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Giovedì, 6 Ottobre 2022
L'analisi

Perché la tassa sugli extra profitti potrebbe non risolvere il caro bollette

La Commissione ha proposto due misure per intaccare i ricavi inattesi delle compagnie energetiche, e incassare 141 miliardi per famiglie e imprese. Ma gli esperti e i diretti interessati sollevano più di un dubbio

La Commissione europea ha proposto agli Stati membri di mettere le mani sugli extra profitti delle compagnie energetiche, che secondo i calcoli di Bruxelles ammonterebbero a 141 miliardi di euro. Soldi che dovranno servire principalmente per aiutare famiglie e imprese. Ma all'indomani della presentazione del piano, sono non pochi i dubbi che aleggiano tra esperti e governi nazionali sul modo in cui raggiungere questo bottino. Dubbi che trovano spunto anche da quanto sta avvenendo in Italia con la tassa varata dal governo Draghi, i cui ricavi sono al momento nettamente inferiori a quelli attesi, a causa soprattutto dei ricorsi legali da parte delle imprese. Uno schema che potrebbe verificarsi su scala europea.

Il piano di Bruxelles

Ma andiamo per ordine. Innanzitutto, Bruxelles ha proposto due strumenti per intaccare i maxi guadagni registrati dalle compagnie energetiche (o che registreranno) con lo scoppio della guerra in Ucraina e l'aumento del prezzo del gas. Da un lato, propone un tetto sui ricavi delle cosiddette "tecnologie inframarginali", che per riassumere sono tutte quelle fonti che non sono gas, dalle rinnovabili al nucleare, passando per la lignite e i rifiuti: chi vende elettricità prodotta da queste fonti potrà continuare a farlo a prezzo di mercato (quindi le bollette non vengono calmierate direttamente), ma una parte dei suoi guadagni andrà nelle casse dei singoli Stati, i quali li gireranno in un secondo momento ai consumatori. Il tetto sui ricavi dovrebbe durare 4 mesi, da dicembre 2022 a marzo 2023, e portare nel complesso 116 miliardi. 

Dall'altro lato, Bruxelles propone di chiedere alle compagnie energetiche fossili (gas, petrolio e carbone) un "contributo di solidarietà" da applicare per l'anno fiscale 2022-2023. Tale contributo dovrebbe essere pari ad almeno il 33% degli extra profitti realizzati in questo periodo, e porterebbe nelle casse dei Paesi Ue circa 25 miliardi nel complesso, sempre secondo i calcoli della Commissione.

Non chiamatela tassa

In entrambi i casi, Bruxelles si è guardata bene da definire i due strumenti con la parola "tassa". Tale termine manca completamente nella parte della proposta in cui si parla del tetto ai ricavi, mentre compare nelle more dei passaggi in cui si spiega la misura del contributo di solidarietà. Fonti Ue sostengono che tali accorgimenti sono stati presi perché chiamando tassa le misure sugli extra profitti si sarebbero scoraggiati gli investitori.

Le stesse fonti spiegano che la Commissione ha voluto fissare dei target e delle modalità generali, ma spetterà poi ai singoli Stati membri stabilire come attuare tali misure, in base alle loro costituzioni e normative. Niente nuova tassa Ue, dunque, ma diverse soluzioni locali. Come mai?

Il problema, spiega Edoardo Traversa, docente di diritto fiscale e dell’Unione europea all’UcLouvain, in Belgio, è che la Commissione europea “non ha competenza fiscale diretta”, ma dovrebbe “adottare una direttiva che obbliga gli Stati ad applicare una imposta sui profitti extra" nelle loro giurisdizioni appellandosi alla necessità di proteggere il mercato interno o per gravi rischi ambientali. “Ma credo che né l’una, né l’altra motivazione possano essere utilizzate in questa situazione”, sostiene Traversa. Inoltre, la direttiva “dovrebbe essere adottata all’unanimità” e dunque basterebbe il veto di un solo Paese a bloccarla. Senza dimenticare i possibili ricorsi alla Corte di giustizia Ue da parte delle imprese. 

