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Lunedì, 28 Novembre 2022
Energia pulita

Il paradosso dei pannelli solari: il 60% è prodotto grazie al carbone

Lo scrive l'Agenzia internazionale dell'energia in un report che avverte sui rischi della dipendenza dalla Cina: entro il 2025, Pechino controllerà il 95% della produzione globale

L'Europa si è impegnata a ridurre la sua dipendenza dalle fonti fossili, non solo quelle russe, puntando sull'energia rinnovabile. Ma la transizione energetica, almeno per quanto riguarda il fotovoltaico, deve fare i conti con un'altra dipendenza, quella dalla Cina. Che a sua volta apre al paradosso che 3 pannelli solari su 5 che acquistiamo sono stati costruiti grazie all'elettricità prodotta dalle centrali a carbone. È quanto emerge da un report dell'Aie, l'Agenzia internazionale dell'energia. 

Il dominio cinese

Nel suo report, l'Aie sottolinea come l'Occidente si trovi in una sorta di cul de sac"La Cina è stata determinante nel ridurre i costi in tutto il mondo per il solare fotovoltaico, con molteplici vantaggi per le transizioni verso l'energia pulita", premette il direttore esecutivo dell'agenzia, Fatih Birol. “Ma allo stesso tempo, il livello di concentrazione geografica nelle catene di approvvigionamento globali pone anche potenziali sfide che i governi devono affrontare". Prima fra tutte la dipendenza da Pechino. 

Negli ultimi 10 anni, infatti, la capacità di produzione globale del solare fotovoltaico si è spostata sempre più dall'Europa, dal Giappone e dagli Stati Uniti verso la Cina. Pechino, scrive l'Aie, "ha investito oltre 50 miliardi di dollari in nuova capacità di fornitura fotovoltaica – dieci volte più dell'Europa – e dal 2011 ha creato oltre 300.000 posti di lavoro nel settore manifatturiero lungo la catena del valore del fotovoltaico. Oggi, la quota cinese in tutte le fasi di produzione dei pannelli solari supera l'80%". Non a caso, i 10 principali fornitori mondiali di apparecchiature per la produzione di impianti solari si trovano in Cina, e Pechino ha saputo anche giocare la carta del fotovoltaico per allargare la sua influenza geopolitica. Per esempio, ha investito in Malesia e Vietnam, facendone due pezzi da novanta della sua filiera di produzione di pannelli. 

Nel 2021, il valore delle esportazioni solari fotovoltaiche cinesi è stato di oltre 30 miliardi di dollari, quasi il 7% dell'eccedenza commerciale di Pechino negli ultimi cinque anni. E questo su un mercato globale che vale 40 miliardi. Il boom cinese ha fatto comodo anche a chi ha ottenuto i permessi per costruire impianti fotovoltaici in Europa, perché i prezzi dei pannelli sono stati sempre più bassi. Ma adesso, la concentrazione di questo potere nelle mani di un solo Paese, con l'Ue e il resto del G7 che hanno ribadito l'impegno a decarbonizzare le loro economice, è diventato un fattore di "vulnerabilità" enorme.

Il solare "a carbone"

Secondo l'Aie, almeno fino al 2025, l'Occidente non potrà fare a meno di acquistare i suoi pannelli in Cina, la qui quota sul mercato globale potrebbe raggiungere il quasi monopolio, il 95%. Pechino fa senza dubbio leva sui suoi prezzi stracciati: l'Agenzia internazionale dell'energia, ha calcolato che, anche volendo spostare la produzione in casa propria, né Stati Uniti, né l'Ue riuscirebbero a produrre pannelli a prezzi competitivi rispetto alla Cina. In Europa, poi, il gap di prezzo con i pannelli cinesi è il più alto tra i big mondiali, circa il 35%. 

