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Giovedì, 30 Maggio 2024
Il quadro / Tunisia

'Blocco navale' senza navi: così naufraga la strategia Ue anti migranti voluta da Meloni

L'Italia ha puntato tutto sul Memorandum con la Tunisia, ma nel Paese africano la guardia costiera non ha neppure i mezzi per controllare i confini

Con lo sblocco della prima tranche dei soldi del memorandum tra l'Unione europea e la Tunisia, l'Italia di Giogia Meloni spera che il Paese nord africano guidato da Kais Saied possa iniziare finalmente a fermare i flussi di migranti diretti verso le nostre cose. Ma non sarà certo facile né immediato e le incognite sono ancora diverse, e chi spera che questo accordo avrà lo stesso effetto di quello che si raggiunse con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan del 2016 rimarrà deluso. Così come chi parla di blocco navale, come Matteo Salvini, senza che si arrivi a un accordo europeo per una missione sul modello di Sophia, sta solo "illudendo gli italiani", come ha ammesso lo stesso vicepremier Antonio Tajani.

Venerdì scorso è arrivato l'ok all'esborso da parte di Bruxelles di 127 milioni di euro per la Tunisia, ma di questi 67 sono legati a vecchi accordi, tra cui quello per aiutare la ripresa post-Covid, e non al nuovo memorandum. È chiaro però che il fatto che siano stati finalmente sbloccati adesso non è una coincidenza, ma l'effetto dell'esborso di questi finanziamenti sui flussi si vedrà solo col tempo (se si vedrà). "Quello che dobbiamo fare è creare le capacità nella nazione per migliorare i controlli sia terresti che marittimi e al momento stiamo discutendo di quali asset sono necessari per farlo", ci spiegano fonti diplomatiche Ue. "Per fare prima si sta pensando di fornire materiale di seconda mano, anche imbarcazioni rimesse a posto, per assicurare le forniture in tempi rapidi. Altrimenti se dovessimo fornire solo mezzi nuovi potremmo dover aspettare fino alla fine del 2024 e non ce lo possiamo permettere", continuano le fonti.

Alla nazione dovrebbero essere consegnate 17 imbarcazioni ri-equipaggiate e otto nuove, ma non solo. "Daremo ai tunisini quello che ci chiedono di potergli dare, non ci saranno armi, ma oltre alle imbarcazioni si parla di strumenti come motori e altre attrezzature, benzina e ovviamente formazione, che pure è molto importante. Cercheremo di assicurare qualcosa che sia utilizzabile in tempi rapiti". Ma uno dei problemi che si devono superare è il fatto che la Tunisia non abbia mai istituito una zona Sar (Search and rescue), una zona di salvataggio e assistenza di competenza esclusiva della nazione, il che potrebbe non obbligare la Guardia costiera locale a interventi in caso di emergenza. "Dovrebbero crearla e creare anche un centro di coordinamento marittimo Mrcc (Maritime Rescue Coordination Centre, ndr), che serve a inserirli nel lavoro di coordinamento con altre autorità di altri Paesi", si augura la fonte.

Il lavoro quindi, è proprio il caso di dirlo, è ancora in alto mare, e anche parlare di blocco navale non ha alcun senso. "Avere una missione navale, anche europea, che non abbia capacità di lavorare in accordo con le autorità tunisine non serve a molto. Dobbiamo assicurarci che l'identificazione e l'intercettazione di chi parte sia fatta nelle acque territoriali della Tunisia, e Meloni sa che non si può fare senza un accordo con le autorità locali", un accordo che deve anche essere messo in pratica. L'Europa è anche preoccupata per le capacità di controllo dei confini terresti al sud, quelli con Algeria e soprattutto Libia, due nazioni che confinano con i Paesi del Sahel, le principali rotte dei flussi migratori. Si tratta di Paesi che sono stati sconvolti recentemente da colpi di Stato come quelli in Niger, Mali e Burkina Faso, colpi di Stato che rischiano di far peggiorare la situazione.

"Visto quello che sta accadendo in Sahel serve aiutare la Tunisia a controllare le frontiere terrestri. Il Niger era tra i Paesi che collaborava di più su rimpatri assistiti, in accordo con Iom e Unhcr, per aiutare a ridurre le partenze, ma se la situazione continua ad essere così drammatica, c'è il timore che ci sia una spinta sempre più forte ad emigrare da quelle zone del mondo su cui si innestano gli interessi della criminalità organizzata", denunciano le fonti. Per attuare i rimpatri non dimentichiamo poi che servono accordi con i Paesi di origine, e pure su quello l'Europa si sta muovendo, ma non sarà automatico. Proprio a questo scopo il vicepresidente della Commissione Ue, Margaritis Schinas, ha intrapreso una missione in Africa occidentale, partendo da Costa d'Avorio, Guinea e Senegal, per discutere di cooperazione in particolare in materia di mobilità e migrazione.

In generale, quando si parla di Memorandum con la Tunisia, bisogna capire che il problema è principalmente che, a differenza di quanto accadde con la Turchia nel 2016, qui si tratta di costruire una capacità di controllo quasi da zero. "Erdogan è a capo di un Paese che controlla in maniera capillare e forte, e quindi aveva la possibilità di garantire dei risultati, l'impressione è che la Tunisia sia invece un Paese che deve essere aiutato a essere stabilizzato, un Paese che non ha fondi e mezzi per controllare il suo stesso territorio", ricordano le fonti. E questo complica l'intero piano.

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