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Venerdì, 29 Settembre 2023
Progressi della scienza

A che punto siamo con la fine dei test animali per i cosmetici (e per la ricerca in generale)

Ancora 25 milioni di animali utilizzati nei laboratori Ue. Bruxelles ha speso un miliardo di investimenti per rafforzare le alternative in vitro, che faticano a imporsi

Come evitare di far soffrire gli animali per ottenere garanzie scientifiche su cosmetici, prodotti chimici e farmaci? Una petizione firmata da oltre un milione e mezzo di cittadini chiede di rivedere le norme in questi tre ambiti per una progressiva rinuncia a questi test. Approdata al parlamento europeo il 25 maggio, la richiesta ha generato una discussione complessa, piena di ambizioni così come di frenate. Si tratta di un discorso che genera un forte impatto emotivo, ma che rappresenterebbe anche una svolta non solo in termini di miglioramento del benessere animale, ma anche di sicurezza per gli essere umani. Una parte della scienza mette in discussione la validità stessa dei test animali a determinati livelli, proponendo metodi alternativi che valuta più approfonditi e precisi. Persistono però molte obiezioni,soprattutto in materia di farmcai, ma soprattutto dei limiti a livello psicologico e sociale che bloccano questa transizione.

Scienza 'non animale'

Alla fine di agosto 2022, l'Iniziativa dei cittadini europei (Ice) "Save Cruelty Free Cosmetics" ha raccolto quasi 1,5 milioni di firme di cittadini a sostegno della sua richiesta alla Commissione Europea di proteggere e rafforzare il divieto di sperimentazione animale dei cosmetici. L'iniziativa chiede inoltre di trasformare il regolamento Ue sulle sostanze chimiche, in modo tale che integri le informazioni sul ricorso o meno ai test sugli animali. Infine, domanda alle istituzioni europee di presentare un piano concreto per la transizione verso la cosiddetta "scienza non animale". La Commissione, nel corso di un dibattito al parlamento europeo, ha ribadito l'esigenza di basarsi su tecnologie alternative. "Stiamo guardando a questi metodi che devono essere valutati, ma devono anche essere accettati", ha precisato Signe Ratso, vicedirettore presso la direzione generale Ricerca e innovazione dell'Ue. I fattori che impediscono l'accettazione sono molteplici e stratificati e li vedremo più avanti.

Dai ratti alle scimmie

Negli Stati membri vigono già dei divieti rispetto ai test animali per i cosmetici e alla commercializzazione di ingredienti testati sugli animali, ma queste limitazione vengo spesso disattese, hanno denunciato i promotori dell'iniziativa. La questione è però più ampia. Il rapporto 2020 della Commissione europea ha rivelato che nel 2017 più di 23 milioni di animali sono stati utilizzati nell'Ue per la ricerca scientifica. Si tratta di cani, conigli, ratti, gatti, ma anche di primati, gli esseri viventi più prossimi agli esseri umani. Vengono adoperati nella ricerca sulle malattie, come pure per testare la sicurezza di diverse sostanze chimiche, così come per scopi educativi e nella ricerca di base.

Testare la tossicità

L'iniziativa punta ad una revisione dei metodi di ricerca in tutto l'ambito di valutazione delle sostanze chimiche, affinché non si passi per default dai test animali. "Sono 2,6 milioni gli animali usati nell'ambito del regolamento sulle sostanze chimiche (REACH, ndr) e possiamo aspettarci un aumento ulteriore. Prevediamo tra i 5 e 5,5 milioni di animali da usare nei test chimici nei prossimi dieci anni", ha affermato la dottoressa Emma Grange, in rappresentanza di Cruelty Free Europe, un network impegnato nella difesa degli animali. "Il numero di nuove sostanze chimiche aumenterà nel prossimo decennio e sempre più animali saranno obbligati ad inalare prodotti chimici, o ad applicarli negli occhi o sulla pelle, determinando dolore, stress o sofferenza moderata o grave. Per quest'ultima ipotesi si intendono casi di tossicità tale da sfociare nel decesso", ha precisato la Grange, che vanta una lunga esperienza nel mondo della chimica e della tossicologia. Il regolamento vigente in materia di prodotti chimici, noto come Reach, per deliberare sulla eventuale tossicità sugli umani pretende in gran parte dei casi dei test animali per soddisfare i requisiti richiesti. La Commissione europea sta lavorando alla revisione della normativa, con una proposta attesa per il terzo trimestre di quest'anno, e ha promesso di includere degli accorgimenti anche in questo ambito.

Cambio di paradigma

Prima ancora dell'elemento legislativo, ad influire è l'impostazione della ricerca ed il modo in cui accede ai fondi. "A volte gli incentivi alla ricerca sono problematici. Nell'istituto per cui lavoro mi hanno chiesto di fare test animali per poter pubblicare e avere accesso ai fondi", ha denunciato Luisa Bastos, già ricercatrice in ambito medico e referente della coalizione Eurogroup for Animals. A fornire alcune risposte su possibili alternative è stato José V. Tarazona, ricercatore presso il Centro nazionale spagnolo per la salute ambientale, Istituto di Salute Carlos III di Madrid. Tarazona ha evidenziato come la ricerca sia ancora legata a metodi sviluppati 70 anni fa, ai cosiddetti test in vivo, a livello di effetti chimici o patologici. In epoca moderna sono stati sviluppati nuovi metodi in vitro, che consentono di ottenere dati importanti senza dover ricorrere a test sugli animali. Perché non vengono adoperati di più? "Manca l'esperienza nell'utilizzo di questi esperimenti, perché manca un orientamento. Si tratta però di un cane che si morde la coda: non abbiamo esperienza perché non li usiamo abbastanza". Qualcosa però si sta muovendo. "In ambito di geno-tossicità abbiamo ormai un sentiero consolidato per i metodi in vitro, in modo tale da ricorrere ai metodi in vivo solo in casi eccezionali. Uno degli elementi chiave in questi test è quello qualitativo, ma si pone anche un accento sulle questioni meccaniche".