Il "contributo" di solidarietà

Il piano proposto da Bruxelles, invece, è un regolamento (non una direttiva) e richiede una maggioranza qualificata, che aggirerebbe il rischio del potere di veto di piccoli Paesi come l'Ungheria, tanto per citare un esempio. Tutto risolto? Non proprio. Innanzitutto, c'è da capire come applicare a livello nazionale quella che di fatto, pur essendo stata ribattezzata come "contributo", è un'imposta: la tassa sugli extra profitti delle compagnie fossili. Il modello potrebbe essere quello italiano, ma le difficoltà di Roma a raccogliere le somme previste dalla misura non fanno ben sperare.  “La difficoltà della misura italiana è che è stata scritta rapidamente e senza dei precedenti che consentissero di assicurarsi che sarebbe stata applicata senza intoppi”, dice Traversa. “In Italia, la situazione è difficile da accertare perché ci sono dei dubbi di costituzionalità – prosegue - Essendo chiamata tassa sugli extra profitti, ci si chiede perché applicarla solo alle imprese energetiche, e non anche ad altre categorie di imprese che stanno realizzando ricavi straordinari” per via dell’inflazione e delle conseguenze della guerra in Ucraina sui diversi mercati. La misura, in altre parole, contiene un elemento di discriminazione a cui le imprese interessate potrebbero appellarsi in tribunale, come del resto sta avvenendo, e alla lunga avere ragione. Basterà cambiargli nome in "contributo di solidarietà" per risolvere i problemi?

C’è poi “un secondo problema”, ossia “la causa”, avverte ancora Traversa. “Dal punto di vista energetico, si parte dal principio che l’aumento del volume è dato da un aumento dei prezzi delle materie prime – dice il docente dell’UcLouvain - Ma l’aumento delle attività di una società potrebbe essere causata anche da altri fattori”. Come calcolare dunque la parte degli extra profitti derivante dalle speculazioni sul mercato del gas? I problemi di calcolo non riguardano solo la tassa sui fossili o contributo di solidarietà che dir si voglia: anche il tetto ai ricavi, che è poi la misura che dovrebbe raccogliere il grosso delle somme che gli Stati dovranno destinare ad alleviare le bollette, sconta le stesse difficoltà. 

ll tetto ai ricavi

A differenza del contributo di solidarietà, il tetto ai ricavi è un meccanismo di regolamentazione dei prezzi e di compensazione. E' una misura già adottata in diversi Paesi europei proprio in ambito energetico, e la Germania lo ha già messa in cantiere. Lo schema proposto da Bruxelles sembra ricalcare quello di Berlino: si fissa un tetto ai ricavi delle centrali elettriche che non si alimentano a gas e la differenza tra ricavi realizzati con la vendita di elettricità e tetto viene prelevato dallo Stato nel nome della necessità di ridurre il peso delle bollette su famiglie e imprese. Come dicevamo, questa non è una tassa, ma non è detto che non comporterà problemi di attuazione a livello nazionale. 

Innanzitutto, c'è la questione del calcolo dei ricavi: mentre il contributo di solidarietà è calcolato sulla base dei profitti contabilizzati dalle imprese, il prelievo sui ricavi si basa su una stima dei potenziali profitti. Si parte da un dato: ogni ricavo superiore ai 180 euro per megawattora di elettricità venduta va allo Stato. Questo tetto è stato fissato tenendo conto degli Lcoe (Levelized costs of electricity), che rappresentano i costi di produzione delle varie fonti energetiche. In sostanza, la Commissione dice (le parole sono nostre): 'Tu società produci elettricità a un costo di 100 euro per megawattora, ma, poiché la vendi al prezzo del gas, incassi 300 euro. Noi limitiamo il tuo incasso a 180 euro, in modo da consentirti dei profitti che non intaccano i tuoi investimenti futuri e sono più vicini agli utili realizzati in tempi normali. Il resto, lo prende lo Stato'.

I dubbi delle rinnovabili

Bruxelles ha stimato che con questo metodo, in appena quattro mesi (tra dicembre e marzo prossimi), i Paesi Ue potrebbero incassare 116 miliardi. Ma forse gli esperti europei hanno peccato di ottimismo. Se i calcoli si basano sugli Lcoe (Bruxelles cita un suo studio del 2018), diverse compagnie potrebbero lamentare che questi sono frutto di un metodo di calcolo contestabile, che non trova d'accordo tutta la comunità scientifica. Per esempio, nel settore delle rinnovabili, in molti ritengono che gli Lcoe siano sottostimati rispetto ai costi e ai rischi reali di chi opera in questo settore. 

