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Giovedì, 30 Maggio 2024
contro il gigante asiatico / Cina

Il nuovo piano industriale dell'Ue: più rinnovabili e meno Cina

Bruxelles punta ad aumentare la produzione interna per contenere la concorrenza commerciale di due grandi competitor internazionali: Usa e Cina

L'Unione Europea ridisegna ancora una volta se stessa e rilancia, in chiave tutta industriale, il concetto di transizione verso l’energia pulita puntando sull'autosufficienza. Il Net-Zero Industry Act e il Raw Materials Act faranno proprio questo. Si tratta di pacchetto di proposte con cui la Commissione europea intende rispondere all'Inflation Reduction Act (Ira), il maxi piano degli Stati Uniti di 375 miliardi di dollari per la transizione ecologica e digitale, accusato di eccessivo protezionismo da diversi governi Ue (in particolare Germania e Francia). Ma anche di slegarsi dalle materie prime strategiche cinesi.

Insomma: Bruxelles vuole evitare di ripetere gli stessi errori fatti con il gas russo. I piani devono ancora essere approvati dai 27 Stati membri dell'Ue e dall'Europarlamento, un processo che dovrebbe richiedere molti mesi, forse più di un anno. Ma i falchi già promettono una dura battaglia. 

Le 8 tecnologie green e le miniere su cui punta l'Europa per rivoluzionare l'industria

Perché il pacchetto, anticipato da una nuova normativa sugli aiuti di Stato, punta ad aumentare la produzione interna per contenere la concorrenza commerciale di due grandi competitor internazionali: Usa e Cina. Il disegno della Commissione europea, il braccio esecutivo dell'Ue, si basa quindi sulle due proposte che puntano da un lato alla produzione di tecnologie pulite e dall'altro a evitare la dipendenza dalle materie prime strategiche, principalmente quelle cinesi.

Il macro obiettivo dello Net-Zero Act è produrre in Europa entro il 2030 almeno il 40% della tecnologia pulita necessaria alla svolta verde. A questo fine l'Ue è pronta a una serie di agevolazioni per tutti quei progetti che includano, innanzitutto, otto tecnologie definite strategiche: dall'eolico al fotovoltaico, dal biogas all'elettrico. Permessi più facili, agevolazioni fiscali, sandbox regolamentari dove testare le nuove tecnologie in ambienti ad hoc sono tra i principali strumenti che Bruxelles metterà a disposizione. E poi ancora una Banca dell'idrogeno per stimolare la conversione del settore energetico fossile. La Commissione è giunta anche a un compromesso: il nucleare è rimasto fuori dalle tecnologie strategiche ma, quello di quarta generazione che produce scarti minimi, è rientrato nel piano come oggetto di sostegni mirati. 

Il fulcro della proposta è produrre almeno il 40% della tecnologia pulita necessaria entro il 2030 nel Vecchio Continente, garantendo allo stesso tempo che non più del 65% del consumo di qualsiasi materia prima strategica provenga da un singolo paese terzo che, molto spesso, è la Cina. Ciò significa che le aziende cinesi probabilmente perderebbero le lucrose gare per l'acquisto di pannelli solari. Secondo i calcoli di Eurostat, l'agenzia statistica comunitaria, nel 2021 i paesi dell'Unione europea hanno importato pannelli solari per oltre 9,8 miliardi di euro, a fronte di 1,3 miliardi di export. E tre pannelli solari su quattro consegnati alle porte dell'Unione sono fabbricati in Cina (pari all'89%).

L'import dei pannelli solari cinesi in Ue

Basta volgere lo sguardo a sei mesi fa. Nell'agosto del 2022 le spedizioni dalla regione cinese dello Xinjiang (la stessa dove avvengono le violazioni dei diritti umani nei confronti della comunità uigura) dirette ai 27 stati membri sono aumentate del 136,2% per un valore di 136,7 milioni di dollari, rispetto allo stesso mese del 2021. Secondo i calcoli del South China Morning Post sugli ultimi dati doganali cinesi, è la Germania che fa la parte da leone nelle importazioni di batterie agli ioni di litio (aumentate in tutto il blocco del 600%) e celle solari fotovoltaiche cinesi. Ma è tutta l'Europa che traina la crescita della domanda di pannelli solari importati dalla Cina. Le capitali europee, con il taglio delle forniture del gas russo e la conseguente crisi energetica, sperano di accelerare la transizione verso fonti di energia rinnovabili.