Ma non è solo un problema di manifattura: la Cina controlla anche "la produzione di molti minerali chiave utilizzati nel fotovoltaico", scrive l'Aie. Di conseguenza, al momento, per sviluppare un'industria nazionale i Paesi europei e occidentali dovrebbero comunque fare i conti con Pechino. Oltre che con i rischi di interruzione nelle catene di approvvigionamento già emersi con Covid e guerra in Ucraina. 

Lo strapotere cinese ha anche degli effetti paradossali, e preoccupanti, sul fronte climatico. "Oggi, la produzione solare fotovoltaica ad alta intensità di elettricità è per lo più alimentata da combustibili fossili", spiega l'Agenzia. Il 60% di tale produzione è garantita dal più inquinante dei fossili, il carbone: "Le emissioni assolute di anidride carbonica (Co2) dovute alla produzione del solare fotovoltaico sono quasi quadruplicate in tutto il mondo dal 2011 con l'espansione della produzione in Cina", segnala sempre l'Aie. È vero che un pannello solare riesce a compensare la sua impronta ambientale (ossia l'inquinamento causato per produrlo) in 4-8 mesi di attività e di generazione di energia pulita. Ma questo non vuol dire che sia sostenibile continuare ad affidarsi a carbone e simili se poi l'obiettivo è decarbonizzare l'energia. 

Ridurre il gap con Pechino

Proprio su questo aspetto l'Europa potrebbe puntare per cominciare a ridurre il gap con la Cina. Almeno questo sembra suggerire l'Aie. "Mentre i paesi accelerano i loro sforzi per ridurre le emissioni, devono garantire che la loro transizione verso un sistema energetico sostenibile sia costruita su basi sicure", dice il direttore Birol. "Le catene di approvvigionamento globali del fotovoltaico solare dovranno essere ampliate in modo da garantire che siano resilienti, convenienti e sostenibili", aggiunge.

Per renderle sostenibili, un passo potrebbe essere quello di favorire i pannelli con minore "impronta ecologica". La Commissione europea, per esempio, ha proposto nel suo Fit for 55 il cosiddetto Cbam, ossia una tassa sui beni importati da fuori l'Ue calcolata sul "costo ambientale" della produzione di tali beni. L'Aie sembra non apprezzare questo tipo di restrizioni al commercio, ma invita a "costruire la produzione di energia solare fotovoltaica attorno a distretti industriali a basse emissioni di carbonio", cosa che "può sbloccare i vantaggi delle economie di scala" e "aumentare ulteriormente la competitività".

C'è poi il riciclaggio dei pannelli, che "offre vantaggi ambientali, sociali ed economici migliorando al contempo la sicurezza dell'approvvigionamento a lungo termine. Se i pannelli fossero raccolti sistematicamente alla fine del loro ciclo di vita, le forniture derivanti dal loro riciclaggio potrebbero soddisfare" una parte importante della necessità di materie prime: "oltre il 20% della domanda dell'industria solare fotovoltaica di alluminio, rame, vetro, silicio e quasi il 70% di argento tra il 2040 e il 2050", scrive l'Aie. 

Per l'agenzia, però, il vero motore per diversificare le catene di approvvigionamento sono gli investimenti. La costruzione di nuovi impianti a livello globale, calcola l'Aie, potrebbe "attrarre investimenti per 120 miliardi di dollari entro il 2030". L'industria del solare fotovoltaico "potrebbe creare 1.300 posti di lavoro nel settore manifatturiero per ogni gigawatt di capacità di produzione". Ma al di là dei calcoli,c'è un fattore di fondo che il report rimarca più volte: i governi occidentali hanno pensato troppo ad aumentare la domanda e a ridurre i costi di produzione. Ora, tanto più dopo la guerra in Ucraina, occorre pensare "a garantire la sicurezza delle forniture solari fotovoltaiche come parte integrante della transizione verso l'energia pulita". Perché la dipendenza dalla Cina potrebbe creare una situazione non molto dissimile da quella patita oggi sul gas con la Russia.

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