Mercoledì, 22 Settembre 2021
Fake & Fact

Il flop dei rimpatri dei migranti: "Incoraggiano i clandestini"

Meno di 1 su 5 fa ritorno in Patria. Il report della Corte dei conti europea boccia Italia e Grecia

Ogni anno 500mila migranti irregolari che si trovano nell’Unione europea ricevono l’ordine di lasciare il suolo Ue e di tornare nel proprio Paese d’origine. Ma di questi, solo il 19% “è effettivamente ritornato nel proprio Paese al di fuori dell’Europa”. A ricordare i dati sul fiasco degli accordi di riammissione dell’Ue (i cosiddetti Arue) è la Corte dei conti europea, che ha pubblicato una relazione speciale dedicata alle “inefficienze nella cooperazione con i Paesi non-Ue per il rimpatrio dei migranti irregolari”. 

Il revisore esterno e indipendente ha fatto notare come nemmeno gli Stati extra-Ue legati a obblighi di riammissione abbiano rispettato gli impegni presi. L’Afghanistan è in cima alla lista di Paesi che avrebbero dovuto riaccogliere più cittadini illegalmente espatriati verso l’Europa. Dal 2014 al 2018 la media annua di migranti irregolari nell’Ue non rimpatriati in Afghanistan è stata pari a 25.620, mentre verso Kabul sono rientrati una media di 3.924 cittadini all’anno. Anche la Siria avrebbe dovuto riaccogliere ogni anno 25.199 suoi cittadini presenti illegalmente sul suolo Ue, ma i migranti che hanno fatto ritorno nel loro Paese d’origine sono stati solo 1.793 all’anno. Il primo Paese per migranti rimpatriati dall’Ue è invece il Marocco, che ha riaccolto una media di 9.810 persone ogni anno a fronte di una media di irregolari non rimpatriati pari a 23.287 ogni dodici mesi. 

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L’Italia e la Grecia risultano invece tra i Paesi Ue che riscontrano maggiori difficoltà nel rimpatrio degli irregolari. Citando una precedente relazione, la Corte ha ricordato che i principali problemi dei due Paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono “la durata della procedura di asilo”, seguita da “collegamenti mancanti tra le procedure di asilo e di rimpatrio che ostacolano il coordinamento e la condivisione delle informazioni”. 

La principale debolezza del sistema dei rimpatri dall’Ue rimane comunque la mancanza di accordi di riammissione con i Paesi terzi. In particolare, “i negoziati degli Arue si bloccano spesso su alcuni persistenti punti controversi”. D’altro canto, precisa la relazione, le trattative sugli accordi di riammissione giuridicamente non vincolanti “hanno avuto maggiore successo, soprattutto grazie a contenuti flessibili e adattabili alle singole situazioni”. Di qui la raccomandazione di adattare gli accordi alle “caratteristiche specifiche della cooperazione con il Paese terzo” e “in caso di lunghi e infruttuosi negoziati, approvare una procedura per pervenire, ove opportuno, a meccanismi di riammissione alternativi”.

L’altra “debolezza evidenziata nella relazione” è costituita “dalla mancanza di sinergie all’interno dell’Ue stessa”. L’Ue non parla sempre “con una sola voce” ai Paesi non-Ue, ha rimproverato la Corte, “e la Commissione europea non si è sempre associata agli Stati membri chiave per facilitare il processo negoziale”. Di qui la raccomandazione a Bruxelles di “creare sinergie con gli Stati membri prima di avviare i negoziati”, concordando con i governi “le politiche nazionali e dell’Ue, che potrebbero potenzialmente essere utilizzate come incentivi” alla riammissione dei migranti irregolari.

“Ci attendiamo che il nostro audit contribuisca al dibattito sul nuovo Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, perché una politica sulla riammissione efficace e ben gestita è una parte essenziale di una politica complessiva sulla migrazione”, ha dichiarato Leo Brincat, membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Nonostante ciò, l’attuale sistema messo in atto dall’Ue per i rimpatri presenta gravi inefficienze che sortiscono un effetto contrario a quello auspicato: incoraggiano, anziché scoraggiare, l’immigrazione illegale”, è stata la conclusione di Brincat.

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