febbraio dei militari senza insegne nazionali, chiamati “omini verdi” per il colore delle loro uniformi (e che si scopriranno poi essere russi), occupano i centri del potere nella penisola meridionale della Crimea, penisola che si estende nel Mar Nero, prendendo successivamente il controllo della regione. Storicamente, gli abitanti della Crimea si sono sempre sentiti vicini alla Russia e il russo è la lingua parlata dalla maggioranza della popolazione. Con l’insorgere dei disordini e la violenza delle autorità ucraine, nella regione in molti perdono la fiducia nei confronti di Kiev.

A metà marzo il parlamento regionale organizza, d’accordo con Mosca, un referendum in cui la popolazione locale si esprime alla quasi unanimità (97%) per l’annessione alla Russia. Il governo ucraino, insieme a tutto l’Occidente, non accetta la validità di quella consultazione, ma il Cremlino non perde tempo e il 18 marzo la Crimea viene ufficialmente annessa alla Federazione. Il tutto avviene senza spargimento di sangue, ma la mossa costerà a Mosca l’esclusione dal G8 (che diventa il G7) e pesanti sanzioni economiche.

Molto degli abitanti della penisola, soprattutto gli appartenenti a minoranze etniche come i tatari, decidono a questo punto di abbandonare la regione. Secondo le organizzazioni umanitarie, chi rimane va incontro a repressione e persecuzioni. Si avvia così un processo di russificazione della Crimea (cioè di mantenimento di una forte maggioranza russofona, anche tramite l’insediamento diretto di russi da oltre confine) che non si è mai fermato da allora. Nel marzo 2020, Mosca ha dichiarato la penisola una “regione di confine” del proprio territorio nazionale, rendendo di fatto gli abitanti sprovvisti di un passaporto russo degli stranieri nella loro stessa terra e aprendo la strada ad espropri e sfratti.

La guerra dimenticata

Ma il peggio deve ancora venire. Nell’aprile 2014, i disordini si estendono alla regione industriale del Donbass (nell’est dell’Ucraina), anch’essa a forte maggioranza russofona, con gli epicentri nelle città di Donetsk e Lugansk, dove vengono proclamate, a seguito di altri contestati referendum, le omonime Repubbliche popolari che nel nome e nel simbolismo si rifanno alle repubbliche sovietiche. Lo scontro tra le forze ucraine e i separatisti, che tutti ritengono supportati da Mosca nonostante il Cremlino abbia sempre negato, si trasforma in un vero e proprio conflitto.

In entrambi gli schieramenti si sviluppano a questo punto vere e proprie milizie popolari, che richiamano anche combattenti da altri Paesi. I nazionalisti ucraini, provenienti in gran parte da formazioni politiche di estrema destra, creano il battaglione Azov, talmente forte che l’esercito di Kiev decide di incorporarlo come un vero e proprio reggimento. A sostenere i ribelli arrivano invece militanti dell’estrema sinistra di tutta Europa, che organizzano brigate di solidarietà agli insorti. Questi ultimi chiedono l’autonomia politico-amministrativa e addirittura l’unione territoriale con la Russia. Ma le loro richieste vengono fermamente respinte dal nuovo presidente ucraino Petro Poroshenko, che intende riprendere il controllo degli oblast (distretti) orientali, ormai saldamente nelle mani di quelli che definisce terroristi.

Lì, da allora, la guerra non è mai finita. Il processo di pace viene affidato al cosiddetto formato Normandia (composto da Russia, Ucraina, Francia e Germania) e porta agli accordi di Minsk (siglati in due tranches nel 2014 e 2015), giudicati generalmente piuttosto deboli. Viene istituito un cessate-il-fuoco, che però viene violato ripetutamente da entrambe le parti. Di fatto, si combatte una guerra di posizione: tutto è impantanato e la linea del fronte è rimasta sostanzialmente immobile. Una guerra dimenticata, di cui solo lo scorso dicembre gli Stati Uniti e le cancellerie europee sembrano essersi ricordati, allarmati dai rapporti che suggerivano un imminente attacco russo, mentre le violazioni dell’ultima tregua (siglata nel luglio 2020) si moltiplicavano.

L’Onu ha stimato circa 14mila morti (di cui almeno 3mila civili) dall’inizio delle ostilità. Questi includono i 298 passeggeri di un aereo di linea della compagnia Malaysia Airlines, diretto da Amsterdam a Kuala, abbattuto nel luglio 2014 da separatisti filo-russi, che avrebbero colpito il velivolo per sbaglio, avendolo scambiato pe run aereo militare. Nell’Ucraina orientale, oltre 730mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case (360mila solo nel 2014, alla massima intensità del conflitto). In questi territori, anche la popolazione civile si è abituata ad uno stato di guerra costante. Diverse città stanno addestrando i residenti ad usare le armi da fuoco per fornire un eventuale supporto all’esercito ucraino proprio in questi giorni.

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