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Domenica, 16 Giugno 2024
Il caso

L'Europa non apre alla maternità surrogata, semmai vuole vietarla

Un voto al Parlamento Ue ha rimesso in moto l'accusa a Bruxelles di voler imporre l'utero in affitto a tutti i Paesi membri

I più cauti hanno scritto che "l'Europa apre alla maternità surrogata". Altri hanno alzato il livello di allarme segnalando che "l'Ue ci rifila l'utero in affitto". Il dito è puntato contro il Parlamento europeo, che giovedì a Strasburgo ha approvato un testo in cui, tra le altre cose, si parla dei bambini nati da maternità surrogata. L'utero in affitto in sé, però, c'entra poco. Il tema, semmai, è il rispetto dei diritti dei minori quando i loro genitori si trasferiscono da un Paese Ue all'altro. Diritti troppo spesso negati, nonostante la normativa europea già oggi in vigore dovrebbe impedirlo. Ma vediamo meglio di cosa di tratta. E se gli strali sull'utero in affitto hanno qualche fondamento.

La proposta

Il 7 dicembre scorso la Commissione europea ha presentato una proposta sul riconoscimento delle decisioni e l'accettazione degli atti pubblici in materia di filiazione. Il titolo reale della proposta (per la precisione un regolamento, ossia una legge Ue che, una volta varata, entra immediatamente in vigore in tutti gli Stati membri) è ancora più lungo e astruso, e contempla anche un altro aspetto importante del testo, la vera novità, ossia il Certificato di genitorialità.

L'obiettivo della Commissione non è quello di creare nuove norme a cui i singoli Paesi dovranno adeguarsi, ma far rispettare quelle già esistenti e mettere ordine nell'intricato tema del riconoscimento della genitorialità tra gli Stati membri. Il succo è che se un bambino, per esempio, è riconosciuto come figlio di due genitori in Olanda (e avere accesso ai diritti connessi), questo riconoscimento deve valere anche in Italia o in Ungheria. Non si tratta di una novità: già le norme attuali sulla libera circolazione dei cittadini europei all'interno dell'Ue lo prevedono, e diverse sentenze della Corte di giustizia Ue lo hanno confermato. Ma a causa delle opposizioni politiche in alcuni Stati, tale diritto è stato più volte negato.

La legge che già c'è

Nel 2021, per esempio, la Corte di giustizia dell'Ue aveva condannato la Bulgaria, che si era rifiutata di rilasciare carta d'identità e passaporto a una bambina di due anni, nata in Spagna da madre bulgara, perché la madre era sposata con un'altra donna (cosa legale in Spagna, ma non in Bulgaria). In quell'occasione, la Corte spiegò che, sebbene la competenza sul diritto di famiglia è di competenza esclusiva dei singoli Stati, quando si tratta del diritto alla libera circolazione delle persone, che è invece una della basi a fondamento dell'adesione all'Ue, questo va riconosciuto da un Paese all'altro. 

Casi come quello della bambina bulgara riguarderebbero circa 2 milioni di minori nell'Unione. Ed è qui che sta il punto: la proposta non riguarda i genitori, ma i bambini e i loro diritti. Diritti che già sono sanciti per legge, ma che, in questi casi, devono passare da lunghe e onerose battaglie legali prima di essere ricosciuti. 

Ecco perché Bruxelles vuole rendere automatico il riconoscimento non tanto della filiazione in sé, quanto dei diritti del minore a essa connessi. Per farlo, verrà istituito il Certificato europeo di genitorialità: questo documento potrà essere richiesto dai figli (o dai loro rappresentanti legali) allo Stato membro "che ha accertato la filiazione" e potrà essere utilizzato "come prova della filiazione in tutti gli altri Stati membri". Ma la Commissione fa anche un passo in più: oltre ai diritti già sanciti da sentenze della Corte Ue, il nuovo regolamento vuole consentire "ai figli di beneficiare in situazioni transfrontaliere dei diritti derivanti dalla filiazione ai sensi del diritto nazionale, in materie quali la successione, i diritti alimentari o il diritto dei genitori di agire in qualità di rappresentanti legali del minore (per motivi di scolarizzazione o di salute)".  

La scappatoia dell'utero in affitto

La proposta finisce qui. Nulla si dice, per esempio, sul modo in cui il bambino è stato concepito, quindi sulla pratica dell'utero in affitto, per esempio. E la stessa cosa ha fatto il Parlamento europeo questa settimana, quando è stato chiamato a dare il suo parere (si badi bene, "parere") sul testo. Strasburgo, semmai, ha voluto dare il suo contributo per chiarire che il riconoscimento della maternità surrogata non è in discussione: "I Paesi Ue - si legge in una nota del Parlamento - potranno continuare a decidere se accettare situazioni specifiche, come ad esempio la maternità surrogata, ma saranno tenuti comunque a riconoscere la genitorialità così come stabilita da un altro Paese dell'Ue, indipendentemente da come il bambino è stato concepito, è nato o dal tipo di famiglia che ha".

Qualcuno potrà obiettare che in questo modo si crea comunque una scappatoia: un italiano, per esempio, si trasferisce in Spagna con il suo compagno spagnolo e qui i due decidono di avere un figlio con una madre surrogata, ottengono il riconoscimento, e poi si spostano in Italia. A questo punto, l'Italia dovrebbe automaticamente riconoscere la filiazione e soprattutto i diritti connessi. Questo è vero, ma c'è più di un però.

La maternità surrogata come reato

Innanzitutto, in Spagna la maternità surrogata è vietate per legge dal 2006, e sinistra e femministe sono per lo più contrarie a questa pratica, che considerano una violazione dei diritti delle donne. La Spagna non è sola: nessun Paese Ue prevede espressamente il riconoscimento dell'utero in affitto: la stragrande maggioranza lo vieta espressamente. Alcuni, come il Belgio o l'Olanda, contemplano solo il riconoscimento della maternità surrogata "non a fini commerciali", ossia senza che il patto privato tra una coppia e la madre surrogata preveda un pagamento. 

Questa situazione potrebbe cambiare a breve. E proprio grazie all'Europa. Già, perché poche settimane fa, a ottobre, proprio al Parlamento europeo è stato approvato un testo in cui si propone di rendere la maternità surrogata un reato in tutta l'Ue. "È stato messo un freno alla normalizzazione di un crimine aberrante come l'utilizzo dei corpi delle donne per la procreazione di bambini oggetto di compravendita", aveva esultato in quell'occasione l'eurodeputato di Fratelli d'Italia, Vincenzo Sofo. Ad ascoltare le sue parole, verrebbe da dire che l'Europa "chiude" la porta all'utero in affitto. E non il contrario.

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