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Giovedì, 30 Maggio 2024
La battaglia / Portogallo

Non solo l'Italia nel mirino dell'Ue per le concessioni balneari

Anche in Spagna e Portogallo i proprietari dei lidi vedono da anni le loro licenze rinnovate senza gara, la Commissione ha sollevato obiezioni anche contro di loro

Con il decreto Milleproroghe si è riaperta l'annosa questione del rinnovo senza gara in Italia delle concessioni balneari, una pratica già oggetto di un richiamo della Commissione europea che ha avviato una procedura di infrazione due anni fa contro il nostro Paese. L'ulteriore proroga delle concessioni è stata definita uno "sviluppo abbastanza inquietante", da parte della portavoce dell'esecutivo comunitario per il Mercato interno, Sonya Gospodinova. "La Commissione ha preso ultimamente diverse decisioni che riguardano il Portogallo e la Spagna per le concessioni balneari o nel campo delle coste", ha aggiunto la portavoce, sostenendo che "questo indica che si tratta di un settore che è molto importante economicamente e che la sua modernizzazione deve essere attuata e deve essere anche stimolata dagli Stati membri".

In effetti l'Italia non è il solo Paese in cui le concessioni balneari vengono rinnovate da tempo senza gara nonostante la cosiddetta direttiva Bolkestein, risalente al 2006, obblighi gli Stati membri a liberalizzare le spiagge demaniali aprendole alla concorrenza di mercato, favorendo così (almeno in principio) l’erogazione di servizi migliori per gli utenti. In Spagna e Portogallo, ad esempio, se vengono soddisfatte alcune condizioni le concessioni possono essere rinnovate fino a 75 anni. Nel primo caso dal 2013 è stato allungato il termine massimo di durata, ed è stata anche aggiunta la possibilità di trasmetterle agli eredi per mortis causa (cioè per morte del concessionario) ma anche tra due soggetti viventi.

Le concessioni in Spagna sono comunque prorogate sulla base di criteri ambientali e di tutela del demanio pubblico marittimo e terrestre che deve comunque essere rispettato. In Portogallo la normativa prevede che i concessionari che abbiano fatto investimenti superiori a quelli inizialmente previsti (e documentino di non poterli recuperare) possano chiedere allo Stato o il rimborso di tali investimenti o la proroga della concessione fino ad un massimo appunto di 75 anni. Come per l'Italia anche contro il Portogallo Bruxelles ha lanciato una procedura di infrazione nell'aprile dello scorso anno a cui è seguito lo scorso gennaio un parere motivato, che è il secondo passaggio del richiamo della Commissione, che può essere poi seguito da un deferimento alla Corte di Giustizia.

La battaglia contro l’Italia va avanti però da più tempo. La Commissione europea ha più volte rimproverato al nostro Paese la mancata applicazione della direttiva Bolkestein. Nel 2009 il nostro Paese ha subito una prima procedura d’infrazione, seguita nel 2016 da una sentenza della Corte di giustizia Ue che intimava a Roma di adeguarsi alle regole europee. Da ultimo, nel dicembre 2020 l’esecutivo comunitario ha avviato una nuova procedura d’infrazione, che questa volta potrebbe concludersi con una sanzione pecuniaria, sottolineando che l’Italia non solo non aveva ancora attuato la sentenza della Corte del 2016, ma che “da allora ha prorogato ulteriormente le autorizzazioni vigenti fino alla fine del 2033 e ha vietato alle autorità locali di avviare o proseguire procedimenti pubblici di selezione per l'assegnazione di concessioni, che altrimenti sarebbero scadute”.

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