In vitro

Il ricercatore spagnolo ha ricordato come, sulla base della necessità di rispettare i regolamenti sui cosmetici, modificati sotto la pressione dei cittadini, negli ultimi anni c'è stato un enorme investimento da parte di questa industria per standardizzare i metodi in vitro. A dimostrazione di come obblighi vincolanti, e non solo raccomandazioni, facciano leva in modo efficace sulle priorità aziendali. Perché questi nuovi test non vengono incorporati anche in altri settori, come quello dei test per le sostanze chimiche? "Utilizziamo ancora il paradigma degli anni '50 per la valutazione del rischio chimico, che poggia sulla sperimentazione animale, sull'osservazione di effetti avversi sugli animali e sulla loro frequenza, nonché l'applicazione di questi rischi per trarre conclusioni sulla sicurezza per gli esseri umani", ha spiegato Tarrazona. Nella moderna metodologia del XXI secolo, l'idea è di capire invece l'interazione tra il sistema chimico e biologico, a livello cellulare e sub-cellulare, "addirittura molecolare", ha precisato il ricercatore. "Le ricerche in tal caso producono dati su effetti e su punti focali intermedi, per capire qual è la meccanica di questi effetti avversi, per poi desumere sulla base di questi dati le conseguenze sulla salute umana ove gli umani siano esposti a certi livelli di prodotti chimici", ha spiegato Tarrazona. In breve, secondo l'esperto le sperimentazioni sugli animali potrebbero essere utilizzate come semplice riscontro in via eccezionale rispetto ai dati di miglior qualità ottenuti in vitro. "In questo decennio bisogna concentrarsi su un approccio integrato. Non stiamo parlando solo di benessere animale, ma della valutazione della sicurezza per gli essere umani", ha concluso il ricercatore.

Test alternativi

L'Unione europea in questi anni ha riconosciuto l'opportunità di migliorare la valutazione della sicurezza delle sostanze chimiche utilizzando metodologie di nuovo approccio non basate sugli animali, note come Nam. Sono stati quindi attribuiti finanziamenti dedicati, come quello ottenuto dal progetto Aspis (circa 60 milioni di euro), che insieme a tre consorzi sta lavorando per accelerare e migliorare la valutazione del rischio chimico nell'Ue. Gli scienziati coinvolti sono convinti che "la fiducia nella supremazia dei test sugli animali per la valutazione della sicurezza chimica sia mal riposta",come si legge sul sito del progetto, ma soprattutto che i test alternativi, se adeguatamente sviluppati, aiutino a valutare "esiti avversi complessi con maggiore precisione rispetto ai tradizionali test sugli animali". Ciò nonostante, i risultati raggiunti da Aspis faticano ad imporsi sia nel mondo scientifico che in quello aziendale. "Abbiamo assegnato nel complesso un miliardo a ricercatori per sviluppare test alternativi, ma non penetrano così facilmente nella ricerca. Bisogna fare di più in questi settori", ha ricordato il capo dell'unità Ricerca e innovazione della Commissione europea. A incarnare i timori connessi a questa svolta hanno provveduto vari eurodeputati del Partito popolare europeo: abbandonando i test sugli animali, dicono, a rimetterci sarà l'industria europea. Prevedono tra le conseguenze: un ritardo nello sviluppo della ricerca, il rischio che i test sugli animali verranno semplicemente "esportati" fuori dall'Ue, infine la fuga di cervelli, con ricercatori che si sposterebbero in aziende esterne a quelle degli Stati membri per continuare a sfruttare i metodi in vivo.

Come si muovono fuori dall'Ue

Anche in altri Paesi in realtà è emersa l'esigenza di abbandonare progressivamente i test sugli animali. Nell'agosto del 2022 il ministero della Sicurezza alimentare e dei medicinali della Corea del Sud ha stabilito che non richiederà più il test di tossicità anormale, richiesto per il controllo di qualità dei lotti di prodotti farmaceutici e biologici, utilizzando topi e cavie. Il metodo è reputato ormai obsoleto dall'Organizzazione mondiale della Sanità dal 2018, quindi non è più richiesto nell'Unione Europea, negli Stati Uniti e in Canada. In Giappone e in India è possibile rinunciare al test per alcuni prodotti. Anche Washington ha promesso di impegnarsi in questa direzione. Nel 2019 l'Agenzia per la protezione dell'ambiente aveva annunciato che avrebbe smesso di condurre e finanziare test sui mammiferi entro il 2035.

Possibile avanguardia

L'Unione europea non sarebbe quindi così isolata, rischia anzi di restare indietro se non investisse in questa direzione. "Non è una battaglia 'animali contro uomini'", ha sottolineato a questo proposito Tilly Metz dei Verdi, aggiungendo: "Dobbiamo sostenere l'industria ma anche chiarire quali test animali possano essere evitati. Ci sono molto interrogativi su test animali in particolare sugli interferenti endocrini". Secondo l'eurodeputata dei Verdi, tenuto conto sia della maggior sensibilità dei cittadini sia degli sviluppi tecnologici, per l'Unione europea dimostrarsi all'avanguardia in questo settore potrebbe costituire un vantaggio. La ricerca scientifica potrebbe evolvere nella sua organizzazione, mentre l'industria potrebbe avvantaggiarsi accedendo a finanziamenti previsti nei programmi di sostenibilità.

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