Sabato, 13 Luglio 2024
Emissioni inquinanti

Prima le stalle: cosa prevede la legge europea che l'Italia cerca di bloccare

A Strasburgo si vota la direttiva sulle emissioni industriali. Agricoltori e industria della carne fanno pressione per far escludere gli allevamenti intensivi di bovini

Evitare alle stalle di bovini di essere equiparate alle industrie. L'appello è stato lanciato da molteplici organizzazioni della filiera agricola e dell'industria della carne italiana ed è rivolto agli europarlamentari che questa settimana a Strasburgo sono impegnati in una serie di votazioni fondamentali sul piano delle scelte in agricoltura e della tutela dell'ambiente. Ad essere discussa in plenaria figura anche la normativa sulle emissioni industriali, che punta ad includere anche gli allevamenti intensivi (abbassando la soglia per polli e maiali) e, per la prima volta, le stalle di bovini.

Questo significherebbe costi maggiori, controlli superiori e l'impegno a dover adottare le migliori tecnologie disponibili per abbattere le sostanze inquinanti. La potente industria della carne (allevatori e trasformatori) si oppone, trovando l'appoggio del governo italiano. Vediamo quali sono le richieste di Bruxelles, le ragioni fatte valere dagli oppositori e i compromessi già trovati sinora. La direttiva sulle emissioni industriali stabilisce le regole per la prevenzione e il controllo dell'inquinamento prodotto dalle emissioni dei grandi impianti agroindustriali e rientra nel Green deal europeo. Al momento il settore bovino è escluso dalla normativa in vigore, mentre sono già inclusi gli allevamenti di pollame e di maiali.

Compromessi sulle soglie

La Commissione europea aveva proposto in origine di considerare come "intensivi" gli allevamenti a partire da una soglia di 150 unità adulte (Uba) per tutte le tipologie di bestiame, che si trattasse di bovini, suini o pollame. Questo avrebbe significato fa rientrare nella normativa le stalle 150 bovini adulti e, per equivalenza, quelle con 500 maiali o 300 scrofe, e i capannoni con 10mila galline ovaiole. Uno scenario che aveva scatenato una serie di critiche atroci, in particolare da parte dell'Italia, dove la zootecnia intensiva è molto forte. A seguito di una serie di negoziati e compromessi, gli Stati membri avevano proposto una soglia di 350 Uba, ma anche in questo caso il governo italiano si era opposto.

I deputati della commissione Ambiente hanno poi votato per stabilire soglie diverse: per suini e pollame si partirebbe da più di 200 unità di bestiame (Uba), mentre gli allevamenti di bovini sarebbero inclusi quelli da 300 Uba o più. Nei casi in cui le aziende allevino più di un tipo di questi animali, il limite dovrebbe essere di 250 Uba. I deputati, su input dei ministri dell'Ambiente degli Stati membri, hanno proposto di escludere le aziende che allevano animali in modo estensivo, a prescindere dal numero. Nonostante i compromessi raggiunti, le organizzazioni agricole e l'industria della carne puntano ancora ad una totale esclusione delle stalle di bovini dalla direttiva.

Strenua difesa

Da mesi il settore bovino fa pressione e lancia appelli agli eletti italiani in Europa. Diverse le lettere indirizzate anche stavolta agli eurodeputati, a cui EuropaToday ha avuto accesso, e firmate da Coldiretti con Filiera Italia, dal Comitato dei produttori Intercarni Italia, insieme ad Italiazootecnica e Assocarni, emanazione di Confindustria. Di Assocarni è presidente Serafino Cremomini, dell'omonimo gruppo Cremonini, leader nella produzione di hamburger e carne in scatola. Tutte queste realtà sostengono che è scientificamente errato paragonare le emissioni derivanti dagli allevamenti a quelle industriali poiché il metano prodotto sarebbe riassorbito in tempi rapidi dalle piante e rientrerebbe nel ciclo vitale. La direttiva, scrivono i produttori e trasformatori di carne bovina, "comporterebbe un ingiustificato aggravio di costi a carico degli allevatori che rischierebbe di far scomparire un elevato numero di stalle con gravi impatti negativi sull’intero ecosistema agricolo".

A difesa, sostengono che le "caratteristiche rurali della produzione bovina consentono la salvaguardia e tutela del territorio, prevenendo il dissesto idrogeologico e l’abbandono delle aree marginali grazie alla presenza costante dell’allevatore / agricoltore". Viene infine citata l'economia circolare, facendo leva sui numerosi sottoprodotti e co-prodotti che si ottengono da questa filiera, utilizzati poi in altri settori come quello farmaceutico, biomedicale, dei mangimi, così come nella pelletteria e nelle bioenergie. Si cita poi il rischio di delocalizzazione o chiusura degli allevamenti, che comporterebbe un "abbandono di zone marginali e rurali", nonché la diminuzione dell’attività produttiva. Si minaccia che la carne italiana venga sostituita da importazioni da Paesi che non applicano le stesse regole di sostenibilità ambientale e benessere animale. Dulcis in fundo appare lo sparaucchio della minaccia della carne sintetica.

Concentrazioni di allevamenti

A detta di Assocarni il sistema zootecnico europeo nel suo complesso oggi vale 170 miliardi di euro e impiega direttamente più di 4 milioni di persone. Secondo gli ultimi dati Ismea, nel 2022 in Italia sono state macellate 728mila tonnellate equivalente carne, con una quota di importazione di animali vivi provenienti da altri Paesi pari a 317mila tonnellate equivalente carne. Una percentuale importante di carne risulta quindi già proveninete dall'estero. Il consumo pro-capite di carne è pari a 16,3 kili l'anno pro-capite (in leggero aumento rispetto al 2021, fermo a 15,8 chili ). Gran parte della zootecnia italiana è concentrata al Nord, in particolare nelle province di Cremona, Brescia e Mantova. Secondo un report di Greenpeace in queste tre province si concentrano i più alti livelli di ammoniaca del Paese, connessi agli allevalmenti intensivi di polli e maiali. Nella sola area di Cremona poi si allevano 649.941 bovini, che coprono il 42% del fabbisogno regionale nonché il 12% di quello nazionale. Di questi se ne macellano 265.657 capi, che coprono il 43% del fabbisogno regionale e il 9,5% di quella nazionale. In questo caso il principale pericolo a livello ambientale è connesso al metano. Insistendo sulle stesse zone, bisognerebbe poi calcolare l'impatto negativo di entrambe le tipologie di emissioni che insistono sua aria, acqua e suoli.

Pandemie in agguato

Concentrazioni così elevate di animali pongono dei problemi non solo dal punto di vista ambientale, ma anche igienico-sanitario, potendo favorire il rapido propagarsi di malattie e vere e proprie pandemie, come indicato anche in uno studio del 2021 pubblicato sulla rivista Nature. Non a caso, soprattutto negli ultimi 30 anni, gli animali da allevamento sono stati al centro di molteplici epidemie, tra cui l’aviaria e l’influenza suina, senza dimenticare la cosiddetta "mucca pazza", col serio rischio che queste malettie evolvano e passino con più facilità alla diffusione tra esseri umani. Come rilevato da Greenpeace, confrontando vari dati, molto spesso gli allevamenti intensivi coincidono con le aziende cha hanno maggiore accesso ai fondi pubblici europei della Politica agricola comune. Il dibattito a Strasburgo si svolge nel pomeriggio del 10 luglio , mentre il voto è atteso la mattina dell'11 luglio.

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