Sabato, 16 Ottobre 2021
Fake & Fact

L'Ue chiede canali sicuri per i profughi afghani, ma i governi europei gli voltano le spalle (per ora)

Mentre il resto del G7 ha già predisposto piani per il reinsediamento dei soggetti più a rischio, l'Europa è in stallo. Tra elezioni imminenti e le responsabilità dei "big 4" (tra cui l'Italia)

Stavolta sembra che siano tutti d'accordo, da Emmanuel Macron a Viktor Orban, dal blocco dei Paesi del Sud a Visegrad, passando per frugali e baltici, nord europei e mediterranei: con l'Afghanistan non dovrà ripetersi quanto successo con la Siria nel 2015, ossia ritrovarsi a fare i conti con una nuova, gigantesca crisi migratoria. Il che, tradotto in soldoni, non vuol dire creare canali sicuri per aiutare i profughi e ripartirli tra i Paesi Ue, così come chiedono organizzazioni umanitarie, la Commissione europea e il presidente dell'Eurocamera, David Sassoli. Ma semmai serrare bene le porte dell'Unione, sia a Sud che a Est. Non lo hanno detto chiaramente, ma è questa in sintesi la posizione comune dei governi Ue dinanzi alla grave situazione umanitaria di chi fugge dall'Afghanistan dopo la riconquista del potere da parte dei talebani.

Europa senza piani

Una posizione che si ritrova nelle parole del leader francese Macron, il quale ha annunciato a caldo un piano congiunto con la Germania per far fronte alla nuova e (forse) inaspettata crisi internazionale: del piano mancano ancora i dettagli, ma da quello che si è capito, l'intento (almeno di Parigi) è di trattare le persone in fuga dall'Afghanistan come dei migranti "irregolari" e cercare intese con i Paesi confinanti o di transito (come Iran e Turchia) per bloccare sul nascere le partenze verso l'Europa. Parole che hanno fatto indignare sinistra francese e ong umanitarie, ma che sembrano trovare d'accordo quasi tutti i leader Ue. 

I fantasmi del 2015

Da un lato, ci sono Italia e Grecia che temono di ritrovarsi come nel 2015 a fare i conti con una pressione migratoria ingestibile: il tanto conclamato meccanismo di redistribuzione automatica dei migranti, annunciato a più riprese da allora, non è mai stato tradotto in atti legislativi. Ma neanche una ripartizione volontaria, come quella concordata appunto poco più di un lustro fa, sembra oggi una strada praticabile. E non per colpa solo del blocco di Visegrad, ossia dei governi dalle posizioni anti-migranti più accese come l'Ungheria e la Polonia. 

Le elezioni imminenti

C'è appunto la Francia di Macron, che sulla gestione dei migranti si gioca una partita importante nella corsa alla rielezione all'Eliseo contro la solita sfidante, la leader della destra Marine Le Pen. E c'è la Germania, che a breve sarà orfana di Angela Merkel, e i cui potenziali successori (il collega di partito Armin Laschet e il socialdemocratico Olaf Scholz) si guardano bene dal replicare quanto fatto dalla cancelliera all'epoca della crisi siriana, quando diede l'ok all'accoglienza di oltre 1 milioni di profughi. 

Lo stallo

E così, mentre Canada e Regno Unito hanno già annunciato piani per l'accoglienza di 20mila profughi afghani a testa, e mentre gli Usa, con l'aiuto di Paesi candidati all'ingresso Ue come Albania, Macedonia del Nord e Kosovo, hanno da settimane predisposto piani per la prima assistenza ai richiedenti asilo, l'Unione europea (come il resto del G7) si ritrova in una situazione di stallo. Lo si è capito al termine della riunione dei ministri degli Esteri: nelle note finali, niente di concreto sull'Afghanistan. Si è parlato solo di Bielorussia e della necessità di rafforzare il controllo delle frontiere esterne dopo che Minsk è stata accusata di fare con la Lituania quello che la Turchia farebbe con la Grecia: facilitare i passaggi di migranti oltre il confine Ue per fare pressioni su Bruxelles. Poche ore dopo, la Polonia ha inviato centinaia di soldati proprio al confine bielorusso.

