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Giovedì, 6 Ottobre 2022
La risposta alla crisi

Perché il tetto al prezzo del gas non è una soluzione (secondo Bruxelles)

La Commissione va verso l'esclusione della misura proposta dall'Italia. Secondo gli esperti Ue, i costi superano di gran lunga i benefici. E ad avvantaggiarsene sarebbero le stesse lobby fossili

Il tetto al prezzo del gas, sia esso mirato alla Russia o esteso a tutti i fornitori internazionali, non dovrebbe far parte del pacchetto di misure che la Commissione europea sta elaborando su mandato dei governi dei 27 Paesi membri. È quanto emerge dalle indiscrezioni raccolte da diversi media a Bruxelles, dove fervono i lavori per presentare nelle prossime ore un piano completo. Piano che dovrebbe invece prevedere un tetto ai ricavi per le fonti diverse dal gas (fotovoltaico, eolico, nucleare e, forse, petrolio, ma non il carbone) che non abbasserebbe direttamente le bollette dei consumatori finali, ma permetterebbe agli Stati di intascare gli extra-profitti e riutilizzarli per aiutare famiglie e imprese.

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I dubbi Ue sul price cap sul gas

Mettere un tetto alle rinnovabili e non al gas farà storcere il naso a non pochi, soprattutto in Italia, che, dicono le fonti ben informate, ha spinto per introdurre questa misura al fianco della Polonia e della Spagna. Ma a bloccare l'iniziativa ci sono stati i muri innalzati, per diverse ragioni, da altri governi: da un lato Germania, Olanda e Danimarca, contrarie a un price cap generalizzato a tutto il gas importato in Ue. Dall'altro, l'Ungheria, il cui premier Viktor Orban ha posto un veto chiaro su ulteriori sanzioni ad hoc contro la Russia. Tanto più che il suo governo ha da poco firmato un accordo con il gigante russo del gas Gazprom.

Ma non ci sono solo gli interessi nazionali a spiegare lo stop. Secondo la valutazione degli esperti della Commissione, il tetto al prezzo del gas naturale sul modello di quanto fatto in questi mesi da Spagna e Portogallo, avrebbe più costi, che benefici se attuato su scala Ue. Innanzitutto, i costi: nel modello iberico, lo Stato attua il price cap alla fonte, ossia alla centrale elettrica che vende, ma poi paga la differenza a questa centrale come risarcimento per aver venduto sul mercato interno l'elettricità a un prezzo più basso rispetto al costo di acquisto del gas dall'estero. Madrid ha sottolineato come in questo modo sia riuscita ad abbassare le bollette del 10-15% in media. A fronte di una spesa per le casse statali che sarà, alla fine dell'anno di attuazione della misura, di 6,3 miliardi.

Questo schema, però, non convince gli esperti Ue, per i quali il price cap iberico potrebbe comportare un costo complessivo per le casse pubbliche di oltre 200 miliardi di euro. Inoltre, non solo non si intaccherebbero i profitti dei signori del gas, che continuerebbero a vendere ai prezzi del mercato di Amsterdam, ma porterebbe anche a un aumento dei consumi stessi di gas. Tutto a vantaggio di Gazprom e soci. La prova empirica la darebbe lo stesso caso spagnolo: stando al Financial Times, la quantità di gas utilizzata in Spagna per l'elettricità è stata del 23% tra gennaio e luglio. Nello stesso periodo del 2022 è stata del 17%. Madrid ha detto che ciò era dovuto alla siccità estiva, che ha colpito le centrali idroelettriche. Ma il rischio che il price cap possa spingere a usare più oro blu, anziché meno, è ritenuto concreto da diversi esperti del settore energetico. Non solo dalla Commissione europea. 

Inoltre, terzo elemento di debolezza della misura iberica secondo Bruxelles, abbassare artificialmente il prezzo di vendita delle centali elettriche a gas comporta il rischio di fare un favore ai Paesi extra-Ue, come Regno Unito e Svizzera. Le reti elettriche britannica e svizzera, infatti, sono collegate a quella Ue, e possono comprare elettricità dalle centrali per esempio francesi o italiane. Una potenzialità che verrebbe sfruttata qualora tali centrali vendessero elettricità a prezzi calmierati. Lo sta facendo la Francia con la Spagna, per esempio. E Parigi, a differenza di Madrid, ha il doppio vantaggio di non dover pagare compensazioni alle centrali. E' chiaro che Regno Unito e Svizzera farebbero lo stesso, facendo lievitare i costi per le casse pubbliche Ue. 

Il tetto di Bruxelles e il contributo di solidarietà

Da qui, l'idea di intervenire sì con un tetto, ma non sul gas. Tra l'altro non con il meccanismo di rimborso previsto da Madrid e Lisbona. La misura è un prelievo su quella parte di ricavi originati dalle bollette (che non verranno calmierate, almeno direttamente). In altre parole, non si attua il price cap alla fonte (o meglio alla centrale elettrica), ma si agisce su una parte dei profitti extra di tale centrale con un prelievo ad hoc. A quanto possa ammontare tale prelievo non è ancora chiaro: ogni Paese ha il suo mix energetico e questo può comportare ricavi per le casse pubbliche più o meno sostanziosi. Un elemento di incertezza non da poco, visto che tali risorse dovrebbero servire per aiutare famiglie e imprese contro i rincari.

Bruxelles non sembra intenzionata neppure a fissare un tetto sul prezzo del solo gas russo. Non c'è solo Orban a opporsi, ma anche l'Austria è contraria: per Vienna, introdurre quella che non sarebbe altro che un'ulteriore sanzione contro Mosca, potrebbe portare il Cremlino a nuove interruzioni nelle forniture, facendo così lievitare anche il prezzo del gas che i Paesi Ue acquistano da altri fornitori internazionali (Algeria, Norvegia, etc). Un cane che si morde la coda, insomma. 

Niente da fare, dunque, contro i signori del gas? Secondo l'ultima bozza della proposta della Commissione, l'idea (già delineata in precedenza) è quella di imporre una sorta di "contributo di solidarietà" alle compagnie energetiche fossili (anche petrolio e carbone) che operano all'interno del territorio Ue (e quindi non direttamente a Gazprom, per esempio).Tale contributo potrebbe essere pari al 33% dei profitti extra generati nel 2022. 

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