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Venerdì, 27 Maggio 2022

Quanto ci costerà l'adesione dell'Ucraina all'Ue? E cosa ci guadagneremo?

L'ingresso dell'Ucraina nell'Unione europea è tema che viene rilanciato da settimane da politici, esperti e media. I leader di Kiev, a partire dal presidente Volodymyr Zelensky, hanno chiesto un'adesione immediata sin dalle prime battute dell'invasione russa. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, visitando l'Ucraina ha assicurato che il suo futuro è nell'Ue. E l'ormai famoso questionario consegnato dalla stessa von der Leyen e compilato in pochi giorni dalle autorità ucraine è sicuramente un segnale importante. Ma questo non vuol dire che da un giorno all'altro l'Ucraina potrà diventare il 28esimo Stato del blocco. Il processo sarà lungo e tortuoso, e forse richiederà un decennio, se non oltre. Di mezzo ci sono diverse questioni, ma due di queste, in particolare, possono spiegare meglio lo stato dell'arte: i costi della ricostruzione post-bellica e il ruolo che l'Ucraina potrà avere per il futuro del blocco.

La ricostruzione

Fare stime sui costi della ricostruzione con la guerra ancora in corso e senza sapere che ne sarà dell'integrità territoriale del Paese non è certo semplice. Di certo, si tratterà di costi ingenti. Il governo di Kiev ritiene che la cifra raggiunga i 1.000 miliardi di dollari, di cui cui un decimo solo per coprire i danni alle infrastrutture. C'è poi il sostegno alla fornitura di servizi pubblici, che secondo quanto comunicato da Zelensky direttamente a von der Leyen si aggira tra i 5 e i 7 miliardi per coprire stipendi e spese sociali. Al mese. Altro settore di aiuti dovrà per forza riguardare le aziende colpite dalla guerra: sempre Kiev stima che circa un terzo delle imprese abbia completamente interrotto le proprie attività e il 45% abbia ridotto la produzione. In particolare, scrive Bloomberg, "la guerra ha colpito il settore agricolo, una delle attività economiche centrali del Paese, poiché grandi porzioni di terra non possono essere utilizzate, gli agricoltori devono far fronte a costi crescenti e le esportazioni sono ostacolate".

Stime meno "politiche", ma basate su analisi economiche più scientifiche parlano comunque di centinaia di miliardi di dollari, che è poi quanto già i funzionari Ue che stanno studiando il dossier hanno prospettato ai leader dei 27. La Kyiv School of Economics calcola che il costo complessivo della guerra per l'economia ucraina sia di 600 miliardi di dollari. Uno studio del Cepr (Center for economic policy research), prestigioso think tank basato a Bruxelles, stima che gli aiuti esterni necessari alla ricostruzione (ossia al netto dell'apporto nel tempo delle stesse casse ucraine) potrebbero variare tra i 200 e i 500 miliardi di euro a seconda di determinati fattori.

Per il Cepr, la cui analisi è stata redatta da esperti di università prestigiose, da Harvard al Mit, passando per la già citata Kyiv School of Economics, al di là dell'importo esatto della ricostruzione, quello che conta è che l'Ue guidi questo processo. Non da sola, chiaramente: occorrerà il coinvolgimento di istituzioni multilaterali, come il Fondo monetario internazionale (Fmi) o la Banca mondiale, e in particolare gli Usa. Inoltre, sarà necessario promuovere conferenze di donatori, almeno nella prima fase, come già abbozzato dalla Commissione di recente. Ma il Cepr avverte che il multilateralismo potrebbe compromettere una risposta rapida alla ricostruzione, per via degli interessi contrastanti dei membri di Fmi e Banca mondiale. Ecco perché Bruxelles dovrebbe assumere il timone delle operazioni, anche sobbarcandosi il grosso delle spese. E farlo con un obiettivo chiaro fin da subito: l'ingresso dell'Ucraina nell'Ue.

L'adesione all'Ue

Lo studio del Cepr non entra nel dettaglio dei possibili vantaggi per l'Ue di un'adesione dell'Ucraina al blocco, ma si limita a legare tale prospettiva alla necessità che "gli aiuti siano gestiti in modo pienamente coerente con le politiche e le procedure dell'Ue", in modo da "fornire un'ancora credibile per le riforme istituzionali (dell'Ucraina, ndr)" e creando un clima di "fiducia per gli investimenti privati". Ma come le analisi di questi giorni di media ed esperti di tutto il mondo hanno sottolineato, l'importanza strategica ed economica di questo Paese è chiara: lo è per la sua posizione geografica, crocevia tra Est e Ovest. Lo è per la sua produzione agricola e per le sue riserve energetiche, dal gas al carbone, passando per il nucleare. Senza dimenticare il sottosuolo ricco di minerali. 

