"Il Mes ve lo potete tenere", "No ai coronabond": nell'Ue niente intesa sulle misure anti-Covid

Stando a quanto fatto trapelare da Palazzo Chigi, il premier Conte avrebbe battuto i pugni sul tavolo del vertice europeo contro le richieste di Germania e Olanda. Di Maio: "Faremo da soli". Ma lo spazio di manovra per il nostro Paese è esiguo

Quando in Italia erano le 19 e i telegiornali erano pronti a chiudere i servizi della sera, fonti di Palazzo Chigi facevano circolare la notizia secondo cui il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avrebbe respinto la bozza finale delle conclusioni del vertice dove i leader Ue stavano discutendo delle misure comuni da prendere contro la crisi economica legata al coronavirus. "No a strumenti vecchi, potete anche tenerveli", avrebbe detto il presidente del Consiglio a Germania e Olanda (con Austria e Finlandia sparring partner). I quali, come si era capito nei giorni scorsi, non sono disposti a mettere a disposizione i loro bilanci per un piano comune anti-Covid (come i cosiddetti 'coronabond') senza avere garanzie in cambio (il Mes con memorandum 'alla greca' per farla breve). Passano poco più di 3 ore, i titoli di tg e siti web, la dichiarazione di fuoco del ministro Luigi Di Maio ("Pronti a fare da soli") che non pare essere stata gradita dal Pd, e alla fine si scopre che tutti, anche l'Italia, avevano firmato le conclusioni. Anche perché tutti avevano ottenuto il contentino: l'Italia lo stralcio dal testo di ogni riferimento al Mes, i Paesi del Nord la mancanza di aperture ai coronabond. 

Cosa ci fosse di diverso tra il testo delle 19 e quello delle 22,30 è difficile capirlo. Stando alle fonti di Palazzo Chigi, il gran rifiuto di Conte era arrivato nonostante dalle conclusioni fosse già stato eliminato ogni riferimento al Mes, il Meccanismo europeo di stabilità o fondo salva-Stati che dir si voglia. “Come si può pensare che siano adeguati a questo shock simmetrico di così devastante impatto strumenti elaborati in passato, che sono stati costruiti per intervenire in caso di shock asimmetrici con riguardo a tensioni finanziarie riguardanti singoli Paesi?”, avrebbe detto Conte. “Se qualcuno dovesse pensare a meccanismi di protezione personalizzati elaborati in passato allora voglio dirlo chiaro: non disturbatevi, ve lo potete tenere, perché l’Italia non ne ha bisogno!”, avrebbe tuonato, sempre secondo fonti della presidenza, il premier durante la videoconferenza.

La rabbia di Conte non è tanto contro il Mes in linea generale (è un fondo che eroga linee di credito e come tale puo' essere utile), ma contro l'ambito di applicazione e le cosiddette "condizionalità", ossia le garanzie da controfirmare per ottenere i prestiti; l'Italia vorrebbe che il Mes fosse attuato su scala europea (e non ai singoli Stati) e che le garanzie siano minime (no a rientri dei prestiti entro 5-10 anni e no a memorandum con riforme lacrime e sangue), meglio ancora se legate semplicemente al vincolo di spendere i soldi del Mes per l'emergenza e le sue conseguenze. Insieme a Spagna e Francia, l'Italia preferirebbe la soluzione dei 'coronabond' ed evitare il Mes (anche perché nel governo i malumori dei M5s si fanno sentire e all'opposizione Lega e FdI non vedono l'ora di attaccare su questo punto). 

Solo che sui coronabond, ossia titoli di Stato europei emessi da una istituzione Ue (non si sa ancora quale), il no dell'Olanda è secco. "L'Eurozona ha creato i suoi strumenti, come il Mes, che può essere usato in modo efficace, ma con le condizionalità previste dai trattati. Non posso prevedere alcuna circostanza in cui l'Olanda possa accettare gli eurobond", ha detto il premier olandese, Mark Rutte. Più o meno sulla stessa linea la Germania: ai coronabond "noi preferiamo il Mes, come strumento, che è stato fatto per le crisi", ha spiegato la cancelliera Angela Merkel, che è sembrata comunque meno netta.  

A quanto pare, nella prima bozza di conclusioni si chiudeve la porta alla possibilità di discutere all'Eurogruppo di più proposte, cosa che secondo l'Italia significava togliere subito dal tavolo dei negoziati i coronabond. E così nel testo finale il singolare ("proposta") è stato sostituito dal plurale ("proposte"). A ogni modo, qualsiasi decisione, semmai sarà presa, è rinviata di due settimane. E proprio qui casca l'asino, almeno per l'Italia. A differenza di altri Paesi e di quello che minaccia il ministro Di Maio, la crisi che abbiamo davanti ci sta lasciando con le armi spuntate. I margini di manovra delle nostre casse sono ridotti. “Le conseguenze del dopo Covid-19 vanno affrontate non nei prossimi mesi ma domani mattina”, avrebbe detto sempre Conte ai leader Ue. Ed è forse questa frase quella che fotografa meglio la corsa contro il tempo che il nostro Paese sta affrontando in Europa. 

Perché se è vero che Italia, Spagna e Francia (i Paesi finora più colpiti dalla crisi) rappresentano quasi la metà della popolazione dell'Ue, è anche vero che i Paesi che chiedono i coronabond (9 in tutto) rappresentano il 72% del debito pubblico della zona euro. Solo l'Italia accumula debiti insoluti (2,38 trilioni nel 2019) che equivalgono quasi a quelli della Germania e dei Paesi Bassi insieme (2,47 trilioni).

E' a causa di questo fardello che il nostro Paese non puo' permettersi quel piano di investimenti che sarà necessario per uscire dal guado della recessione provocata dal Covid. Servono risorse comuni. E servono al più presto, anche per frenare eventuali assalti speculativi. Berlino e L'Aia lo sanno e per questo possono permettersi di prendere tempo sui negoziati. Roma invece no e Conte teme di dover cedere lo scettro a un successore (qualcuno dice Mario Draghi) con un peso internazionale più forte da far valere sui tavoli Ue.

Di contro, la cancelliera Merkel sa bene che senza venire incontro in qualche modo alle richieste dell'Italia in un momento cosi' delicato i contraccolpi per la stabilità dell'Eurozona ricadrebbero anche sulla Germania. Oltre al fatto che si rischierebbe di gettare le basi di una nuova Brexit. Che è forse lo scenario che più preoccupa la cancelliera. 

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