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Giovedì, 26 Maggio 2022
Aborto (il)legale

Gli Usa verso l'addio all’aborto? Ecco dove è già vietato

Nel mondo l’interruzione legale della gravidanza non è una realtà ovunque. In molti Paesi è ancora proibita in qualsiasi circostanza, mentre in altri ci sono forti limitazioni

La notizia dell’imminente abrogazione di una storica sentenza che garantì il diritto all’aborto negli Stati Uniti ha riacceso il dibattito internazionale sul tema. Ma non si tratta certo di una battaglia nuova, anzi. Quello sull’interruzione volontaria della gravidanza (ivg) è un dibattito tra i più controversi da decenni, e sono ancora molti i Paesi nel mondo in cui questa pratica è proibita o fortemente limitata. Stando alla lista compilata dal Guardian, per le donne è illegale interrompere una gravidanza in qualunque circostanza in 24 Stati, mentre in altri 37 l’ivg è permessa solo quando la vita della madre è in pericolo.

Divieto e aborti clandestini

Tuttavia, non ci sono prove che vietare questa pratica abbia alcun effetto sui tassi d’aborto in nessuna regione del mondo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità sono circa 73 milioni gli aborti indotti (cioè non spontanei) ogni anno a livello globale, grosso modo il 29% delle gravidanze. Le stime dell’Oms parlano di oltre 47mila morti l’anno causate dal ricorso ad interventi non sicuri e di circa 5 milioni di ricoveri dovuti a complicazioni come emorragie o infezioni. Nel periodo 2010-2014, quelli non sicuri sono stati il 45% di tutti gli aborti indotti, la quasi totalità dei quali (97%) sono stati realizzati nei Paesi in via di sviluppo.

Ma si tratta con ogni probabilità di un fenomeno fortemente sottodimensionato, poiché nella maggior parte dei Paesi in cui questa pratica è illegale non viene registrato ufficialmente il numero di aborti effettivamente realizzati (ad esempio, non sono disponibili i dati per il Brasile, il Panama o la Polonia). Secondo le statistiche Onu disponibili (che risalgono ai primi anni Duemila), il Paese con il più alto tasso di aborti al mondo è la Russia, dove più di 53 donne ogni 1.000 ricorrono annualmente all’ivg. Seguono con sostanziale distacco il Vietnam ed il Kazakistan, entrambi con tassi intorno ai 35 aborti per 1000 donne. Gli Stati con i tassi più bassi sono invece Messico (0,1), Portogallo (0,2) e Qatar (1,2). E quanto alle varie regioni del mondo?

Asia

Stando ai dati del Guttmacher Institute, un’ente di ricerca sui diritti riproduttivi, nel periodo 2010-2014 ci sono stati in media 36 aborti ogni 1000 donne in età riproduttiva in Asia. Oltre la metà di tutti gli aborti non sicuri a livello mondiale si sono verificati in questo continente, soprattutto nelle regioni meridionali e centrali. Le pratiche abortive sono completamente illegali in Iraq, in Laos e nelle Filippine. In queste ultime il divieto si basa ancora su leggi dell’era coloniale introdotte nel 1870 dagli spagnoli, mentre dal 1987 la protezione della vita del “nascituro dal concepimento” è importante quanto quella della vita della madre (ricorrere all’aborto è punibile con il carcere fino a 6 anni). Ma in 17 dei 50 Paesi dell’area asiatica, inclusa la Cina (che ospita una buona percentuale delle donne del continente) l’ivg è accessibile senza restrizioni.

Africa

Il 92% delle donne in età riproduttiva nell’Africa sub-sahariana ha un accesso limitato all’aborto legale o non ce l’ha affatto, come avviene in Angola, Congo, Madagascar e Senegal (dove quasi il 20% delle donne detenute nel 2015 è stato incarcerato per aborto o infanticidio). Il tasso di aborto è tuttavia elevato (33 ogni 1000 donne) ed è rimasto relativamente stabile negli ultimi due decenni. Ed è particolarmente alto anche il tasso di aborti insicuri, al 77% nel periodo 2010-2014, con circa 185 morti ogni 100mila interventi. Ma sta crescendo il numero di Paesi dove si stanno riducendo le restrizioni alle pratiche abortive: in 4 Stati l’accesso all’aborto è completamente libero, mentre in altri 28 ha barriere relativamente basse.

America Latina

In America Latina vigono alcune delle leggi più stringenti al mondo. In El Salvador, ad esempio, le pratiche abortive sono punibili con la reclusione fino a 35 anni: dal 1998 sono almeno 140 le donne accusate di aver violato la legge, nonostante molte di loro avessero subito un aborto spontaneo. Anche in Nicaragua e Honduras l’interruzione della gravidanza è illegale in qualunque circostanza.

In Brasile, l’aborto è legale solo in casi di stupro, di gravi malformazioni del feto o di pericolo per la salute della madre. Una nuova legislazione introdotta nel 2020 ha imposto al personale medico di informare la polizia circa le vittime di stupro che richiedono l’ivg presso le strutture sanitarie. Ma ci sono stati anche dei miglioramenti in senso opposto: la Colombia ha decriminalizzato l’aborto lo scorso febbraio, mentre in Cile l’accesso più ampio alle pratiche abortive dovrebbe essere sancito dalla nuova costituzione in corso di redazione. In Argentina dal 2020 è legale abortire entro le prime 14 settimane di gravidanza, mentre in Uruguay fino alla 12esima dal 2012.

Europa

Nel Vecchio continente, infine, l’aborto è legale in quasi tutti i Paesi. Rimane completamente illegale solo in 3 microstati: Andorra, Malta e Città del Vaticano. La Polonia è l’unico Paese in cui l’accesso alle pratiche abortive è fortemente limitato: dal 2021 vi si può ricorrere solo se la gravidanza deriva da un atto illegale (stupro o incesto) o se mette a rischio la salute della donna. Ma gli aborti legali per questi motivi sono estremamente pochi, il che dimostra come nei fatti sia estremamente difficile accedervi nonostante sia tecnicamente permesso. Pare peraltro che Varsavia intenda introdurre un registro dove i medici sarebbero obbligati a registrare tutte le gravidanze e gli aborti. Una situazione non troppo dissimile si rileva in Romania, dove nel 2019 appena il 25% delle strutture sanitarie permetteva di eseguire un aborto su richiesta.

In generale, in Europa il tasso di aborti si è attestato al 20 per mille nel periodo 2015-2019, e il numero maggiore di interventi si è registrato nelle regioni orientali (oltre 2 milioni contro i quasi 300mila dell’Europa settentrionale), dove però si è anche avuto il calo maggiore in termini percentuali dal periodo 1990-1994 (-70% rispetto al -5% delle regioni occidentali).

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