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Domenica, 14 Aprile 2024
La relazione

Perché non sappiamo quanto inquinano davvero le nostre auto

La Corte dei conti Ue ha indagato sui controlli delle autorità pubbliche in Italia, Germania e Olanda per verificare le emissioni di sostanze nocive. Scoprendo che in due anni non c'è stato alcun test sui veicoli circolanti

Sono trascorsi quasi dieci anni dallo scoppio della scandalo Dieselgate: milioni di automobilisti scoprirono che i dati sulle emissioni di Co2 delle loro auto erano spesso truccati dalle stesse case produttrici, e contro questa truffa si mossero i tribunali e l'Unione europea. Le regole oggi in vigore nel continente sono più stringenti. Ma il problema è che i controlli latitano, quando non sono praticamente assenti: succede in Italia, ma anche in Germania e Olanda.

A denunciarlo è la Corte dei conti europea in una relazione in cui, tra le altre cose, sottolinea i ritardi dell'Ue nella transizione verso l'elettrico. Anche per questo, la maggior parte delle autovetture che circolano sulle strade europee emette ancora la stessa quantità di Co2 di 12 anni fa. Ma i magistrati contabili temono che le emissioni inquinanti possano essere ancora più alte di quelle dichiarate nelle cifre ufficiali di Stati membri e Commissione Ue. 

La ragione riguarda i buchi neri nei controlli. La Corte dei conti Ue ha indagato su Italia, Germania e Olanda, Paesi selezionati "per la loro importanza relativa in termini di numero di autovetture di nuova immatricolazione" nell'anno preso come riferimento dall'indagine, il 2020. Lo stesso in cui è scattato il nuovo regolamento Ue che dovrebbe porre fine a scandali come il Dieselgate e rendere le dichiarazioni sull'impatto ambientale delle vetture (calcolate in laboratorio) più in linea con quanto avviene su strada. 

"Sebbene i dati sulle emissioni di Co2 siano stati raccolti e verificati dalla Commissione in linea con il regolamento, non ci sono garanzie sufficienti" circa la loro esattezza, scrive la Corte dei conti. I produttori dichiarano le emissioni sui certificati di conformità, ma poi spetta alle autorità nazionali verificare che siano attendibili. Ed è qui che sorge il problema. 

Per avere garanzie sui valori di Co2 dichiarati sui certificati dai costruttori, le autorità di omologazione devono fare essenzialmente due tipi di controlli. Il primo è "assicurarsi che i costruttori abbiano verificato" tali emissioni su "un numero minimo di veicoli prodotti". Si tratta nello specifico "di effettuare almeno una prova in laboratorio ogni 5000 veicoli prodotti in ciascuna famiglia di veicoli". La qualità di queste verifiche deve essere garantita dalla presenza fisica delle autorità durante almeno una di queste prove per ogni costruttore nell'arco di tre anni.

"Le autorità di omologazione in Italia e nei Paesi Bassi non hanno dimostrato con prove sufficienti di aver verificato che i costruttori avessero effettuato il numero minimo di prove sui veicoli né nel 2020 né nel 2021", ha rilevato la Corte. "L’autorità di omologazione olandese non ha partecipato fisicamente a nessuna prova effettuata dai produttori nel periodo 2020-2021, mentre quella italiana ha assistito a due prove dei veicoli", si legge nella relazione. Certo, c'era il Covid a complicare le cose. Ma la pandemia c'era anche in Germania, e qui l'autorità nazionale è riuscita comunque ad assistere a 79 test.

Anche la Commissione ci ha messo del suo: "a metà del 2023", scrive la Corte, nessun funzionario di Bruxelles aveva valutato il modo in cui le prove sui veicoli fossero state svolte da produttori e autorità nazionali. In altre parole, "la Commissione non sa come vengono svolti" i controlli. 

C'è poi un secondo test che le autorità di omologazione devono svolgere, quello sui veicoli già in circolazione. Questo test serve a verificare se le emissioni riscontrate in laboratorio siano troppo sottostimate rispetto a quelle che avvengono nella realtà, ossia su strada. La Corte ha rilevato che in tutti e tre i Paesi al centro dell'indagine, le autorità di omologazione e i costruttori "hanno eseguito meno prove sulle emissioni di inquinanti atmosferici dei veicoli già in circolazione di quanto previsto dal regolamento".

Il motivo? L'Italia sostiene di non aver trovato appaltatori che eseguissero il lavoro, per cui non ha effettuato nessuna prova sulle auto né nel 2020 né nel 2021. La Germania ha subìto dei ritardi a causa della decisione di costruire propri laboratori di prova dei veicoli e di assumere proprio personale. Nei Paesi Bassi, la ragione è il Covid. E così, per tre ragioni diverse, in tre Stati membri, dove circolano circa 100 milioni di auto, nessun ente pubblico ha potuto verificare se i veicoli sulle strade emettano un livello di inquinanti in linea con quelli dichiarati. 

Non resta che fidarsi dei costruttori. Nella speranza che il Dieselgate sia servito di lezione. Almeno a loro. 

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