Ma c'è un aspetto poco esplorato e su cui invece sembrano concentrarsi sempre più gli interessi dell'Ue: il ruolo che l'Ucraina potrebbe svolgere per accelerare il Green deal, ossia la transizione ecologica dell'economia europea. Lo stesso Cepr scrive che la ricostruzione del Paese deve essere vista come "un'opportunità di salto tecnologico. La possibilità più ovvia è creare un'economia priva di emissioni di carbonio". In Ucraina, come nel resto dell'Ue. Come? Il piano che comincia a delinearsi a Bruxelles è quello di usare le risorse della ricostruzione per fare del Paese ex sovietico una sorta di motore del Green deal, capace di ridurre la dipendenza tecnologica e di materie prime critiche dall'estero, in particolare dalla Cina.

Ricostruire l'apparato industriale ucraino distrutto dalle bombe potrebbe voler dire riconvertirlo alla produzione di tutti quei componenti necessari alla transizione ecologica che a oggi l'Ue è costretta a importare. Inoltre, l'Ucraina è ricca di materie critiche, come il litio e le terre rare, di cui c'è una fame crescente perché alla base, per esempio, delle batterie delle auto elettriche. Alcuni Paesi Ue, come il Portogallo, stanno valutando di aprire nuove miniere per sfruttare i loro giacimenti, ma lo slancio si scontra con remore ambientaliste di cui l'Ucraina non sembra essere affetta: del resto, appena un anno fa, nel luglio 2021, la Commissione europea e il governo di Kiev hanno sottoscritto un memorandum di intesa per la ricerca e lo sfruttamento delle materie critiche ucraine. Materie che a loro volta potrebbero alimentare una filiera delle batterie a costi concorrenziali con l'attuale dominus del mercato, l'Asia.

Il precedente della Polonia

È anche alla luce di queste prospettive che va letto lo slancio sempre più determinato della Commissione Ue ad accelerare il processo di adesione dell'Ucraina. E a guidare la ricostruzione del Paese. Secondo Bloomberg, Bruxelles ha già un piano volto a "istituire un fondo fiduciario di solidarietà per finanziare la ricostruzione" e avrebbe già avvertito gli Stati membri sulla necessità di mettere mano al portafogli per "pagare la maggior parte dei costi". In parallelo, Kiev dovrebbe venire promossa a breve: il processo di integrazione era già iniziato nel 2017 con l'accordo di associazione, tappa preliminare di "avvicinamento" al blocco. Adesso, l'Ucraina potrebbe avere ufficialmente lo status di candidato all'accesso.

Come già detto in precedenza, quando si tratta di adesione all'Ue i tempi non sono certo immediati. Alla Croazia, che come l'Ucraina usciva da una guerra, ci vollero 8 anni per diventare candidata, e altri 10 anni per entrare ufficialmente nell'Ue. La Polonia firmò l'accordo di associazione nel 1994, e solo un decennio dopo si aggiunse al club di Bruxelles. L'Ucraina potrebbe pure bruciare le tappe, ma questo pone una serie di problemi. Il primo è che l'Ue dovrebbe finalmente spalancare le porte almeno ad Albania e Macedonia del Nord, che dopo lustri di attesa e negoziati, attendono solo il definitivo via libera dei governi dei 27 per entrare. Ma la Francia ha finora bloccato questo ultimo passo. 

Il secondo è che prima di aderire al club bisogna avere le carte in regola, ossia attuare riforme strutturali per allinearsi ai principi democratici ed economici dell'Ue. Prima dell'invasione della Russia, e nonostante l'accordo di associazione già in vigore (che richiede già tali riforme), l'Ucraina era considerata ancora una democrazia debole dalla stessa Ue. Un report del 2020 del Parlamento europeo sottolineava come l'Ucraina sconti ancora gravi carenze sotto il profilo dello stato di diritto, dei sistemi anticorruzione, ma anche del rispetto dei diritti umani. 

Secondo diversi analisti, tali problemi potrebbero venire risolti dalla classe politica ucraina in tempi più rapidi di quanto fatto finora proprio in seguito al conflitto e allo "stimolo" di una chiara prospettiva di integrazione nell'Ue. Il che potrebbe portare anche risparmi nel lungo termine sotto il profilo dei costi della ricostruzione e del rilancio economico del Paese. L'esempio che viene fatto, anche dal Cepr, è la Polonia: dopo l'ingresso nell'Ue, ha ricevuto fondi per 160 miliardi di euro in 15 anni. Ma allo stesso tempo la sua economia è cresciuta al punto da poter contribuire al proprio stesso sviluppo, riducendo gli esborsi degli altri Stati Ue. Una storia di successo, insomma. L'esempio potrebbe però suscitare reazioni opposte: perché a Varsavia il Pil sarà pure aumentato, ma le recenti tensioni sullo stato di diritto con Bruxelles ricordano che non sempre democrazia e ricchezza vanno di pari passo. 

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