Mosca vuole estendere la sua influenza in Africa, ecco come Putin trova nuovi alleati

Da un rapporto segreto pubblicato dalla stampa inglese emerge un fitto intreccio di affari, amicizie e alleanze che coinvolgono uomini di peso nell’entourage del Cremlino e leader africani

Foto Ansa EPA/ALEXEY NIKOLSKY

Le relazioni internazionali e l'influenza, non sempre amichevole, sulla politica di altri Paesi del mondo è da sempre uno dei caratteri distintivi della Russia di Vladimir Putin. Certo non solo di Mosca, ma è sicuramente uno dei campi su cui il Cremlino ha puntato in maniera maggiore. E questa influenza ora si sta estendendo anche all'Africa dove la Russia fino ad ora ha avuto una presenza minore, essendo il continente legato agli Stati europei che lo hanno dominato per anni con il colonialismo, e a Stati Uniti e Cina, che lì hanno forti interessi commerciali.

L'inchiesta del Guardian

E ora secondo quanto emerge da un'inchiesta del quotidiano britannico The Guardian è in atto un’attenta strategia volta a creare una vera e propria presenza politico-militare russa in almeno 13 Paesi africani. Un intreccio di rapporti troppo fitto per essere relegato al semplice mantenimento di relazioni diplomatiche tra Stati sovrani in posizione di reciproca parità. Specie se in ballo ci sono uomini di peso dell’entourage di Vladimir Putin, formalmente privi di incarichi istituzionali, ma effettivamente operativi in tutti i luoghi caldi del risveglio russo: dalla guerra in Ucraina alla propaganda online pro-Mosca. 

Lo "chef" di Putin

Il personaggio chiave dell’attivismo russo in Africa si chiama Yevgeny Prigozhin ed è famoso come “lo chef di Putin”, in quanto proprietario di servizi catering che si aggiudicano spesso la fornitura di pasti per il Cremlino e ristoranti che ospitano le cene istituzionali del presidente russo. Il suo nome è stato spesso affiancato al “lavoro sporco” eseguito per conto di Mosca negli ultimi anni: dal reclutamento di mercenari da mandare a combattere in Ucraina e Siria, alla propaganda online, in particolare sui social media, che nel 2016 avrebbe favorito l’elezione del presidente americano Donald Trump.  “I documenti - si legge sul Guardian - mostrano la portata delle recenti operazioni collegate a Prigozhin in Africa e l'ambizione di Mosca di trasformare la regione in un centro strategico”. Le imprese controllate dall’amico di Putin, inclusa l’agenzia per il reclutamento di gruppi armati nota come Wagner, risultano molto attive nel continente.

La cooperazione militare

I documenti russi diffusi dalla testata britannica descrivono la Repubblica Centrafricana come una "strategicamente importante zona cuscinetto tra il nord musulmano e il sud cristiano”. “Il 24 maggio”, scrivono Luke Harding e Jason Burke, “il Cremlino ha annunciato che avrebbe inviato una squadra speciale dell'esercito nella vicina Repubblica Democratica del Congo”. “E finora Mosca ha firmato accordi di cooperazione militare con circa 20 Stati africani”, precisano i giornalisti.  Dal canto suo, lo “chef” Prigozhin nega tutto o non risponde. Evita di commentare i recenti sviluppi e rimanda alle sue smentite tanto sulle attività online quanto sull’arruolamento di mercenari tramite la società Wagner, di cui lui nega la stessa esistenza. Ma le notizie riportate dicono tutt’altro.  Ne è un esempio il Madagascar, dove il neopresidente Andry Rajoelina ha vinto le elezioni con l’aiuto del giornale più diffuso nell’Isola, controllato dalle società legate con Mosca.

Le riforme in Sudan

Un altro tassello importante nello scacchiere africano è il Sudan. “L'anno scorso gli specialisti russi hanno elaborato un programma di riforme politiche ed economiche, progettato per mantenere al potere il presidente Omar al-Bashir”, scrive il Guardian. Il documento comprendeva anche “un piano per delegittimare i manifestanti anti-governativi, apparentemente copiati dalle tattiche usate in casa contro l'opposizione anti-Putin”, tanto che “un memo dice erroneamente ‘Russia’ anziché ‘Sudan’”.  In una lettera dello stesso Prigozhin indirizzata a Bashir, ma poi finita sui giornali, l’affarista russo si lamentava del fatto che il presidente non avesse effettivamente seguito le “raccomandazioni”. Prigozhin menzionava una "mancanza di attività" del Governo sudanese e dunque la sua "posizione estremamente delicata”.

Il colpo di Stato

Il seguito è cronaca degli ultimi mesi: ad aprile i militari depongono Bashir con un colpo di Stato. “La settimana scorsa le Forze speciali del Sudan hanno aperto il fuoco sui manifestanti pro-democrazia, uccidendo più di cento persone”, ricorda il Guardian alludendo anche agli scontri avvenuti nella città di Khartoum. “I consiglieri russi - prosegue il Guardian citando una fonte della CNN - avevano esortato il consiglio militare del Sudan ad aprire il fuoco sugli attivisti, con perdite minime ma adeguate”.  I documenti ottenuti dalla stampa descrivono un coinvolgimento della Russia che fa pensare a una strategia alternativa nata come risposta alle sanzioni dei Paesi occidentali in vigore dal 2014 in seguito all’annessione della Crimea. Se si chiudono le porte degli affari in Europa, Mosca rivolge la sua attenzione altrove in cerca di nuovi partner politici ed economici.

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