Il paradosso dei pannelli solari: il 60% è prodotto grazie al carbone

Nei primi sette mesi del 2022, la Cina ha spedito all'Ue moduli fotovoltaici (PV) con una capacità combinata di 51,5 gigawatt, il 25,9% in più rispetto all’intero anno scorso, secondo i dati raccolti da Infolink Consulting LLC. Pechino, che è tra i principali fornitori mondiali di moduli fotovoltaici, fornisce oltre l'80% dei prodotti fotovoltaici globali. Nella prima metà del 2022, la produzione del Paese di moduli fotovoltaici è aumentata del 74,3% su base annua a 78,6 gigawatt, secondo i dati del Ministero dell'Industria e dell'Information Technology. La produzione di altri prodotti sulla catena di approvvigionamento - polisilicio, wafer e celle - è aumentata di oltre il 45% su base annua.

L'offerta cinese incontra così la domanda dell'Ue. E per non stravolgere la già tesa relazione tra Bruxelles e Pechino, il vice presidente della Commissione europea Frans Timmermans ha rassicurato che l'Ue non cercherà di competere con i produttori cinesi di pannelli solari economici, ma si concentrerà piuttosto su apparecchiature solari avanzate.

L'emulazione della strategia "Made in China 2025"

Dal nuovo piano industriale Ue per la transizione verde emerge quanto Bruxelles stia emulando le politiche attuate da Pechino. Gli occhi europei, così come quelli statunitensi, guardano alla strategia "Made in China 2025", che punta a rendere digitalmente e tecnologicamente avanzata l'economia cinese entro il 2025. La Cina è il più grande importatore mondiale di chip ma ha investito molto sulla produzione "in home" con l'obiettivo di raggiungere l'autosufficienza del 70 per cento per i componenti tecnologici più importanti entro i prossimi due anni. Ovviamente con un occhio alle politiche ambientali.

Tuttavia la strategia cinese ha alimentato le preoccupazioni delle istituzioni europee, che in più occasioni hanno denunciato una pratica sleale commerciale da parte della Cina. L’apertura agli investimenti non è infatti reciproca e Pechino, d'altro canto, impone restrizioni sulle acquisizioni da parte da operatori stranieri. Per questo, la Commissione europea si è già mossa per limitare gli investimenti in entrata. 

La posta in gioco dell'Ue

La posta in gioco è enorme. L'Ue stima che entro la fine del decennio il mercato globale delle tecnologie pulite varrà 600 miliardi di euro l'anno. Inoltre, entro il 2050 la diffusione delle energie rinnovabili quadruplicherà, l'uso delle pompe di calore aumenterà di sei volte entro il 2050 e la produzione di veicoli elettrici aumenterà di 15 volte. Con gli incentivi, la Commissione Ue vuole che entro la fine del decennio almeno il 10% del consumo di materie prime strategiche sia estratto localmente e almeno il 40% lavorato localmente.

A livello geopolitico, la misura è meno pesante. Ed è qui che entra in gioco il Critical Raw Materials Act, che guarda alla filiera dell'approvvigionamento di materie critiche per sostenere lo sviluppo di tali tecnologie. Su questi materiali, la dipendenza dalla Cina è elevatissima: l'Ue ottiene il 98% delle sue terre rare e il 93% del magnesio dalla Cina. Questi materiali vengono utilizzati in qualsiasi cosa, dai pannelli solari alle pompe di calore e alle auto elettriche. Per portare avanti la rivoluzione green nei prossimi anni, Bruxelles non dovrà quindi fare affidamento su Pechino.

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