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Mercoledì, 17 Aprile 2024
L'analisi

Come gli Stati Uniti stanno mettendo a rischio le batterie made in Italy

Uno studio denuncia: il 48% della produzione italiana minacciata dalla politica protezionistica di Washington. In Europa, solo la Germania rischia di più

La legge degli Stati Uniti che incentiva esclusivamente l'acquisto di auto elettriche prodotte, componenti comprese, da imprese del Nord America rischia di avere un duro contraccolpo sull'industria italiana: quasi la metà della (48%) della produzione di batterie agli ioni di litio pianificata oggi nel nostro Paese potrebbe andare incontro a ritardi, di essere ridimensionata o addirittura cancellata. È quanto emerge da un rapporto di Transport&Environment (T&E), la lobby europea del settore dei trasporti sostenibili.

L'analisi rileva come "in tutta Europa sia a rischio il 68% della capacità produttiva di batterie agli ioni di litio prevista per i prossimi anni: a determinare questa situazione è soprattutto l'Inflation reduction act (Ira)", la legge approvata da Washington per favorire la produzione casalinga di tecnologie verdi. Secondo T&E, di fronte a questo scenario, "l'Unione europea deve mettere in campo strumenti comuni di sostegno finanziario con l'obiettivo di far crescere i volumi di produzione favorendo al contempo procedure autorizzative più snelle".

Utilizzando dati e informazioni pubbliche, T&E ha analizzato la situazione delle 50 gigafactory (le grandi fabbriche di batterie) annunciate in Europa, valutando la solidità finanziaria dei progetti, il loro status autorizzativo nonché la certezza (o l'incertezza) di una localizzazione della produzione. L'analisi, infine, ha preso in considerazione l'eventuale presenza di legami tra gli Stati Uniti e le aziende che dovrebbero realizzare gli impianti. Lo studio diffuso oggi mostra come "1,2 TWh di produzione europea di batterie, in grado di equipaggiare 18 milioni di auto elettriche, sia attualmente ad alto o medio rischio di interruzione o delocalizzazione. Senza questi volumi di produzione, l'Europa non sarà in grado di soddisfare la domanda interna di accumulatori prevista per il 2030, dovendo quindi ricorrere ad ampie quote di import dai concorrenti stranieri".

In termini assoluti, il Paese più colpito sarebbe la Germania, dove 87 GWh di capacità produttiva sarebbero ad alto rischio. A seguire l'Italia, con 45 GWh. Se però si guarda ai dati percentuali, il nostro Paese sarebbe quello che sconterebbe il maggior impatto, con il 48% ad alto rischio. Il rapporto cita il caso di Italvolt, "il cui amministratore delegato ha anche fondato la fallita Britishvolt", e che "rischia di perdere la priorità a favore del suo progetto gemello, Statevolt, in California", attratta dai cospicui aiuti di Stato promessi dagli Usa con l'Inflation reduction act.

La mossa di Washington fa il pari con lo strapotere cinese nel settore delle batterie. La quota globale dell'Europa di nuovi investimenti nella produzione di batterie agli ioni di litio è scesa dal 41% nel 2021 a un misero 2% nel 2022, secondo BloombergNEF. "Gli investimenti in batterie negli Stati Uniti e in Cina hanno continuato a crescere e le aziende europee hanno già segnalato l'espansione in America", scrive T&E. "Le limitate risorse delle aziende per aumentare la produzione, così come la scarsa disponibilità di materie prime, stanno rendendo la corsa alle batterie Usa-Europa un gioco a somma zero", con gli Stati Uniti ad accaparrarsi le nuove quote di produzione, denuncia ancora il rapporto. 

"I piani industriali per la produzione di batterie nella Ue sono sotto il fuoco incrociato di Stati Uniti e Cina - dice Carlo Tritto di T&E Italia - Per competere efficacemente, l'Unione europea deve dotarsi subito di una politica industriale verde incentrata sulle batterie, fornendo un robusto sostegno per aumentarne i volumi di produzione". A inizio febbraio, la Commissione europea ha presentato le linee generali del suo piano per rispondere all'Ira statunitense e alla sfida della transizione ecologica, mentre il 14 marzo dovrebbe arrivare la prima proposta concreta, il Net zero industrial act. Il piano punta soprattutto sul favorire gli aiuti di Stato dei singoli Paesi Ue, riducendo i limiti delle norme antitrust. Una prospettiva che alletta Germania e Francia, che hanno casse pubbliche robuste a sufficienza per iniettare investimenti pubblici nelle loro imprese, ma che non piace del tutto a chi, come l'Italia, non ha la stessa potenza di fuoco. Da qui, la richiesta del nostro governo di un fondo di sovranità comune alimentato con risorse Ue. Proposta che Bruxelles ha inserito nel suo piano, ma su cui i frugali, Germania comprese, hanno già posto un veto.    

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