Questo confine, come quello greco, rischiano di essere le due porte di arrivo degli afghani. Lo sono già: nella prima metà del 2021, secondo i dati della Commissione europea, circa 3.200 afghani sono arrivati irregolarmente nell'Ue. Un numero che è destinato a salire con la presa di Kabul da parte dei talebani: l'Onu parla di 18 milioni di afghani che hanno bisogno di assistenza umanitaria, l'Unhcr calcola che solo in una settimana 20-30 mila profughi hanno varcato o stanno per varcare i confini. 

Gli appelli di Commissione e Parlamento

A togliere dall'immobilismo i governi, ci stanno pensando per ora le istituzioni Ue. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha lanciato un appello affinché i Paesi membri creino dei canali sicuri per portare i profughi all'interno dell'Unione e poi redistribuirli "in modo uguale". A fargli eco la commissaria Ue agli Affari Interni, la svedese Ylva Johansson, che ha proposto una simile soluzione, ricordando che l'80% delle persone in fuga dall'Afghanistan è composto da donne e bambini.

L'Alto rappresentante dell'Ue, Josep Borrell, ha evocato la possibilità di usare, per la prima volta, la direttiva del 2001 sulla protezione temporanea per i richiedenti asilo. La norma, si legge sul sito della Commissione europea, "è una misura eccezionale per fornire protezione immediata e temporanea agli sfollati da Paesi terzi, che prevede un meccanismo strutturato per garantire solidarietà ed equilibrio tra gli Stati dell'Unione nell'accoglienza degli sfollati, con trasferimenti" intra-europei, "sulla base di offerte volontarie". La legge può entrare in vigore con una decisione a maggioranza qualificata, al Consiglio Ue.

"Voglio ricordare che c'è una direttiva del 2001, che non è mai stata usata - ha detto Borrell -. Questa potrebbe essere l'occasione per affrontare la situazione, se ci dovesse essere pressione di una massa di richiedenti asilo su alcuni Stati membri. Non è questo il caso ora - ha spiegato -. Per il momento
si tratta di qualche migliaio di persone in aeroporto, ma nelle prossime settimane o mesi potrebbe essere una questione di molte persone in più e questa ondata ci potrebbe raggiungere".

Bad cop Austria

Le proposte e le soluzioni per fare in modo che l'Ue sia da subito solidale con i profughi afghani senza ritrovarsi a litigare al suo interno, dunque, ci sono. Ma è l'Austria a farsi portavoce di un sentimento che sembra, come dicevamo, comune ormai a tutte le latitudini. Per Vienna, che insieme alla Grecia intende espellere gli aghani giunti irregolarmente sul suo territorio, ha chiesto chiarimenti alla Commissione europea sulla questione dei canali sicuri: "La dichiarazione rilasciata dal commissario agli affari interni dell'Unione Europea sulle vie di fuga legali è un segnale completamente sbagliato: pensavo che la Commissione europea avesse imparato dal 2015 e non volesse più commettere tali errori", ha dichiarato oggi il ministro degli Interni austriaco Karl Nehammer.

Le responsabilità dei "Big 4", tra cui l'Italia

Niente canali sicuri, dunque. E questo nonostante appena un mese fa i Paesi Ue si erano impegnati ad accogliere attraverso canali sicuri 30mila richiedenti asilo da tutto il mondo entro il 2022. Le ong umanitarie ricordano che, complice il Covid, l'anno scorso gli Stati europei avevano ridotto i cosiddetti "resettlement" di circa 9mila unità rispetto a quanto preventivato. Una riduzione che potrebbe venire colmata per aiutare gli afghani. 

Ma al di là delle vie di accesso, resta il nodo centrale: la redistribuzione tra i Paesi Ue. Come dicevamo, il duo franco-tedesco è impegnato in elezioni delicate e la questione migranti è tema che scotta. L'Italia spinge da sempre perché si attui uno schema condiviso. Ma come fa notare Gerald Knaus del think tank Esi, il resto dell'Unione potrebbe giustamente dire no a fare dell'Afghanistan una "questione europea". La questione, dice Knaus, è cosa intendono fare "Francia, Germania, Spagna e Italia", ossia i Big 4 dell'Ue "che hanno combattuto in Afghanistan". E che qualche responsabilità, aggiungiamo noi, dovrebbero pure averla nei confronti di coloro che fuggono da un regime che doveva essere spazzato via per sempre. 

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