Solar Power Europe, associazione che riunisce le aziende europee del fotovoltaico, ha avvertito, per esempio, che un tetto ai ricavi per gli impianti solari non ha senso perché tali imprese non starebbero realizzando profitti straordinari. Stime preliminari in Germania suggeriscono, secondo l'organizzazione, che circa due terzi dell'elettricità fotovoltaica venduta sul mercato non abbia incassato finora più di quanto avverrebbe in tempi normali. Inoltre, come scrive il Financial times, c'è il problema di come raccogliere queste risorse. 

"Le differenze nazionali (nella legislazione, ndr) sono un'ulteriore complicazione", si legge sul quotidiano della City, che cita il caso dei Paesi Bassi, i quali "hanno un mercato elettrico liberalizzato", cosa che "rende difficile un tetto alle entrate per i generatori di energia non a gas". Ma i problemi burocratici nel prelevare i ricavi non riguardano solo l'Olanda, e potrebbero impedire a diversi governi di raccogliere il bottino stimato. Altri Paesi, poi, come Lussemburgo, Lituania e Lettonia, che sono importatori netti di elettricità dalle centrali estere, hanno avvertito che non hanno molti extra profitti in casa a cui appellarsi, e hanno chiesto una condivisione dei bottini altrui. La Commissione, nel suo piano, ha invitato i governi alla solidarietà in tal senso, ma i dubbi sul fatto che questo possa avvenire senza schemi precisi sono più che legittimi.

Infine, sempre il settore delle rinnovabili ha avvertito che un tetto ai ricavi potrebbe mettere a repentaglio gli investimenti futuri delle società: "L'unica via d'uscita strutturale dalla crisi è aumentare le energie rinnovabili, che sono l'assicurazione energetica d'Europa", ha affermato Solar Power Europe, aggiungendo che le decisioni di investimento devono essere prese ora con quadri normativi stabili. E non con tetti ai ricavi su cui aleggiano tanti dubbi. Parole che potrebbero presagire ricorsi da parte delle compagnie energetiche anche sui prelievi, non solo sulla tassa. 

Le prossime tappe e la borsa di Amsterdam

Per capire come il piano Ue sugli extra profitti (e non solo) si tradurrà in realtà, occorrerà attendere prima di tutto i governi dei 27, che dovranno decidere se approvarlo così com'è, o modificarlo. Il tutto sperando in un'intesa che raggruppi almeno la maggioranza qualificata. Le capitali sono al lavoro per capire come tradurre il contributo di solidarietà e il tetto ai ricavi in misure nazionali. Le stime sui potenziali introiti per le casse pubbliche che girano tra gli esperti dei governi, come in Germania e Spagna, sono meno rosee di quelle di Bruxelles. Basteranno questi introiti a dare ai Paesi con meno margini di bilancio il denaro sufficiente per aiutare famiglie e imprese in modo adeguato?

Altra domanda: visto che le misure sugli extra profitti sono temporanee, cosa succederà dopo? Il piano Ue basterà a frenare l'aumento dei prezzi dell'elettricità e del gas? La presidente Ursula von der Leyen ha detto che la Commissione sta ancora vagliando l'ipotesi di introdurre un tetto al prezzo del gas. La commissaria all'Energia Kadri Simson ha aggiunto che l'Ue sta esplorando le strade per negoziare i contratti con i fornitori esteri (non solo la Russia, ma anche Norvegia e Algeria, senza dimenticare i big del gnl) per ridurre i prezzi, visto che questi soggetti, non essendo europei, non saranno interessati dal contributo di solidarietà. Ma l'annuncio forse più significativo riguarda la borsa di Amsterdam, lì dove si forma il prezzo del gas e di conseguenza quello delle nostre bollette energetiche: von der Leyen ha detto che Bruxelles proporrà un "benchmark" di riferimento per gas naturale e gnl che dovrebbe sostituire quello olandese. Nella speranza che possa servire a contrastare speculazioni e normalizzare i prezzi. La proposta dovrebbe arrivare a marzo 2023, ossia con la fine del tetto sui ricavi, secondo i piani della Commissione.  



 

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